Verdone Carlo

Al lupo! Al lupo!

Pubblicato il: 21 Dicembre 2005

“Vorrei poter un giorno morire senza morte / Sotto le cascate bianche che vita infusero alle mie mani / Per vivi corpi e forme alate / Che non amerò più”

Questi sono gli enigmatici versi che i tre fratelli Sagonà – Gregorio, Livia e Vanni – si trovano a dover interpretare per riuscire a comprendere dove è andato a finire l’anziano padre. Un padre, famoso scultore e poeta, spesso assente; un uomo che non si è mai risparmiato nell’inseguire i piaceri della vita. Vanni è un grande pianista, impacciato nei rapporti umani e assai bigotto, Livia ha un matrimonio in crisi, una bellissima bambina ed un amante che per lei ha abbandonato la famiglia, Gregorio vive di espedienti pseudo-artistici, fa il dj e favoleggia a tutti di un imminente disco da incidere. I tre sono diversissimi, si sono persi di vista da tempo, ma si ritrovano, loro malgrado, uniti per seguire le tracce dello sfuggente babbo. Si ritrovano e si riscoprono, rievocano un’infanzia che sembra lontanissima ma che è rimasta indelebile nella loro memoria. Tra immancabili gag, momenti di riflessione e di contrasto, trovano la via che conduce all’eccentrico genitore setacciando i luoghi cari – le numerose dimore della loro vita in comune – dell’infanzia. Perché il grande artista ha voluto eclissarsi? Perché la vita gli ha dato molto, forse troppo, e la parvenza d’immortalità, propria dell’egocentrismo artistico, sembra oramai esser svanita.

Film ambizioso ed intimista, Al lupo! Al lupo! è la commedia più complessa di Carlo Verdone, essendo l’opera centrale d’una ideale trilogia (insieme al precedente Maledetto il giorno che t’ho incontrato e al successivo Perdiamoci di vista) che rappresenta l’apice della sua creatività cinematografica. Certo è un film in cui non tutto scorre come dovrebbe, che alterna momenti di sentimentalismo al macchiettismo consueto al regista romano. Ma la storia si segue bene e coinvolge, pur perdendo d’intensità in alcuni frangenti e pur restando in bilico tra il vorrei e il non posso osar di più. Perché Verdone ha un ineludibile target di pubblico da dover accontentare, e allora le caratterizzazioni comiche sono sovente di maniera e sempre in linea col Verdone classico. Le malinconiche musiche di Manuel De Sica contrappuntano i momenti intimisti della pellicola, crescendo in alcune sequenze simboliche e sfumando nel contrasto di una narrazione sempre incerta sui tempi di congiunzione tra serio e faceto. Verdone è assai più a suo agio nel dirigere gli attori che nella scrittura cinematografica, nella fattispecie ma non solo. Connota bene i tre fratelli, regalando a Rubini un ruolo azzeccato, alla Neri l’esaltazione della sua bellezza – con inquadrature che imprigionano il suo splendore del tempo -, ritagliando per sé il ruolo che meglio lo rappresenta come attore: l’eterno pasticcione, fintamente cinico  ma a conti fatti di buon cuore.

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Fatte tutte le doverose analisi, mi preme rimarcare il tentativo del regista romano di uscire da un cliché oramai abusato attraverso una pellicola dal sapore autobiografico che, se avesse osato un po’ di più, sarebbe oggi, forse, maggiormente ricordata. E invece tutti ci ricordiamo bene di Un sacco bello, Bianco rosso e Verdone, Troppo forte – non che non siano pellicole originali e divertenti – e persino dell’insulso Viaggi di nozze, meno del trittico citato in apertura. Ma ciò non sorprende più di tanto, visto il gusto del consumatore medio del cinema attuale. Resta comunque un’opera che si eleva dalla media artistica del regista romano – soprattutto se paragonata a ciò che ci ha propinato negli anni successivi, se si esclude Perdiamoci di vista, come sopra accennato – e che ci regala una toccante ultima sequenza, contrappuntata dalla dolce musica al piano di De Sica, una delle più significative dell’intera fimografia verdoniana: Il padre ha i tre figli di fronte, pronto a ritrarli in posa per colmare quella distanza non solo fisica, ma anche affettiva ed emotiva, nel modo a lui più congeniale. La macchina da presa indugia sui loro volti oramai adulti, ma quando la camera stacca ci riporta il foglio col disegno in primo piano. I ritratti di Gregorio, Vanni e Lidia sono fedeli al dettaglio, così come solo la memoria di un genitore può ricordarli. Sono i loro volti da bambini.

Federico Magi, dicembre 2005.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Carlo Verdone. Soggetto e sceneggiatura: Gianfilippo Ascione, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone. Direttore della fotografia: Danilo Desideri. Scenografia: Francesco Bronzi. Costumi:Gianna Gissi. Montaggio: Antonio Siciliano. Interpreti principali: Carlo Verdone, Francesca Neri, Sergio Rubini, Cecilia Luci, Barry Morse, Giampiero Bianchi, Fabio Corrado, Stefano De Angelis, Marco Marciani, Alberto Marozzi, Gillian McCutcheon, Loris Paiusco, Giulia Verdone. Musica originale: Manuel De Sica. Origine: Italia, 1992. Durata: 115 minuti.