Ricapito Francesco

Reportage dal Senegal: La Remota Kedougou e Le Terre dei Poular – Parte 1

Pubblicato il: 16 ottobre 2017

Sabato 9 settembre 2017

Kaolack è brutta, sporca, trafficata, puzzolente, torrida, basti pensare che i suoi abitanti sono famosi in Senegal per i denti macchiati a causa della pessima qualità dell’acqua.

La città si trova lungo le sponde del fiume Saloum e a soli otto chilometri dalla sua foce. Da secoli è un crocevia commerciale che unisce il nord e il sud del Senegal. I francesi erano ben consapevoli della sua importanza strategica e quando colonizzarono la zona fecero di Kaolack uno dei porti più importanti del paese, soprattutto per il commercio delle arachidi. Queste ultime rappresentano ancora una buona parte del commercio locale e arrivando da sud è possibile vedere due grandi ammassi bruni alti almeno quindici metri di gusci d’arachide.

Kaolack è celebre anche per la produzione di sale: il terreno su cui sorge è infatti particolarmente salato e fuori città è possibile vedere molti grandi bacini artificiali dove l’acqua del Saloum viene fatta evaporare per poi raccoglierne i cristalli di sale.

Dal punto di vista religioso la città è particolarmente importante per i Tidjane, seconda confraternita musulmana del paese dopo quella dei Mourid. La sua moschea più grande si trova nella zona sud della città, la si nota subito per i colori sgargianti e le forme bizzarre: venne costruita da un milionario senegalese con dei fondi di dubbia provenienza e per questo i fedeli non ritengono opportuno frequentarla, di conseguenza giace in stato d’abbandono.

Nemmeno alle prime luci dell’alba, quando esco dalla casa dell’amica che mi ha ospitato per la notte, Kaolack è più bella: la strada è già trafficata e la temperatura sta salendo rapidamente, per fortuna c’è ancora una leggera brezza notturna che muove l’aria.

Cammino fino alla gare routière, mi siedo davanti alla stazione di servizio della Shell ad aspettare la mia compagna di viaggio e mi lascio distrarre dalla confusione del posto. La gare routière si trova praticamente dentro il mercato e questa commistione crea un’atmosfera di frenesia, confusione che una volta un turista paragonò al porto spaziale di Mos Esley di Guerre Stellari – Episodio IV.

Nello spiazzo dei pulmini stanno caricando passeggeri, sacchi di riso, pneumatici, bombole di gas, montoni e perfino un motorino. I venditori di caffè con i loro buffi carretti rossi sono già al lavoro, così come i venditori di panini che però sono dotati di carretti leggermente diversi: una sorta di mobiletti a due ruote con un grande cassetto dove la carne di montone si mantiene calda e continua a cuocersi nel suo sugo. Un sacco di riso con lunghe baguette è appeso di fianco e il ripiano del carretto è usato come tagliere per la carne. Queste mezze baguette sono la tipica colazione senegalese, sono farcite con carne, piselli, fagioli, patate, salsa di cipolle, uova sode, tutti sempre conditi con gli immancabili insaporitori Adja, Maggi o Kadi, che grazie ad una pubblicità martellante, sono ormai entrati a forza nella cucina tradizionale senegalese.

Gruppi di talibé si aggirano tra le auto e le moto con i loro barattoli di plastica e le mani tese per chiedere qualche moneta. Non appena mi vedono quasi corrono per raggiungermi, gli viene insegnato fin da subito che i bianchi hanno più soldi dei senegalesi e che soprattutto li danno più facilmente. I talibè sono uno dei problemi più controversi del Senegal contemporaneo: la parola in sé viene dall’arabo ṭālib e vuol dire “studente” (da cui viene anche il termine talebano) e in origine si trattava di bambini che venivano affidati a delle scuole coraniche, le daara. Qui oltre a studiare il Corano, era loro compito contribuire al sostentamento della scuola ed erano quindi mandati per le strade ad elemosinare monete, riso, zucchero o altro. Il sistema aveva una sua logica perché permetteva alle famiglie troppo numerose di assicurare da mangiare a qualcuno dei loro figli e allo stesso tempo d’insegnargli qualcosa. A dirigere le daara sono i marabout, potenti capi religiosi ancora oggi molto influenti in Senegal.

