Milner Kate

Il mio nome non è rifugiato

Pubblicato il: 11 giugno 2018

Come spiegare a un bambino molto piccolo, sui tre anni, il dramma di coloro che sono costretti a scappare dal loro paese a causa della guerra?

Come fargli capire che non sono invasori o nemici, ma esseri umani in fuga?

Ci prova la scrittrice inglese Kate Milner con questo album illustrato, in cui il testo è ridotto a frasi minime e sono le immagini a parlare, con le loro tonalità azzurro-grigie, ad indicare la nostalgia e la mestizia che l’esperienza della fuga dalla propria casa e dalla propria nazione portano con sé.

È una mamma – il padre non compare mai – a spiegare al suo piccolo che devono andarsene, perché nella loro città non si può più vivere: nessuno rimuove le immondizie e manca l’acqua. Possono portare con sé solo poche cose, per il piccolo quelle che ci stanno in uno zainetto giallo.

Eccolo allora pronto con il fedele orsacchiotto rosso in mano: una delle poche note di colore in un mondo ingrigito.

Non dev’essere stato facile preparare quello zaino, come non è facile per la mamma scegliere cosa portare via, è come mettere il proprio mondo in una valigia sapendo che potrebbe non esserci il ritorno.

Naturalmente la mamma cerca di presentare al bambino gli aspetti positivi: ci sarà da ballare, giocare, ma anche da camminare tanto insieme a file interminabili di profughi, ci saranno disagi, lunghe attese davanti a porte chiuse, seduti su sedie scomode, sulle quali il piccolo si adagerà alla meglio per riposare un po’.

Si arriverà in un paese straniero, nel quale si parla una lingua sconosciuta e si mangiano cibi diversi dai propri.

Oltre alle eloquenti immagini, è la disposizione e struttura del testo ad essere molto efficace: a sinistra c’è una frase molto breve in cui la mamma spiega la situazione, in basso a destra, in un riquadro azzurro, una domanda cerca di far immedesimare il piccolo lettore con il suo coetaneo che deve scappare dalla sua patria. Lo scopo è suscitare empatia, far capire che si tratta di un bambino come lui, con le stesse necessità (“dove cambiarsi? Dove lavarsi i denti?”) e difficoltà di fronte a uno sconvolgimento destabilizzante del suo mondo. Inserirsi in una nuova realtà non sarà facile, ma un futuro migliore sembra aprirsi.

Una raccomandazione principale gli fa la mamma: deve ricordarsi di non chiamarsi Rifugiato, lui non è solo questo, ha un’identità, un nome, una cultura, una storia. Qualsiasi nome abbia – non ci viene detto, perché il bambino potrebbe essere di qualunque parte del mondo e di ogni paese – deve conservarlo ed esserne consapevole. Questo impedisce anche a noi di relegarlo nell’anonimato, confuso tra le migliaia di altri rifugiati, che arrivano ogni giorno e che hanno il diritto di avere un nome e di esistere.

Addirittura potrebbe avere il nostro nome…..

L’album racconta un grave dramma, senza la drammaticità, senza immagini orride, semplicemente invita i piccoli a capire dei coetanei, che poi si ritrovano in classe o al parco giochi.

La casa editrice sta preparando anche uno school-kit per gli insegnanti, affinché l’album possa essere adottato nelle scuole.

Edizione esaminata e brevi note

Kate Milner ha studiato illustrazione al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra e le sue opere sono state pubblicate in riviste ed esposte in varie gallerie di Londra e in mostre itineranti. Dopo qualche anno passato a lavorare come bibliotecaria e a occuparsi della sua famiglia, Kate è tornata a disegnare grazie a un posto nel Master alla Cambridge School of Art della Anglia Ruskin University. Il mio nome non è Rifugiato è un progetto indipendente sviluppato durante l’ultimo anno di studi. Per Il mio nome non è Rifugiato si è ispirata a sua figlia che iniziava la carriera di insegnante e alla propria esperienza di attivista politica. Il suo obiettivo era comunicare tutta la complessità della crisi europea dei migranti a un pubblico giovane ma esigente.

Il mio nome non è Rifugiato è stato vincitore del Victoria and Albert Museum Illustration Awards 2016. La giuria ha affermato: «Nonostante la gravità dell’argomento, le illustrazioni possiedono un’allegria anarchica che mostra il debito di Milner verso i grandi illustratori del passato, come Gerald Scarfe, Ralph Steadman e Ronald Searle». La giuria ha apprezzato gli schizzi a matita e a inchiostro di Milner, il post-editing in Photoshop, i «personaggi espressivi» e l’uso «delicatissimo di linee, forme e colori». Nel 2016 Milner ha aperto l’account Twitter @AbagForKatie, ispirata dal film Io, Daniel Blake. Si tratta di una campagna per donare prodotti sanitari alle donne attraverso i banchi alimentari.

Il mio nome non è Rifugiato è stato, inoltre, selezionato al Klaus Flugge Picture Book Prize 2018 e candidato al Kate Greenaway Medal 2018.

Kate Milner, Il mio nome non è rifugiato, Bologna, Les mots libres 2018, traduzione di Valentina Daniele. Titolo originale My name is non Refugee. L’album è realizzato in collaborazione con Emergency.