Dolan Xavier

Les Amours imaginaires

Pubblicato il: 15 agosto 2016

Ad un anno di distanza dall’interessantissima opera prima, J’ai tué ma mére, che ha imposto Xavier Dolan, appena diciannovenne, all’attenzione del cinema internazionale, il giovane regista canadese realizza il suo secondo lungometraggio, Les Amours imaginaires, soffermandosi questa volta sul tema dell’amore in gioventù e sulle sue irrazionali, ossessive e controverse dinamiche, sui motivi del cambiamento che questo sentimento produce nelle vite ancora non del tutto strutturate di ragazzi che sono alla ricerca di sé e del loro essere nel mondo. Nel voler portare ad evidenza queste dinamiche, Dolan immagina il classico triangolo amoroso, alla Jules e Jim, per intenderci, in cui due sono i contendenti e una è la possibile preda.

Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono due amici, l’uno omosessuale e l’altra eterosessuale, che in una serata trascorsa insieme ad altre persone conoscono Nicolas (Niels Schneider), un ragazzo proveniente dalla campagna e appena trasferitosi a Montreal. I due ragazzi restano subito attratti dal magnetico coetaneo, ancorchè all’inizio facciano di tutto per dissimulare questa evidenza. I rapporti tra i tre si intensificano e Nicolas, quanto meno in apparenza, sembra rendere la loro presenza centrale ed egualmente importante nello scegliere di trascorrere il suo tempo. Nicolas è un ragazzo colto, bello e affascinante, ha modi garbati ed è molto disponibile nei loro confronti. Ma nonostante ambigui ammiccamenti e avvicinamenti, il ragazzo di campagna non sembra voler concludere con nessuno dei due. Nel frattempo Francis e Marie entrano in competizione, prima silente e poi manifesta, fino a far culminare il tutto in una vera e propria azzuffata davanti agli occhi di Nicolas, che li aveva ospitati nella sua casa di campagna. Il ragazzo, resosi conto della situazione, sparisce senza farsi più sentire. A questo punto Francis e Marie lo cercano, ognuno evidentemente per proprio conto, per testimoniargli il proprio amore. Ma la reazione di Nicolas a questa verità oramai palese non sarà, per ambedue, quella sperata.

Xavier Dolan, dopo aver “ucciso la madre”, prova a intrattenerci attraverso sentimenti più prossimi alla sua età, scegliendo un’opera che parla di quell’amore così totale, assoluto e spersonalizzante che è proprio della giovinezza, tempo di passioni ideali da riversare su soggetti necessariamente idealizzati. Nel farlo, comunque, mantiene inalterate se non addirittura amplifica, in alcuni elementi specifici, le caratteristiche che oramai, comparando le sue due opere, già connotano il suo cinema sino a renderlo sufficientemente distinguibile. Pregio non da poco, vista l’età, nonostante non si attenui né il massimalismo e né il narcisismo dell’opera prima, nella modalità di trattazione delle tematiche che la pellicola porta ad evidenza. La vicenda che ci viene raccontata, peraltro, ha debiti dichiarati, ancora una volta nei confronti della Nouvelle Vague e di François Truffaut (Jules e Jim, come sopra accennato) in particolare, ma anche rispetto al pur sconclusionato The Dreamers di Bernardo Bertolucci (il cui omaggio è palese anche nell’emblematico cammeo riservato a Louis Garrel), anch’esso incentrato su un triangolo amoroso. I continui rimandi e il citazionismo ostentato sono ancora non del tutto nel pieno controllo del regista canadese il quale, nell’ansia di connotare la pellicola in modo molto personale e secondo le influenze culturali interiorizzate, tradisce una evidente autoreferenzialità e un forzato intellettualismo che lasciano trasparire la saccente ingenuità legata alla sua giovane età. Senza voler essere a tutti i costi indulgenti, però, la sensazione è che molto gli si riesca a perdonare, nonostante Les Amours imaginaires sia un’opera, come forse immaginerete da questa analisi, tutt’altro che esente da difetti e sicuramente inferiore, per immediatezza e per pathos di scrittura, rispetto al pur imperfetto ma travolgente J’ai tué ma mére, quanto meno nei motivi narrativi. Molto gli si perdona perché Dolan, come e più che nella sua opera prima, dimostra di avere uno stile davvero notevole nel maneggiare il mezzo tecnico, nello scegliere i piani di ripresa, nel dirigere gli attori, addirittura nel montare le immagini, nel contribuire, con le proprie idee, alla realizzazione dei costumi e delle scenografie. Se necessità fa virtù, dal momento che il regista canadese ha in parte dovuto fare da autodidatta per motivi di budget in queste sue prime pellicole, Dolan dimostra di essere autore totale e dal talento versatile, a suo agio e con un’idea chiara nel misurarsi con tutti i mestieri della settima arte.