Negli anni purtroppo si è passati da una logica di sostentamento ad una di profitto e così i bambini sono spesso mandati per strada tutto il giorno a mendicare, vestiti malamente, lasciati di proposito senza scarpe per fare più compassione e se non raccolgono abbastanza sono spesso picchiati o lasciati senza mangiare. Il governo ha cercato d’intervenire e il numero di organizzazioni che lavorano con i talibé è altissimo, il fenomeno però è profondamente radicato nella società senegalese e cambiare la mentalità è ancora più difficile che cambiare le abitudini.

La mia compagna di viaggio arriva dopo pochi minuti: Jamie, volontaria dei Peace Corps americani conosciuta qualche mese fa ad una festa a Mbour. Vive in un villaggio nella regione di Kaffrine ed ha accettato di seguirmi in quest’avventura. I Peace Corps sono un programma statunitense iniziato negli anni Sessanta, i volontari selezionati prestano servizio per ventisette mesi e lavorano soprattutto nell’ambito dell’agricoltura, della salute e dello sviluppo. Qui in Senegal i volontari vivono in famiglie senegalesi, prima di arrivarci però ricevono un’intensa formazione sugli usi e i costumi del posto e pure sulla lingua, la maggior parte parla wolof, ma ce ne sono pure che parlano serer, pular, bambara e mandingue se vivono in villaggi dove la maggior parte degli abitanti sono di quel gruppo etnico.

Jamie parla wolof, il che è molto comodo, soprattutto se combinato con il mio francese, nonostante sia la lingua maggioritaria infatti, non tutti parlano wolof in Senegal.

Abbiamo deciso di partire così di buon’ora perché la nostra meta dista non meno di 511 chilometri: Kedougou, capoluogo dell’omonima regione nell’angolo sud-orientale del Senegal, a pochi chilometri dal confine con la Guinea. Per arrivarci dovremo cambiare auto a Tambacounda, più o meno a metà strada.

I 7place sono il mezzo di trasporto più comuni, vecchie Peugeot modificate per avere una fila in più di sedili e poter quindi trasportare sette passeggeri. Non essendo state originariamente pensate per questo scopo, la maggior parte dei sedili posteriori sono estremamente scomodi e piccoli, soprattutto per delle persone alte. Basandomi su viaggi precedenti ho calcolato che ogni volta che si viaggia in 7place si ha una percentuale tra il 15 ed il 20% di possibilità di guasto o incidente, tutto sommato accettabile. Stavolta siamo fortunati, ci sono ancora due posti liberi nella fila centrale, ci affrettiamo quindi a posizionarci i nostri zaini sopra.

Nei giorni scorsi ha piovuto e qua e là ci sono pozze di acqua nera in cui galleggiano sacchetti di plastica e altri rifiuti, le gare routière sono tra i posti più sporchi del Senegal. Gli ultimi sedili si riempiono in rapidamente e in venti minuti partiamo. Una sosta per fare benzina e poi via, sul lungo serpentone d’asfalto che stende le sue spire per tutti i 273 chilometri che ci separano da Tambacounda: è la N1, la strada che da Dakar arriva fino al confine con il Mali.

Durante la stagione delle piogge, il paesaggio brullo e polveroso tipico di questa regione si trasforma in un trionfo di verde che ricorda molto i prati inglesi e scozzesi. Passiamo Birkelane, capoluogo di provincia e poco dopo Kaffrine, capoluogo della regione, non molto distante da Diama Fara, il villaggio di Jamie.

In due ore siamo a Koungheul, dove ci fermiamo ad una stazione di servizio per una pausa bagno. Io ho il tipico buco nello stomaco di metà mattina, ma risolvo il problema con un ottimo panino al montone da uno dei carretti nei paraggi. Non ho nemmeno il tempo di addentarlo che ripartiamo, gli autisti dei 7place hanno sempre “i carboni sotto il didietro” come si dice dalle mie parti.

Le condizioni della strada sono ottime, ciononostante troviamo un gran numero d’incidenti o di veicoli in panne. Per la maggior parte si tratta di grandi camion maliani che hanno bucato, ma non è raro trovarne alcuni ribaltati o usciti di strada o che hanno fatto un frontale con un veicolo che arrivava dal senso opposto. Non c’è molto da stupirsene dopo che si sono viste alcune delle manovre spericolate di questi camionisti che, probabilmente per rispettare dei termini di consegna impossibili, sono costretti a guidare senza soste e magari pure ad assumere qualche sostanza che li aiuti a restare svegli.

