Barghi Nicola

Sunny Day

Pubblicato il: 9 gennaio 2011

“Prova ad ascoltare Barghi e il suo Sunny Day, poi mi dici”. Il consiglio è stato azzeccato, così ho fatto, anche se poi non è che mi sia risultato proprio facile dare conto dell’ascolto oltre ad un pur convinto “mi è piaciuto”. “Sunny day”, tanto si fa ascoltare bene quanto sfugge alle consuete definizioni musicali; e quindi parlarne (ed ora scriverne) non può essere un esercizio superficiale e sbrigativo.

Si ascolta bene nel senso che tutte le canzoni composte da Nicola Barghi e presenti nell’album si fanno apprezzare da subito: non vi è alcuna necessità di costringersi a ripetuti ascolti, magari con fare meditabondo, per coglierne le qualità. Un’immediatezza che ritengo sia frutto sincero del talento del suo autore, qui anche interprete, felicemente coadiuvato da Dersu Poletti alla chitarra elettrica, Alessandro Nottoli al basso, Michele Amato alle percussioni (più Elia Martellini al violino di “Assolutamente” e Massimo Fantoni in “Non è un gioco”). Niente altro che questo, senza facili scorciatoie. Difatti nelle tracce presenti in “Sunny Day” non ho colto quelle furbesche citazioni che, presenti dalle parti di tante blasonate star del pop, si avvicinano pericolosamente al plagio.

La difficoltà di scrivere in merito a “Sunny day” sta proprio qui, qualora si voglia evitare una mera elencazione di emozioni e sensazioni indotte dall’ascolto. Un discorso più tecnico, più musicale, che non abbia nulla a che vedere con i pipponi inconcludenti di un Mollica, deve partire dal fatto che i brani di Sunny day hanno poco o nulla a che fare con le tradizioni cantautorali alle quali siamo abituati. O quantomeno, ascoltando e riascoltando le canzoni, non sono riuscito a trovarci elementi tali che facciano pensare a qualche nostro mostro sacro della canzone (spesso solo mostro e per niente sacro). Forse limiti miei di ascoltatore, ma credo che molto si spieghi con la formazione musicale di Nicola Barghi.

Il giovane autore toscano – l’ho scoperto curiosando sul suo sito e spippolettando per la rete – fermo restando l’innato talento, la musica l’ha studiata sul serio, non è un semplice autodidatta, e, fin dai suoi esordi artistici, la sua attività si è alimentata nel culto del quartetto di Liverpool. Insomma Barghi è sicuramente musicista che nel suo eclettismo non ha disdegnato di cimentarsi nei diversi generi musicali – in fondo questo album ne è la dimostrazione più recente – ma soprattutto è un cantante rock autentico per passione e istinto, un frontman sicuro e disinvolto. Con “Sunny Day” Barghi, nel proporsi cantando in italiano, si è cimentato in un campo fino ad ora non molto frequentato. Quindi un album che dimostra tutto l’eclettismo del nostro e che, in virtù della formazione e delle passioni dell’autore, testimonia la peculiarità del suo stile, così poco allineato a quello suoi colleghi italiani. E’ come se Barghi avesse voluto trasferire la naturale e necessaria energia del rock classico nelle forme della canzone italiana. Un’operazione che si dice sia ormai del tutto consueta ma che, di fatto, può produrre ibridi inascoltabili. Ovviamente non è questo il nostro caso, oltretutto nel considerare che – aspetto che i cosiddetti critici di musica pop spesso trascurano nei loro compitucci superficiali di cronisti gossippari – la voce di Nicola Barghi è bella limpida, intonata, lontana dai timbri stitici (ma spesso lassativi per gli ascoltatori più consapevoli) di alcune star del rock nostrano.

Queste le tracce presenti in “Sunny day”:

  1. Un po’ più su:
  2. Senza di lei;
  3. Reazione chimica;
  4. Oggi, forse;
  5. Non è un gioco;
  6. Helsing:
  7. Sunny day:
  8. Sei meno 20;
  9. Me ne vado;
  10. Assolutamente (bonus track)

più il videoclip “Senza di lei”.

“Senza di lei” è la canzone più presente in rete, individuata probabilmente come apripista dell’album; ma per cogliere al meglio la varietà di stili proposta da Barghi e dai suoi eccellenti colleghi consiglio il confronto comparato tra “Me ne vado” e le “inglesi” “Helsing” e “Sunny Day”. Nella prima canzone, in italiano, l’ironia del testo e dell’interprete ci è piaciuta: qui finalmente ascoltiamo un cantante rock che sa fare musica senza prendersi troppo sul serio, mentre si capisce che l’unica cosa ad essere veramente presa sul serio è soltanto la musica in quanto tale. In “Helsing” (a mio avviso la canzone più interessante dell’album”) e poi in “Sunny Day” torna il Nicola Barghi “brit pop”, che si coglie essere perfettamente a suo agio con le sonorità intense e potenti del rock più classico: una bella dimostrazione di talento e vitalità che dimostra come la Toscana poi non sia così lontana dalle brume britanniche. L’ascolto di Sunny Day ci ha convinto: attendiamo Barghi alla prova del suo nuovo album e, viste le premesse, possiamo già profetizzare che non ci deluderà.

Edizione esaminata e brevi note

Brevi note:

Sunny Day – 2010 – Distr. Digitale Carosello Records

http://www.nicolabarghi.com/discografia/

In rete: http://www.nicolabarghi.com/

http://www.rockit.it/album/13397/nicola-barghi-sunny-day

Recensione già pubblicata su ciao.it il 24 dicembre 2010

Luca Menichetti. Lankelot 9 gennaio 2011.