Pavarotti Luciano

Pubblicato il: 28 marzo 2008

rappresentante di una forma d’arte che ha trovato la sua massima espressione nel nostro Paese…sono cresciuto amando tutti i generi musicali e apprezzo molto il mondo pieno di magia della canzone, che dura pochi minuti.”
I contenuti della breve presentazione a firma di Luciano Pavarotti, contenuta nel booklet del Cd non rappresentano certo una novità: il grande tenore negli ultimi anni non ha mai perso occasione per dimostrare la propria vocazione “pop” nell’avvicinare quel pubblico destinato comunque a rimanere digiuno di opera. Di conseguenza l’auspicio di essere ricordato principalmente come cantante lirico, che ha calcato i più importante palcoscenici del mondo, credo sia destinato a rimanere lettera morta.
Il Pavarotti popolare, quello che per il solito grande pubblico è diventato sinonimo di cantante con voce impostata, sia esso tenore, basso o baritono, è in realtà quello che ha cantato “canzoni” come “Vincerò” nei contesti più improbabili (le virgolette hanno il loro perché) e che ha duettato con divi del pop e del rock.
Insomma un personaggio le cui performances a partire dagli anni novanta sono state descritte dagli Aldo Grasso e dai Luzzato Fegiz piuttosto che dai più ortodossi critici musicali “accademici” come Elvio Giudici o Rubens Tedeschi.
Pavarotti, con queste sue incursioni nella canzone in realtà non ha inventato niente di nuovo: senza dover citare gli esempi di celebri colleghi del passato basta pensare al suo amico – rivale Placido Domingo, musicista autentico, direttore d’orchestra che, nel suo lungo viaggio per un repertorio sterminato, non ha disdegnato di proporsi, con la sua bella voce brunita, come cantante confidenziale o più semplicemente come cantante di musica leggera.
I risultati ottenuti da Domingo in questo repertorio “anomalo” o ibrido, pur con tutti i limiti di una voce impostata e facile all’effetto circense, ritengo non siano stati affatto malvagi, sostenuti sempre dalla sua musicalità di fuoriclasse.

Risultati che paradossalmente in Pavarotti, cantante che ha fatto di questo suo approccio “pop” il suo cavallo di battaglia per la celebrità, non sempre sono stati all’altezza del suo talento naturale: vuoi per la sua esse sibilante quando cantava le canzoni napoletane, vuoi per un senso ritmico inadeguato rispetto quello che andava ad affrontare con la sua ugola impostata.
Vengono in mente alcuni dei suoi improbabilissimi duetti con divi della canzone, dove si poteva misurare il disagio e la difficoltà nel fondere vocalità e generi lontani anni luce: si diceva fossero solo esperimenti con finalità umanitarie e di beneficenza, ma nei fatti sono stati proprio questi meticciamenti di livello artistico quanto mai discutibile, con la loro (interessata) pretesa volta ad abbattere i “generi” (“non esiste la musica alta e quella bassa, musica leggera e musica pesante ma solo musica bella e musica brutta”) a rappresentare la misura della sua immensa popolarità; anche per chi – ripeto – mai si sognerà di ascoltare un’opera lirica con animo ed orecchio scevro da pregiudizi.
Possiamo dirlo senza troppe remore: quel Pavarotti lì, dal repertorio sempre più ristretto, non ci piaceva affatto; non era più lo straordinario tenore che aveva raggiunto il successo planetario con le sue interpretazioni di Puccini, Donizetti e Bellini: ormai era il cantante col faccione rassicurante di zio buono, adatto a tutti gli usi, e che qualcuno, perfidamente, aveva marchiato con “nazionalpopolare”.

Troppi pregiudizi e puzza sotto il naso? Forse esiste anche questo aspetto ma è un dato di fatto che parte dei melomani non si siano mai adattati a questo approccio disinvolto e popolare.
Per “svolta pop” intendiamo l’essere presente in ogni dove con performances tirate via ad uso di un pubblico di bocca buona, gli improbabili duetti, il repertorio ripetitivo e privo di rischi, non certo il fatto di cantare (ogni tanto) canzoni che esulano dal consueto repertorio lirico; il che, come già ribadito più volte, non è affatto una novità tra i cantanti d’opera.
Per questa ragione “Ti adoro” ha suscitato la mia curiosità, proprio perché inciso da un tenore dalle caratteristiche così “nazionalpopolari”.
Il suo nuovo CD, interamente “pop”, non contiene alcun duetto e mi risulta che, salvo la parziale eccezione di “Caruso” le canzoni siano in qualche modo originali, composte e arrangiate per Pavarotti:

1. Il canto (Musumarra/Pintus) 3.45;
2. Neapolis (Bonaventura/Mioli/Giannetti) 3.36;
3. Starai con me (D’Urbano/Centonze/Giannettoni) 4.23;
4. Ti adoro (Centonze/Smith) 3.13;
5. Notte (Musumarra/Barbarossa) 4.48;
6. Come aquile (Bellentani/ Zanni/Centonze) 5.02;
7. Domani verrà (Centonze/Vuletic) 3.41;
8. Buongiorno a te (Centonze/Giannetti/Nanni) 4.16;
9. Ai giochi addio (Rota/Morante) 4.23;
10. Stella (Centonze/Bennato) 4.12;
11. Tu e il tuo mare (Centonze/Bellentani/Prandi) 4.16;
12. Il gladiatore (Zimmer/Greenaway/Pescetto adapt. Centonze) 4.03;
13. Caruso (Dalla) con Jeff Beck come chitarra solista 5.44.