È circa mezzogiorno e mezzo quando arriviamo a Tambacounda: capoluogo di regione ma fondamentalmente città di transito verso il Mali, verso Kedougou o per coloro che vogliono andare in Casamance senza attraversare il Gambia. Tamba, come la chiamano i locali, si trova in una depressione rocciosa ed è quindi una delle città più calde del Senegal, ce ne accorgiamo appena scendiamo, il mio termometro segna 46°.

Troviamo facilmente la piazzola di partenza dei 7place per Kedougou, paghiamo il biglietto e diciamo al tizio incaricato di prenderci due posti nella fila centrale prima di allontanarci di qualche metro per mangiare qualcosa da una delle paninare della gare routière. Jamie opta per un grande classico, fagioli e maionese, io invece ne prendo uno con omelette. Siamo all’ombra di un gazebo ma grondiamo entrambi a causa del gran caldo.

Finito di mangiare torniamo alla piazzola, l’auto è arrivata ma sembra che ci sia un problema: il tizio dei biglietti aveva già promesso i posti ad altre persone, uno di noi due deve andare nei famigerati posti dietro. Io sono alto un metro e novantaquattro, Jamie un metro e sessantotto, senza neanche obiettare si sposta lei. Una volta che il passeggero del sedile anteriore ha finito di litigare con l’autista per ragioni a noi oscure, possiamo finalmente partire.

Ci sono 222 chilometri tra Tambacounda e Kedougou, i primi ottanta scorrono veloci e senza problemi, poi però entriamo nei confini del Parco Nazionale di Niokolo Koba e la strada diventa improvvisamente una pista polverosa disseminata di buche. Questo Parco, con i suoi 9000 chilometri quadrati, è il più vasto del Senegal, nonché Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Come molti parchi africani ha un grave problema di bracconaggio, dovuto anche alla scarsità di personale e di fondi per la manutenzione e la sicurezza. Al suo interno sono presenti una miriade di animali tra cui spiccano leoni, coccodrilli, antilopi, scimmie e facoceri. Una volta c’erano pure degli elefanti ma l’ultimo avvistamento risale al 1999. Avevo preso in considerazione l’idea di visitarlo, ma i costi per due persone sono decisamente proibitivi visto che bisogna noleggiare un 4×4, pagare l’ingresso, la guida e probabilmente qualche mazzetta ai custodi.

La vegetazione intorno alla pista è rigogliosa, alberi, cespugli, arbusti, tutti di un bel verde brillante. Qualche bassa collina rende il paesaggio più ondulato e ogni tanto le piante lasciano il posto a vaste radure erbose come quelle che si vedono nei documentari sulla savana. Jamie mi racconta che alcuni volontari di stanza a Kedougou hanno avvistato dei leoni mentre percorrevano questa strada. Il numero di camion che incrociamo è impressionante e non pochi sono fermi per un guasto a bordo strada.

Dopo una cinquantina di chilometri arriviamo ad una sorta di centro visitatori dove l’autista si ferma per una rapida pausa. I nostri compagni di viaggio si affrettano tutti a liberare le loro vesciche a bordo strada, questa era pure la mia intenzione, ma vengo distratto da una famiglia di scimmie che si dondola su un albero. Sono grandi come un cane di taglia media e hanno il pelo marroncino, una di loro ha un piccolo attaccato alla pancia. Faccio in tempo a scattare qualche foto prima che l’autista ci richiami per ripartire.

La seconda metà del parco assomiglia molto alla prima, altri cinquanta chilometri e usciamo. Il paesaggio è diventato un po’ più collinare e se possibile ancora più verdeggiante, intorno a noi grandi coltivazioni di mais quasi pronto per essere raccolto. Pochi chilometri ancora e attraversiamo il fiume Gambia, la cui sorgente si trova a sud, in Guinea.

