Kiš Danilo

Dolori precoci

Pubblicato il: 17 ottobre 2009

Sono diciannove i racconti di “Dolori precoci”. Il libro fa parte di una trilogia che comprende anche “Giardino, cenere” e “La clessidra”. Tutti pubblicati per la prima volta nel 1969. Kiš ha iniziato a scrivere da bambino, a nove anni, in ungherese, ma la sua lingua letteraria è il serbo-croato.
La memoria, il suo inarrestabile flusso, il suo inesorabile culto è quanto trasuda da “Dolori precoci”. L’infanzia di Kiš, tracciata in frammenti, in minuscole porzioni di ottima narrativa. La presenza di una madre povera ma determinata a non farsi sopraffare dalle piegature della storia. Una sorella, Anna, un po’ più grande e col potere di demolire, attraverso il cinismo e la presa in giro, qualsiasi pensiero, qualsiasi piccolo errore e per questo vissuta sempre con un certo timore. Un padre sfumato nel mito e nella trama del tempo: mio padre era alto, un po’ curvo, portava un cappello nero a tesa rigida, occhiali con montatura d’acciaio e un bastone con la punta di ferro. Portato via dai nazisti e poi morto ad Auschwitz nel 1944.

Momenti semplici della vita di un bambino. Ed è quel bambino che ci racconta, a parole sue e col filtro della propria coscienza, i momenti incontaminati dell’infanzia. Un tempo scavato e scomparso, come la strada degli ippocastani che nessuno ricorda più, come la casa cancellata da altri uomini e da altri eventi: Ha sentito, la casa non c’è più. Dove era il mio letto, adesso c’è un melo. Un albero nodoso, contorto, senza frutti. La stanza della mia infanzia si è trasformata in un riquadro di cipolle e nel punto dove si trovava la Singer di mia madre c’è adesso un cespuglio di rose. A lato del giardino sorge una palazzina nuova di tre piani, dove abita il professor Smerdel. Gli ippocastani sono stato abbattuti, dalla guerra, dagli uomini – o semplicemente dal tempo.

La nostalgia e un’irreparabile amarezza sfiorano leggère ogni pagina. C’è un piccolo dolore nascosto in ogni racconto, a volte addolcito da pacata ironia. I ricordi affiorano e fioriscono: la prima serenata per Anna, illuminata dalla luce di un fiammifero e dall’odore delle rose; i segni lasciati sul prato dal tendone del circo e dagli animali che ne facevano parte; la dolcezza della prima “fidanzata”, un piccolo amore custodito con vergogna, con la paura che gli altri capissero e difeso col pudore dei silenzi; il sacco di funghi raccolti con entusiasmo e poi buttati nel fiume perché velenosi.

Tra i le storie più intense sicuramente “Da un album di velluto”: un racconto di micro-racconti. Il ritorno della zia Rebeka dal campo di sterminio. Un ritorno che, si sperava, potesse segnare anche il riapparire del padre. Una speranza tranciata di netto dalla zia: l’uomo è morto. Ero convinto che zia Rebeka non dicesse la verità, per quanto il suo aspetto e i movimenti della sua testa avessero un che di tragico. Ma nonostante tutto, vedevo in questa scena una grande mistificazione, il desiderio della signora Rebeka di cancellare mio padre dalla faccia della terra nel modo più indolore – con quel lento moto della testa. Il bambino (o l’uomo?) ricostruisce i luoghi della tragedia, la beffarda casualità che, probabilmente, aveva visto suo padre finire nella colonna delle donne e dei bambini. Picchiato dai calci dei fucili ed umiliato, prima di essere ucciso come tutti gli altri.

Un dramma familiare che sua madre tenta di superare inventandosi maglierista. Due ferri di ombrello usati per realizzare maglioni per gli abitanti del villaggio. Un’arte preziosa che però imparano in fretta anche le altre donne, imitando selvaggiamente manifatture e decorazioni. Alla fine mia madre, dopo molte esitazioni e insonnie, rinunciò e tornò nei campi a spigolare: non aveva più nemmeno un’ordinazione.
Estremamente commovente anche il ricordo di Dingo. Il “cane parlante” de “Il ragazzo e il cane”. Un affetto speciale ed incancellabile.

La scrittura di Kiš è pulita ed intensa. La sua letteratura ha radici profonde, mescolate ad appartenenze varie. Un padre ungherese ed ebreo, una madre montenegrina ed ortodossa: da mia madre ho ereditato la tendenza a combinare fatti e leggende, e da mio padre il tono patetico e l’ironia. Una miscela che non genera legami univoci ma passaggi e fusioni, anche linguistici e culturali.

La tecnica del racconto, ovviamente, sembra facilitare il recupero di immagini veloci, di porzioni di vita vissuta e anche di nostalgie disordinate, visto che i ricordi, solitamente, riaffiorano come schegge e non come monoliti. Piacevole, toccante e fruttuosa questa lettura. La scoperta di uno scrittore forse poco noto ma che rappresenta una voce particolarmente interessante della narrativa europea del secondo novecento.

Edizione esaminata e brevi note

Danilo Kiš è nato a Subotica, una cittadina nella regione della Vojvodina, al confine tra ex Jugoslavia (oggi Serbia) ed Ungheria, nel 1935. Suo padre era un ungherese di religione ebraica, ucciso dai nazisti ad Auschwitz, mentre sua madre, nata a Cettigne, in Montenegro, era di religione ortodossa. Danilo Kiš, a quatto anni, è stato battezzato nella fede ortodossa ed ha vissuto in Ungheria fino all’età di tredici anni. Successivamente, con sua madre e sua sorella, si è trasferito in Montenegro dove ha concluso gli studi superiori. I suoi primi scritti appaiono tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. Ha lavorato per diversi anni come lettore di serbo-croato in varie Università europee. Ha vissuto la maggior parte della sua vita a Parigi dove è morto, a seguito di un cancro, nel 1989. Le sue opere più importanti sono La mansarda (1962); Salmo 44 (1962); Dolori precoci (1969); Giardino, cenere (1971); Clessidra (1972); Una tomba per Boris Davidovic (1976); Lezione di anatomia (1978); Enciclopedia dei morti (1985).

Danilo Kiš, “Dolori precoci”, Adelphi, Milano, 2004. Traduzione di Lionello Costantini.