Se per i debiti tematici sono evidenti i rimandi a Truffaut e Bertolucci, per quelli estetici e visivi si nota che Dolan non è indifferente anche a certo cinema orientale, in particolar modo quello di Wong Kar-wai, dimostrando di aver interiorizzato bene anche la lezione di Quentin Tarantino, soprattutto nelle scelte di montaggio e nell’ormai consolidata prassi di usare la colonna sonora (la cui traccia ricorrente è la nostalgica Bang Bang di Dalida), contestualmente allo slow motion, per enfatizzare le scene madre. Anche il voler esordire con una citazione letteraria, come già nel suo primo film, è una scelta evidentemente derivativa e, nelle intenzioni, fortemente connotativa di una personalità che vuol imporre immediatamente il suo marchio autoriale.

L’artista canadese dimostra inoltre di saper ben delineare le psicologie dei personaggi sulla ribalta, riservando al suo personaggio una personalità più introversa e meno caratterizzata rispetto all’Hubert Minel di J’ai tué ma mére, e immaginando Nicolas (interpretato da un credibile Niels Schneider, già presente in un ruolo minore del film precedente), l’oggetto del contendere dei due amici/rivali in amore, come un ragazzo in apparenza limpido ma in realtà più indecifrabile rispetto agli altri due protagonisti. Convincente anche Monia Chokri, nei panni di Marie, che rivedremo nella terza pellicola del regista canadese, Laurence Anyways. Piccolo ruolo per la sempre brava Anne Dorval, la madre di J’ai tué ma mére e del successivo e pluripremiato Mommy.

Il tema dell’amore in gioventù, delle vere e proprie ossessioni che ne derivano e del cambiamento che esse provocano nelle personalità degli individui è trattato in maniera sincera e credibile da Xavier Dolan, il quale tende a sottolineare l’impermanenza, la volatilità e l’instabilità del sentimento amoroso quando si affronta questa età; e allo stesso modo, senza alcuna contraddizione, l’assolutezza che lo stesso edifica e fortifica nel lasso di tempo che lo vede crescere, per poi ridiscendere e crollare, sovente in maniera inattesa e improvvisa, come un castello di carte. Emblematiche, a questo proposito, pur se a lungo andare un pochino ridondanti, le sequenze in forma di testimonianza immaginate dall’artista canadese per accreditare di valenza “scientifica” l’indagine sulle dinamiche sentimentali che sono alla base dei motivi della narrazione scelta. Dolan evidenzia pertanto, già da questa sua opera seconda, l’inclinazione ad un cinema ambiziosamente propositivo e genuinamente spregiudicato la cui piena maturità, come dimostreranno le pellicole seguenti, non tarderà ad essere raggiunta.

Curiosità: Il film ha ricevuto il primo premio al Sidney Film festival 2010 e una nomination nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2010. Come J’ai tué ma mére, nemmeno questo secondo lungometraggio di Xavier Dolan è ancora stato distribuito in Italia. Pertanto è reperibile solo in rete in versione originale con sottotitoli in italiano, o sui mercati esteri (anche attraverso Amazon) in altre lingue.

Federico Magi, agosto 2016.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Xavier Dolan. Soggetto e sceneggiatura: Xavier Dolan. Direttore della fotografia: Stephanie Weber-Biron. Montaggio: Xavier Dolan. Interpreti principali: Monia Chokri, Niels Schneider, Xavier Dolan, Anne Dorval, Anne-Elisabeth Bossé, Megalie Lépin-Blondeau, Olivier Morin, Eric Bruneau, Gabriel Lessard, Bénédicte Lécary, Patricia Tulasne, Louis Garrel. Scenografia: Delphine Gélinas. Costumi: Xavier Dolan. Produzione: Xavier Dolan, Carole Mondello, Daniel Morin per Alliance Atlantis Vivafilm, Mifilifilms. Altri titoli: “Heartbeats”. Origine: Canada, 2010. Durata: 95 minuti.