Bhutto Fatima

L’ombra della luna crescente

Pubblicato il: 14 dicembre 2013

È un cognome importante quello dell’autrice del romanzo “L’ombra della luna crescente”. Se poi pensiamo all’ambientazione pakistana, ad una vicenda che descrive le tensioni politiche di quell’area, e in particolare del Nord Warizistan, regione semiautonoma ai confini con l’Afghanistan,  diventa quasi scontato chiedersi quanto Fatima Bhutto, abbia attinto dalla propria autobiografia, intesa quanto meno come piena consapevolezza delle drammatiche vicende politiche e sociali del proprio paese. Ricordiamo che sua zia era Benazir, con un nonno già presidente del Pakistan e un padre parlamentare, tanto per citare soltanto alcuni esponenti di una delle più influenti dinastie politiche del XX secolo. La domanda è forse retorica perché, pur a fronte di un racconto di fantasia, la posizione privilegiata di Fatima Bhutto, le precedenti esperienze giornalistiche e letterarie, hanno  fatto sì che il romanzo non ci sia apparso un esordio nella narrativa incerto o costellato di ingenuità. Magari possiamo cogliere qua e là come un eccesso di enfasi nella rappresentazione dei drammi dei protagonisti, ma sono osservazioni che coinvolgono semmai sensibilità e gusti personali piuttosto che un’oggettiva analisi letteraria. “L’ombra della luna crescente” è anche la cronaca di una giornata nella quale tre fratelli, molto diversi e con diverse aspirazioni, si troveranno alle prese con decisioni fondamentali per la loro ed altrui sopravvivenza. Tre fratelli, con rispettiva cerchia familiare, che, nella loro diversità e inconciliabilità ideologica, in qualche modo rappresentano le contraddizioni del territorio di confine nel quale vivono. Aman Erum, il maggiore dei tre, è ben intenzionato a tagliare i ponti con precaria la vita pakistana ed aspira a farsi una posizione nel ricco occidente, tanto da diventare un delatore dell’esercito ed a scendere a patti col losco colonnello Tarik. Sikandar è medico, continua a curare senza sosta le vittime delle tante e speculari violenze di quella parte di mondo, ma nel contempo, dopo la morte del figlio in un attentato, vive senza più aver ben chiaro il proprio ruolo e il significato della propria professione, mentre la moglie sta ancora peggio, è fuori testa e si imbuca nei funerali come ad esorcizzare il lutto. Hayat, il minore, è invece il fratello che si propone come oppositore del sistema, accompagnato nelle sue scelte radicali dalla giovane Samarra, vittima della violenza repressiva dell’esercito e già promessa a Amam Erum prima della sua fuga in occidente.

Raccontato così in poche righe, nell’evocare il terrorismo jihadista, i governi corrotti dell’area mediorentale, i fanatici talebani, si potrebbe anche pensare a qualcosa simile ai più noti best seller d’avventura. In realtà il romanzo di Fatima Bhutto si coglie subito essere stato scritto con ben altre ambizioni, intellettualmente impegnato e, senza voler spaventare il lettore, anche un po’impegnativo. La rappresentazione di una gioventù pakistana stretta tra la repressione e le rappresaglie del regime, le istanze separatiste (“credi che questa nazione chiuderà i battenti solo perché duecento bifolchi di confine vorrebbero appartenere all’Afghanistan?”), il fanatismo religioso e la sbrigatività criminale della politica occidentale, con i suoi droni assassini, non si limita al racconto lineare della mattina dei tre fratelli, ma, con frequenti flash back, mostra un intersecarsi di livelli temporali, dal presente, anche per quanto riguarda i verbi della narrazione, al più recente passato, con un progressivo svelamento dei motivi di certe scelte apparentemente radicali e senza via di uscita. Attenzione che viene richiesta quindi per cogliere appieno cosa c’è dietro il non detto dei protagonisti del romanzo, ma anche per meglio comprendere la quotidianità di un paese così lontano dall’occidente. Il riferimento, anche se non siamo alle prese con un romanzo russo, con i suoi nomi e nomignoli complicatissimi, è alle tante espressioni in pashto (la lingua iranica parlata soprattutto in Afghanistan) presenti tra la pagine del racconto e che, con opportuna scelta editoriale, sono facilmente chiarite grazie ad un glossario in fondo al volume.

Fatima Bhutto, sicuramente senza atteggiamento snobistico ma con attenzione chirurgica, tra l’altro riesce bene a rappresentare una sensazione di precarietà presente anche nelle famiglie più facoltose, ambienti costellati di detriti di ogni tipo, materiali e spirituali, lasciandoci a volte con l’idea di un che di sciatteria e trasandatezza un po’ in tutti luoghi della vita quotidiana. Un romanzo quindi che, con spirito poetico e, nel contempo, con approccio quasi sperimentale (si ricordino i diversi livelli temporali, una sobrietà di linguaggio che pare venire meno soltanto di fronte alle sofferenze dei protagonisti, pagine che alternano una sorta di lentezza orientale con momenti dove il sangue e la promessa di morte rende tutto più concitato) volendo raccontare una realtà fatta di palesi contraddizioni, humus ideale per le violenze incrociate dei fanatici e dei repressori, mostra innanzitutto i soggetti deboli di questa situazione: i giovani pakistani (come ci ricorda la stessa scrittrice in Pakistan i due terzi della popolazione sono sotto i trent’anni) e le donne, divise tra la limitata occidentalizzazione delle regioni centrali e della capitale, la pretesa sottomissione da parte dei talebani e di quelli che condividono il loro spirito, e la reazione ribelle delle Samarra che non accettano più la repressione loro inflitta.

Dopo aver letto il romanzo abbiamo saputo di una sua possibile trasposizione cinematografica. La cosa non ci meraviglia affatto: proprio per com’è costruito, con questi repentini flash back e retroscena che vengono svelati spesso con un semplice inciso en passant, “L’ombra della luna crescente” si presta molto bene a diventare un film. Ma – l’avrete capito – niente a che fare con un banale thriller o qualcosa di semplicemente avventuroso.

Edizione esaminata e brevi note

Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.

Fatima Bhutto,“L’ombra della luna crescente”, Cavallo di Ferro, Roma 2013, pag. 256. Traduzione di Daniela Di Falco.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2013