da Villanova Arnaldo

Trattato sui vini. Liber de vinis

Pubblicato il: 1 marzo 2015

“Poiché è giunto il tempo in cui si è soliti utilizzare i vini come medicamenti, ecco le consuete preparazioni di quelli che conservo a mente: qui li descrivo con le rispettive proprietà e virtù” (pag. 27). Così inizia il “Liber de vinis” di Arnaldo da Villanova, tradotto da Manlio Della Serra per le nascenti edizioni Armillaria: un progetto editoriale che intende occuparsi di “testi antichi difficilmente reperibili in italiano o fruibili in lingua originale”. Del tutto particolare poi l’idea occuparsi di artigianato editoriale con la produzione di “PseudoBook” , ovvero libri pregiati realizzati a mano. L’intento principale è comunque quello di proporre nuove traduzioni corredate da testo a fronte e  “da un apparato critico compiuto, per offrire canali di confronto e divulgazione accessibili e puntuali. Nel progetto editoriale convergono in prevalenza argomenti di orientamento filosofico e teologico, ma non mancheranno opere a tema politico, storico, letterario, musicale, enogastronomico”. E difatti un titolo come “Liber de vinis” risulta quasi paradigmatico per l’evidente compresenza di elementi filosofici ed enogastronomici. Un enogastronomico che però non è il caso di equivocare: come del resto appare evidente leggendo le prime righe del trattato, i vini di Arnaldo da Villanova sono essenzialmente enoliti, ovvero quelli che oggi chiamiamo vini medicati, vini medicinali o tinture vinose, e che, ora come allora, sono frutto di  preparazioni in cui le droghe, o comunque gli elementi attivi, sono solubilizzati o posti a macerare nel vino. Poco a che fare quindi con le degustazioni di barricati o dei gran cru; salvo la presa d’atto che la complessità propria del mondo dell’enologia ed un necessario eclettismo non rendono del tutto estranei l’antico alchimista e proto-medico Arnaldo da Villanova e i nostri più esperti sommelier. Del resto se è vero che lo scopo di “Armillaria” è quello di pubblicare “tentazioni letterarie dimenticate” – come ancora è scritto nella presentazione – e tali da  “annullare lo spazio e il tempo per indagare l’oscura simultaneità che agita la grande macchina universale del mondo”, allora è probabile che Mara Bevilacqua e Manlio Della Serra, i due ideatori del progetto editoriale, abbiano scelto da subito un autore particolarmente congeniale a questa rivendicata polivalenza: Arnaldo da Villanova, medico, alchimista ed anche autore di opere d’argomento religioso che, come scrive Della Serra nella colta ed ampia introduzione al libro, aveva una fisionomia intellettuale complessa, quella di “un medico girovago che dimostrava sia l’abilità di un filosofo che l’accuratezza di un teologo, la precisione di un alchimista e l’irriverenza di un valido interlocutore abituato alle sfide della politica” (pag. 13). Possiamo infatti definire il pensiero alchemico come un sistema filosofico esoterico che non ebbe remore ad appropriarsi di discipline come la chimica, la fisica, l’astrologia, la metallurgia e la medicina. Un’alchimia che nel pensiero di Arnaldo da Villanova non vuol dire creare dal nulla, ma piuttosto una forma di scienza che intendeva trasmutare gli elementi e, grazie alla conoscenza, svelare cosa si celava dietro fenomeni apparentemente straordinari: “non c’è niente di forte né di straordinario per chi conosce tutto questo. Ma chi conosce le nature e le potenze delle cose semplici e chi possiede una forte capacità d’immaginazione fa apparire queste cose meravigliose” (pag. 51). Un alchimista eretico magari nei confronti di altri alchimisti ma non di fronte a Dio, nonostante la vita e l’opera di Arnaldo da Villanova abbia avuto a che fare con la repressione da parte della Santa Inquisizione: “In questo gli alchimisti sbagliano: infatti creano la sostanza e il colore dell’oro senza che abbia le virtù prima pronunciate. Allora gli consiglierei di usare l’oro che proviene da Dio, non quello fatto dalle mani dell’uomo: infatti quest’ultimo, a causa di caratteristiche pronunciate ed estranee alla natura dell’uomo, le quali lo assalgono con sofisticazione, nuoce maggiormente al cuore e alla vita” (pag. 69). Alchimista particolare perché, se è stato detto che l’alchimia  si era affiancata alla tradizione medica con l’intento anche di soppiantare l’approccio galenico-ippcratico, in Arnaldo da Villanova troviamo più volte riferimenti alla teorie ippocratiche, come si evince ad esempio dal richiamo al suo trattato “De humido radicali” dove il nostro autore, complici proprio Ippocrate e poi Galeno, riprende l’idea che la durata e la qualità della vita siano condizionate dal caldo-umido presente nell’organismo.

