Bernardini Giorgio

Chen contro Chen. La guerra che cambierà Prato

Pubblicato il: 1 maggio 2014

Avevamo già letto molte inchieste su Prato e sulla Chinatown italiana, quella che per intenderci parte da San Donnino e arriva sulle rive del Bisenzio. Tutte più o meno evocavano lo sfruttamento dei cinesi da parte della Triade oppure pratiche misteriose tipo le sepolture clandestine e conseguente immortalità formale di altri connazionali d’oriente. Diverso approccio col libro di Giorgio Bernardini, giornalista del Corriere Fiorentino e laureato in sociologia. Il retaggio accademico avrà avuto forse il suo peso, tant’è che “Chen contro Chen” si presenta, malgrado lo stile estremamente scorrevole, come “un racconto fatto di testimonianze reali, un’inchiesta sociale, una narrazione sul presente e sul futuro”: una serie di interviste, di quelle che fanno parlare appunto di ricerca sociale qualitativa. La tesi di fondo? Il cosiddetto “modello Prato”, al di là di tutta l’idiosincrasia degli italiani per la presenza orientale, potrà evolversi secondo l’esito di un altro contrasto, questa volta tutto interno alla comunità cinese. Si parla difatti della guerra silenziosa che si combatte nelle case dei cosiddetti migranti: due generazioni a confronto e spesso drammaticamente contro, senza troppi complimenti. Possiamo leggere da una parte le testimonianze dei più anziani, quelli arrivati in Italia per sfuggire alla povertà, che spesso sanno parlare solo cinese e che, con coerenza, interpretano per lo più il  “periodo Prato” come un lungo e faticoso intermezzo, per fare cassa e per poi tornare in Cina: “ la traduzione smarrisce alcuni passaggi, ma restituisce la scia di un sogno: vengo – guadagno – torno. E’ il modello del migrante, un giocattolo psico-sociale che si basa sul riscatto e l’avanzamento sociale. Una questione che gli italiani, specie quelli che hanno più di settant’anni, conoscono molto bene” (pag. 15). Dall’altra parte i figli, i nipoti, ormai pratesi anche nell’accento, ben intenzionati a rimanere in Italia e disposti semmai a tornare periodicamente in Cina giusto per salutare i genitori, qualora proprio non si fossero convinti a restare. Una diversa ottica questa del saggio di Bernardini che, pur ridimensionando tante leggende metropolitane, però non nasconde lo sfruttamento in atto, spesso autoimposto, ai danni dei lavoratori cinesi. Tutti aspetti che condizionano e condizioneranno un contesto economico, quello del distretto manifatturiero pratese, che aveva avuto prima protagonisti gli italiani e aveva visto nel dopoguerra uno straordinario boom nel tessile. Roba da fare di Prato la prima città italiana nel reddito procapite.

Ma leggiamo qualche passaggio del libro di Bernardini, di quelli che si propongono di ridimensionare le leggende metropolitane, nel contempo senza voler minimizzare il disagio sociale dei cinesi e dei pratesi: “Tanto per cominciare la favola degli orientali che nascondono i cadaveri della propria etnia per riutilizzarne i documenti, oltre ad essere macabra, è totalmente priva di fondamento. Come mai, allora, non ci sono cinesi nei cimiteri di Prato? Semplice: gli immigrati sono mediamente giovani, spesso giovanissimi ed è difficile muoiano prima dei cinquant’anni. Età a cui solitamente fanno ritorno in patria per portare a termine il loro progetto di vita. Ma c’è un mito che supera tutti gli altri per l’estensione del suo consumo […] Si tratta della comune credenza legata al fatto che i lavoratori cinesi di Prato siano schiavi. Il primo dicembre del 2013, nel rogo che ha fatto sette vittime tra gli operai della fabbrica dormitorio di via Toscana, è partita come sempre la bambola mediatica sulla schiavitù degli operai cinesi” (pag. 36). Approfondisce invece un articolo di Paolo Nencioni sul “Tirreno”, riportato da Bernardini: “I cinesi di Prato non sono schiavi, sono soltanto persone povere che fanno di tutto per uscire dalla miseria. E lo fanno come possono, tentando di sfuggire ai controlli di una legge, quella italiana sulla clandestinità, che è stata salutata come una manna dai confezionisti cinesi, perché ha gettato nelle loro braccia un esercito di operai irregolari, e dunque con meno potere contrattuale” (pag. 39).

Preso atto che i pratesi continuano ad essere infastiditi dalla loro Chinatown, questo è il contesto che vede svilupparsi la tensioni tra generazioni, con tanto di padri e madri spesso mal disposti nei confronti dei compagni e fidanzati italiani dei figli. L’esito di questo contrasto, di queste diverse prospettive di vita tra la prima e la seconda generazione di “migranti” – è la tesi ragionevole e ragionata di Bernardini – avrà un suo riflesso immediato anche sul futuro economico e sociale della città di Prato.

 

Edizione esaminata e brevi note

Giorgio Bernardini (Urbino, 1982), giornalista. Laureato in Sociologia, ha scritto per il Sole 24 Ore, l’Agi, Il Messaggero e per il Corriere Fiorentino. Dal 2011 è diventato corrispondente dell’Ansa.

Giorgio Bernardini, “Chen contro Chen. La guerra che cambierà Prato”, Round Robin editrice (collana Scialuppe), Roma 2014, pag. 130

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2014