Khider Abbas

I miracoli

Pubblicato il: 18 settembre 2016

Abbas Khider ci racconta che la sua vita è sempre stata costellata di “miracoli”; e da qui il titolo di un libro che indubbiamente ha molto di autobiografico, nonostante l’incipit – l’espediente del manoscritto – possa far pensare a qualcosa di fantastico. Leggiamo, infatti: “giuro su tutte le creature visibili  ed invisibili: ho sette vite. Come un gatto. Anzi no, ne ho addirittura il doppio. I gatti potrebbero diventare verdi dall’invidia. Nella mia vita i miracoli sono sempre accaduti all’ultimo minuto. Io ci credo, ai miracoli (pp.98). Miracoli che, nella vita di Rasul Hamid (alias Abbas Khider), incarcerato durante il regime di Saddam, poi profugo, quasi sempre clandestino, per lo più hanno voluto dire sopravvivere e cavarsela quando, lontano da casa, tutto sembrava perduto. Le peripezie di Rasul, in fuga dall’Iraq e attraversando avventurosamente Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Turchia, Grecia, Italia e Austria, sono innumerevoli, tra donne, lavoro illegale, rifugiati destinati a una brutta fine, i drammi autentici, ma l’approccio alla vita del narratore non conosce rassegnazione.

Proprio per questa ragione, ovvero il fatto di essere sopravvissuto a un tentativo di esecuzione, al carcere, ai trafficanti di uomini, ha reso il racconto di Khider per certi aspetti fiabesco, tutt’altro che serioso anche in quanto a stile, con spunti ironici e stupefatti: un insieme di situazioni sconcertanti, anche per la loro drammaticità, tali da costringere l’autore ad una scrittura compulsiva. Rasul-Khider è difatti sempre in cerca di carta, anche nelle situazioni più precarie: l’esigenza di testimoniare cosa sta accadendo e dare un senso poetico alla sua inaspettata vitalità.

Se è vero che “I miracoli” deve essere letto innanzitutto come autobiografia sui generis e come una sorta di “moderna fiaba sui rifugiati” (dalla quarta di copertina), non possiamo non cogliere aspetti che in qualche modo anticipano gli umori e gli avvenimenti che, da lì a qualche anno, porteranno alla cosiddetta “primavera araba” e ai disastri perpetrati dagli occidentali e dai russi in combutta con le satrapie dell’area mediorientale. Il nostro Rasul-Khider, pur facendo spesso parlare altri, ne ha per tutti. Ad esempio il poeta di nome Akram, incontrato durante il suo esilio, che spara contro l’opportunismo degli oppositori di regime: “Saddam e il suo governo, dopo la guerra del ’91, sono diventati deboli, e il dinaro iracheno da quando c’è l’embargo non vale più un fico secco. Ecco perché a un certo punto molti intellettuali e militari di alto rango sono diventati oppositori. Gli scrittori adesso scrivono per alti tiranni di altri paesi arabi e così guadagnano un sacco di soldi”. Per non parlare del regime di Assad: “Guarda la Siria. La dittatura a Damasco ammazza i comunisti in patria, ma appoggia i comunisti iracheni. E’tutto un grande gioco” (pp.71). Il viaggio di Rasul verso l’occidente ha significato quindi vivere (e spesso sopravvivere) per settimane, mesi, in paesi che da lì a poco sarebbero stati investiti dalle rivolte, poi presto tradite, e che infatti erano (e sono) funestati da regimi a dir poco illiberali, pur distanti dai cliché affibbiati ai paesi a maggioranza musulmana. Ad esempio in Tunisia, il tassista: “Donne, alcol, quello che vi pare. Ma mai criticare il governo. In quel caso si va incontro a problemi seri […] Un tunisino che alloggiava nel nostro stesso vecchio e sudicio albergo da un dollaro a notte ci raccontò che lì i politici o gli intellettuali che si dichiaravano contro il governo venivano arrestati in un batter d’occhio, – Sempre la stessa merda, come dappertutto. Solo che qui, anziché in uniforme militare, stanno in giacca e cravatta” (pp.78). La moderna odissea di Rasul diventa anche occasione per cogliere gli umori degli immigrati di fronte alle autorità dei paesi occidentali, tra burocrazia e inefficienza. Se la Germania, agli occhi del narratore, appare “un luogo nascosto dietro un muro” (pp.96) dove convivono cavilli burocratici e apprezzabile pragmatismo teutonico, il nostro paese non risplende per serietà: “Grazie alla polizia italiana, che non aveva voglia di controllare tutti uno per uno, potei agevolmente saltare il muro di cinta del porto di Bari e raggiungere, infine, Bolzano” (pp.128).

E’ comunque evidente che non è corretto leggere il romanzo di Khider semplicemente come una sorta di analisi della politica mediorientale e dei suoi deleteri effetti su di un’Europa pasticciona. L’intento dello scrittore iracheno-tedesco era più elevato, come possiamo apprendere anche grazie ad una recente intervista rilasciata a Reset: “In passato ho vissuto molte situazioni per nulla piacevoli: il carcere, l’odio, la guerra, la tortura. A un certo punto ho avuto la sensazione che il destino avesse la coscienza sporca nei miei confronti e che per questo stesse cominciando a cambiare. Questo è il miracolo più grande che mi sia mai capitato”. Al fondo di tutto, malgrado lo sfondo cupo della repressione, della dittatura e dello sfruttamento, emerge quasi un manifesto di speranza. Uno spirito positivo, come possiamo ancora leggere su “Reset”, in cui anche alla scrittura (si pensi a Rasul alla ricerca spasmodica di carta) e alla lettura è riservato un ruolo fondamentale: “In fondo per me le cose non sono cambiate poi molto: se prima leggere era una battaglia perché la lettura in sé è un fatto pericoloso sotto una dittatura, adesso, nella democrazia, leggendo combatto contro il vuoto della vita”.

Edizione esaminata e brevi note

Abbas Khider, è nato a Bagdad nel 1973. Detenuto nelle carceri irachene sotto Saddam Hussein a causa di motivi politici, ha lasciato il paese nel 1996. è passato clandestinamente per vari paesi europei in cerca di rifugio, stabilendosi definitivamente in Germania nel 2000. Khider ha studiato Filosofia e letteratura a Monaco e Potsdam, attualmente vive a Berlino. Ha vinto numerosi premi di poesia e letteratura, tra gli altri il premio Adelbert von Chamisso per il giovane autore più promettente nel 2010 e i premi Hilde Domin e Nelly Sachs nel 2013.

Abbas Khider, “I miracoli”, Il Sirente (collana “Altriarabi migrante”), Fagnano Alto 2016, pp.163. Traduzione di Barbara Teresi.

Luca Menichetti. Lankenauta, settembre 2016