La lettura di “Liber de vinis” si presta perciò ad analisi impegnative che implicano un’indagine accurata sul rapporto tra filosofia, l’alchimia, la nascente scienza medica nell’Europa XIII secolo. Volando più basso è probabile però che l’attenzione del lettore contemporaneo, e non del tutto estraneo alle frequenti polemiche che regolarmente rimbalzano negli ambienti scientifici, possa essere a rivolta a quei passaggi del trattato che sembrano cogliere aspetti tutt’ora controversi della professione medica: “Ma, ahimè, molti sono chiamati alla professione, pochi gli eletti: la scienza medica è rivolta a quanti si dedicano allo studio degli universali: chi infatti riduce le molte cose singole all’universale ottiene il meglio” (pag. 53). Quasi l’anticipazione, proprio da parte di un antico alchimista, della professione medica praticata con metodo olistico che, sempre in mezzo a furibonde polemiche ed accuse di antiscientificità, si è imposta quale necessaria ed auspicata reazione alla sicumera degli accademici, degli specialisti, o presunti tali, ed alla parcellizzazione del sapere.

Sono tanti i vini medicinali elencati e spiegati nel dettaglio da Arnaldo da Villanova e grazie all’ingenuità e all’ottimismo propri di questo medico alchimista del XIII secolo, potremo proseguire la lettura volando magari ancora più basso ma cogliendo così gli aspetti più curiosi e divertenti di un trattato che prometteva meraviglie. Così il vino per la flatulenza, che quasi suggerisce l’etimologia di alcune offese di uso decisamente moderno: “preserva la donna incinta da un aborto e conserva il feto fino al parto […] viene in aiuto alla donna resa sterile dalla flatulenza, dalla viscosità, dall’umidità o dalla freddezza dell’utero, rendendola così atta al concepimento” (pag. 119). A parte quest’ultimo passaggio, che stona decisamente con l’idea di piacevolezza nella degustazione, la lettura del trattato di Arnaldo, opera frutto di innumerevoli studi ed esperienze, permette di considerare le parole presenti nella quarta di copertina tutt’altro che banali od esagerate: “Oggi come sempre, degustare un buon vino significa anzitutto conoscere”.

Edizione esaminata e brevi note

Arnaldo da Villanova (1240-1313) fu medico, alchimista, e politico catalano. Fu influente consigliere del re di Aragona e di Sicilia, nonché medico di Bonifacio VIII. Nella storia della medicina è ricordato per il “Breviarium practicae” e il commento al “Regimen salernitanum”.

Manlio della Serra ha conseguito un PhD in Filosofia medievale all’Università di Roma Tor Vergata, con attività di ricerca presso la Eberhard Karls Universität di Tübingen, collaborando con la cattedra di Storia della Chiesa della Facoltà Teologica. Alla produzione editoriale affianca la traduzione dal latino e dal tedesco e attualmente coordina diversi progetti culturali.

Arnaldo da Villanova, “Trattato sui vini. Liber de vinis”, Armillaria, 2015, pag. 132. Traduzione, introduzione e note di Manlio Della Serra.

Luca Menichetti. Lankelot, marzo 2015