Poco meno di un’ora e finalmente ci siamo: Kedougou. La città in sé ha meno di 20.000 abitanti e come la maggior parte dei centri abitati senegalesi si è sviluppata intorno alla strada nazionale che l’attraversa. La gare routière è una spianata di terra battuta insolitamente tranquilla. Usciamo e chiamo al telefono Moustapha, il gestore del campement dove trascorreremo la notte.

Lo incontriamo poco distante, un signore sulla sessantina con una bicicletta. Ci spiega che il suo campement è al momento in ristrutturazione e che quindi ci porterà in un altro gestito da un suo amico. Io già mi aspetto di finire in una squallida stanza in un retrobottega e invece arriviamo in questo piccolo complesso con quattro accoglienti bungalow basilari ma confortevoli. Il gestore si chiama Aliou, un tizio grosso e di poche parole. Moustapha prima di andarsene ci chiede qualcosa per “comprarsi il riso”, gli allungo controvoglia mille franchi.

Una doccia per riprenderci dal lungo viaggio e poi usciamo di nuovo, prendiamo un taxi e andiamo alla Regional House dei Peace Corps per incontrare degli amici di Jamie. I Peace Corps hanno delle strutture di appoggio in ogni capoluogo di regione. Sono fondamentalmente case dotate di dormitori e spazi comuni dove i volontari possono incontrarsi, lavorare, usare la connessione e prendersi una pausa dalla loro vita di villaggio. In teoria nessuno al di fuori dei volontari potrebbe entrarci, ma qui a Kedougou il guardiano è meno severo e così pure io ho accesso. Ad aspettarci c’è Dustin: tipico ragazzo americano biondo, ben piazzato e dagli occhi chiari. Si è offerto di darci una mano ad esplorare la regione: lui vive in un villaggio ad un’ora di auto e due a piedi verso il confine con la Guinea e qualche mese fa ha scoperto una bellissima cascata accessibile solo grazie ad un sentiero. Nel magazzino della casa c’è una tenda che possiamo prendere a prestito e così domani il piano è di trovarsi con il partner di lavoro del suo villaggio e farci portare là per passare la notte.

Oltre a Dustin ci sono altri volontari, tutti sotto i trent’anni, gentili e amichevoli. La casa assomiglia ad un campement, diversi edifici posizionati intorno a un cortile centrale dotato di area comune con divani e tavolini. Per cena camminiamo fino quasi alla strada principale e ci fermiamo da Abdoulaye, una sorta d’istituzione a Kedougou: baracchino umile e semplice specializzato in spaghetti cotti in padella con ingredienti a scelta. Per la mia porzione lascio da parte la mia italianità e seguo l’esempio di Dustin: cipolle, patate, frittatina e maionese, neanche fosse un panino. Bagnamo il piatto con una birra e, nonostante la mia provenienza, devo ammettere che è eccellente.

Chiacchierare con i Peace Corps è sempre un bel modo per avere un punto di vista fresco sul Senegal rurale: la maggior parte degli abitanti di questa regione è di etnia Peul, un gruppo presente in tutta l’Africa Occidentale e la cui lingua è ancora molto parlata. I Peul sono musulmani ma non hanno la passione per le confraternite che contraddistingue i wolof. A detta dei volontari non sanno per niente fare i conti e per quanto lavorino molto, hanno una innata tendenza all’ozio. Su a nord i peul sono ancora pastori nomadi, ma qui la maggior parte sono stanziali. Ashley, una delle volontarie che lavora sulle questioni di genere mi dice che il 95% delle donne qui ha subito l’infibulazione: una pratica che rende qualsiasi rapporto molto doloroso per le donne e che secondo la logica locale assicura che non tradiscano il loro marito. Non essere infibulate rende per una donna quasi impossibile sposarsi, sono pochi infatti gli uomini che l’accetterebbero.

Sono discussioni molto interessanti ma la fatica si fa sentire e domani ci aspetta una lunga giornata. Salutiamo tutti ed usciamo, l’aria è piacevolmente fresca, in lontananza si vedono i lampi di un temporale, la stagione delle piogge non è ancora finita. In cielo una grande quantità di stelle e perfino la Via Lattea e sono talmente concentrato ad ammirarla che per poco non inciampo in una mucca che dorme pacifica in mezzo alla strada.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/K%C3%A9dougou

https://en.wikipedia.org/wiki/Fula_language

Francesco Ricapito Settembre 2017