Burette Théodose

Fisiologia del fumatore

Pubblicato il: 6 dicembre 2015

 

Il lettore non deve equivocare: “fisiologia”, nel caso del libello di Théodose Burette, ha davvero poco a che vedere con lo studio di un organismo vivente, e nello specifico dell’organismo di un fumatore. E’ vero che si legge di un improbabile “procedimento disinfettante” (pp.85) e di mirabilie medicinali contro il colera e lo scorbuto; ma la sostanza di questa “fisiologia” è ben altra. L’opera dello storico Théodose Burette, come ci ricorda Mara Bevilacqua nella colta e ampia introduzione, segue la scia di altre physiologies francesi della prima metà del XIX, ovvero piccoli libri economici, un po’ letteratura un po’ trattato scientifico, spesso ironici e parodistici nel tratteggiare classi sociali e tipi umani: pubblicazioni che videro la luce grazie alla libertà di opinione concessa dalla Costituzione del 1830 e che, a fronte di una monarchia sempre più reazionaria, rappresentarono forse un innocuo sfogatoio dei malumori delle cosiddette “masse”. Nel caso specifico poi dell’opera di Burette ogni considerazione sul potere, anche se non assente, cede e si commisura all’argomento principe, che tutto copre sotto una gioiosa cappa di fumo. Sigarette, sigari, pipe di ogni latitudine, grazie a questo canto di lode ironico e infervorato, sono raccontati come strumenti ideali per godere di una fondamentale gioia della vita. Il tutto senza risparmiarsi qualche giudizio sarcastico sulla società francese che da lì a poco avrebbe conosciuto la cosiddetta Seconda Repubblica. Libello quindi, ma interpretabile innanzitutto come una sorta di panegirico del fumo, dei tabacchi e di tutte le ritualità collegate alla nobile usanza del fumare. I primi a godere di questo privilegio, praticamente senza subire limiti di sorta, sono stati i marinai e i soldati. Ma ormai, sempre secondo l’entusiasta tabagista e malgrado le antiche ostilità del potere reazionario e della Chiesa, era giunta l’ora che il diritto di fumare sempre e comunque si affermasse definitivamente. Non un capriccio fine a se stesso ma una necessità dell’animo umano: “Hanno detto: Quando non si è felici, bisogna essere filosofi: stupido assioma! Quando non si è felici, bisogna fumare, e io lo dimostro” (pp.25).

E’ evidente che questa opera celebrativa del fumo non dovrà preoccupare i lettori moderni, e non solo per le compiaciute esagerazioni proposte dall’autore. Nessun pericolo di venire in qualche modo traviati e poi invogliati a ciucciare esalazioni da una pipa o da un sigaro. In un’epoca in cui gli stessi fumatori sono consapevoli quanto male faccia il loro vizietto, pur fregandosene beatamente di impestare se stessi e il prossimo, l’enfasi di Théodose Burette sulle virtù curative del fumo – l’abbiamo anticipato – farà tutt’al più sorridere. Da questo punto di vista appaiono coerenti le rimostranze dall’autore contro i primi vagiti di una medicina scientifica e salutistica: “Aggiungete a ciò le teorie più bizzarre, le avversioni più sciocche e prolisse e avrete l’idea del degrado in cui era caduto il tabacco sotto il giogo dei medici” (pp.35). Sul colera, ad esempio: “ne abbiamo tristi ricordi! E’ il tabacco che soffoca i miasmi pestilenziali, che spegne le lanterne rosse piazzate sui fanali di distanza in distanza, per illuminare la marcia trionfale di questa tormentosa malattia”. Sullo scorbuto e sui problemi odontoiatrici: “La virtù del tabacco e della sua cenere meravigliosa non si ferma ai denti. Giova alle gengive, è nemica dell’afte” (pp.85). La verità è che, al di là di tutte le giustificazioni immaginarie e tipiche dei panegirici, questo breve esercizio letterario, oscillante tra ironia e seriosità, tra sociologia e giornalismo, innanzitutto ci rappresenta l’atto del fumare come goduriosa esperienza estetica, un diritto inalienabile per la crescita morale e intellettuale dell’essere umano. Così si spiega l’attenzione quasi feticistica nei confronti di pipe, sigari e sigarette, strumenti da maneggiare con cura e con una loro intrinseca peculiarità: “Arriviamo infine alla sigaretta, la cui desinenza al diminutivo indica bene la sua natura ridotta. La sigaretta è gentile, viva, animata; ha qualcosa di provocante nella sua velocità: è la sartina dei fumatori” (pp.63). Per poi arrivare ai vertici della militanza tabagista: “Come il caporal è il re dei tabacchi, così la piccola pipa di terracotta è la regina delle pipe” (pp.71). Un’esperienza estetica pienamente compresa nella postfazione ironica di Massimo Roscia, che ci ricorda come “gli unici protagonisti della storia sono quei sottili fili di fumo che si fanno coordinate evanescenti di uno spazio-non spazio, si confondono con le parole, creano l’illusione che il tempo possa fermarsi in un eterno presente” (pp.169). A dire il vero illusione piuttosto breve per lo stesso Théodose Burette, che ha abbandonato la vita terrena a soli quarantatre anni. Tanto che a qualcuno potrà sorgere il dubbio: avrà fumato troppo o troppo poco?

Edizione esaminata e brevi note

Théodose Burette, (1804-1847) fu storico, traduttore di Ovidio e Orazio, professore e scrittore.

Théodose Burette, “Fisiologia del fumatore”, Armillaria, 2015, pag. 176. Traduzione, introduzione e note di Mara Bevilacqua. Con testo a fronte, ill. e un “Dispetto” di Massimo Roscia.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2015