Christoff Boris

Russische Opernarien und Lieder

Pubblicato il: 13 aprile 2008

“Di voci così non se ne sentono più”. Questa una dei tanti lamenti da parte dei melomani più severi e con più primavere sulle spalle.
In parte sono gli eccessi di chi tende a mitizzare il passato, ma all’ascolto di quel gran vocione “bizantino” di Christoff, non pare affatto siano affermazioni del tutto campate in aria.
Un artista che per oltre trent’anni è stato protagonista indiscusso del palcoscenico e la cui ascesa nel firmamento lirico ha avuto inizio subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Fu un suo omonimo, re Boris III ad assegnargli una borsa di studio per dedicarsi al canto in Italia, dopo averlo notato come solista nel coro di Gussla di Sofia. Sotto la guida del baritono Stracciari il cantante bulgaro riuscì ad ottenere una particolarissima fusione fra la vocalità slava (i portamenti, gli accenti e quelle inflessioni che alcuni critici hanno definito “bizantine”) e i dettami belcantistici tipicamente italici (suoni in maschera, uso sapiente della mezzavoce, una dinamica che lo portava da una voce ampia e tonante fino a dei pianissimi, inconsueti nelle voci gravi :“una qualità del suono omogenea nei tre registri, fatta più che di vellutate morbidezze, di risonanze come da un metallo antico percossi; e con riflessi oscuri ed arcani, con i colori caldi e austeri d’una pittura bizantina”): riuscì ad evitare quei difetti che sono la caratteristica negativa di molti bassi dell’est Europa quali acuti ingolati, forzature, tecnica incerta (vedi il caso eclatante di Paata Burchladze).
L’esordio ufficiale avvenne nel 1946 a Roma, diretto da Bernardino Molinari con l’Addio di Wotan dalla Walkiria: da allora però fu costante la sorveglianza delle tessiture adatte alla propria gamma naturale (tre ottave in voce di vero basso) e, se non in qualche rara incisione discografica, mai più forzò il suo possente strumento in ruoli da bass-baryton; al punto da rinunciare a Wotan, ad Amfortas, all’Olandese.
Christoff eccelse nel repertorio russo: grande il suo Boris (il personaggio che lo rese celebre in tutto il mondo), l’Ivan il Terribile, Ivan Susanin, Kociubeij, dove alla bellezza del metallo si accompagnò un inusuale dominio del palcoscenico; in altri termini fu un grande attore drammatico. In Verdi le migliori interpretazioni furono quelle di Silva, Fiesco, Procida e soprattutto Filippo II: il suo re presentava non solo la vocalità “regale” e sobria adeguata al personaggio ma un approfondimento espressivo che continuò di recita in recita fino all’edizione del Regio di Parma nel 1982. Al termine del monologo scoppiò in sala un’ ovazione e il grido di un loggionista: “Sei in drago!”. Fu l’addio di Christoff alle scene. Due anni dopo lo ritroveremo in concerto a Firenze con musiche di Mussorgsky; e poi il definitivo ritiro.
Anche in questo recital di arie d’opera e lieder russi, Christoff, adeguatamente supportato da Nicolai Malko, Herbert Von Karajan, Issay Dobrowen, Gerald Moore, conferma di possedere uno strumento vocale del tutto peculiare, riconoscibile fra mille: sono brani tratti da note incisioni in studio del periodo giovanile, come il “Boris Godunov” diretto da Dobrowen, dove interpretava i tre ruoli gravi. E’ qui che il cantante dà il meglio di sé, nel suo repertorio d’elezione. Anche senza scomodare il citato Godunov basti ascoltare l’aria da Sadko e confrontarla con le interpretazioni dei suoi blasonati colleghi, come Reizen, per comprendere la potenza di suono che riusciva a produrre.
Detto molto in soldoni, Boris Christoff, pur fuoriclasse indiscusso, se nel repertorio italiano poteva dare l’impressione di cantare sillabando le parole in maniera fin troppo accentuata (una delle caratteristiche che più lo rendevano riconoscibile), questa sorta di difetto non lo dava a sentire più di tanto quando affrontava il repertorio slavo.
Come in questo recital, ricco di brani celeberrimi e nello stesso tempo sicuramente di facile ascolto anche per il neofita del melodramma.
Un aggettivo che viene spontaneo dopo l’ascolto di “Russische Operariern und Lieder”? Regale.

Modest Mussorgsky (1839-1881)
Boris Godunov (Rev. Rimsky Korsakov)
1. Pimen’s Monologue
2. Varlaam drinking song
3. Boris’s Monologue
4. Boris’s Farewell e Prayer
5. Death of Boris

Khovanshchina
6. Dosidetheus’s Aria
7. Song of the Flea (orch. Rimsky Korsakov)

Alexander Borodin (1833-1887)
Prince Igor (Compl. Rimsky Korsakov e Glazunov)
8. Prince Glaintsky’s Aria
9. Khan Konchak’s Aria

Nikolai Rimsky Korsakov (1844-1908)
Sadko
10. Song of the Viking Guest
The Legend of the Invisibile city of Kithez
11. Prince Yuri’s Aria

Pyotr Ilich Tchaikovsky (1840-1893)
Eugene Onegin
12. Prince Gremin’s Aria

Canti tradizionali
13.Canto dei battellieri del Volga
14. Canto del prigioniero siberiano

Modest Mussorgsky (1839-1881)
15. The Field Marshal (Song e Dances of death, n.4)
16. The Spirit of the Heaven

Edizione esaminata e brevi note

Philarmonia Orchestra e Coro del Royal Opera House, Covent Garden
Direttori: 1) Nicolai Malko; 2) Herbert Von Karajan; 3,10-13 Issay Dobrowen; 11-12 Wilhelm Schuchter .
Piano: 14-16 Gerald Moore.
Registrazioni in studio anni 1949-1951

Recensione già pubblicata su ciao.it il 31 marzo 2004 e qui parzialmente modificata

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 208