Il tenore, pur cimentandosi questa volta con qualcosa di “leggero”, è accompagnato da prestigiose orchestre quali la Royal Philharmonic, Bulgarian Symphony Orchestra, Orchestra di Roma della RAI, dirette da Rob Mathes, Stefano Nanni, Romano Musumarra, Giancarlo Chiaramello, David Whitaker e guest stars come Jeff Beck e Andrea Griminelli.
Un florilegio di brani che, in quanto a stile, mi pare richiamino i successi di Bocelli, artista che – talvolta – è riuscito a coniugare efficacemente repertorio popolare contemporaneo e vocalità (quasi) tenorile.
Ma mentre il cantante di Lajatico, pur dimostrando musicalità e una grande capacità di appassionare un pubblico naturalmente predisposto all’ascolto di ben altri generi musicali, di lirico in realtà ha poco, soprattutto a causa di timbro, tecnica e volume vocale mignon, Pavarotti è pur sempre il tenorissimo che ha raggiunto fama mondiale sui palcoscenici, pur con tutti i limiti interpretativi più volte rilevati quando ha voluto dedicarsi al repertorio popolare.
E, malgrado tutti i possibili pregiudizi di severi e rigorosi melomani, devo ammettere che, al crepuscolo della sua carriera, questa volta al nostro tenore possiamo rimproverare proprio poco.
Non so se ci sia lo zampino degli ingegneri del suono ma è un dato di fatto che, ascoltando “Ti adoro”, è difficile pensare ad un cantante di sessantotto anni, con alle spalle oltre 40 anni di intensa attività (le registrazioni risalgono al 2003): voce come al solito di bel timbro cristallino, potente, dalla dizione impeccabile (forse solo qualche sfasatura nel “Gladiatore”, a causa di un testo non particolarmente azzeccato).

13 canzoni di facilissimo ascolto, dove il nostro cantante svaria tra brevi momenti di canto poco impostato e un più frequente canto a piena voce, coerente con melodie che, complici ricche orchestrazioni, richiamano il melodramma.
A volte fin troppo se pensiamo a “Neapolis”, dove si colgono non pochi richiami ai grandi classici della canzone napoletana
Parziale eccezione con la canzone del titolo “Ti adoro”, dedicata alla figlia Alice, che vede Pavarotti impegnato (e non troppo a suo agio) con qualche strofetta dalla ritmica jazz.
Accanto a brani pur di tutto rispetto come “Il canto”, “Notte”, “Come aquile”, che però scorrono via senza lasciare particolare traccia nella memoria, l’orecchio si fa più vigile ed interessato quando il nostro tenore canta “Ai giochi addio” con testo della Morante e la musica di Nino Rota tratta dal Romeo e Giulietta di Zeffirelli; e poi “Il gladiatore” di Zimmer dall’omonimo film e “Caruso” (la chitarra di Jeff Beck però non sembra particolarmente in sintonia con l’atmosfera malinconica della canzone, va per conto suo e pare amalgamarsi poco con la voce di Pavarotti).
Artefice dei riusciti arrangiamenti è quel Michele Centonze, di cui da tempo sento dire un gran bene, nonostante in tutta onestà, ancora non abbia del tutto capito quale sia la sua formazione e soprattutto in cosa consista la sua attività di produttore e di imprenditore musicale. Un personaggio sicuramente abile ed eclettico se, come leggo, è riuscito a spaziare dalla composizione, alle collaborazioni con star come Jovanotti, Steve Wonder, Céline Dion, Mariah Carey, Joe Cocker, Phil Collins, Elisa.

E’ vero che il suo zampino nei duetti imbastiti (e imbastarditi) al Pavarotti & Friends è un indizio poco felice che farebbe pensare semmai ad un grande organizzatore ed imprenditore piuttosto che ad musicista d.o.c. dedito solo e soltanto a creazioni di qualità, ma è altrettanto vero che, per quanto mi riguarda, le sue quotazioni sono nettamente cresciute grazie a questo CD costruito su misura della voce di Pavarotti e che, pur non essendo affatto un capolavoro, rimane pur sempre una dignitosissima raccolta di musica disimpegnata e di facile ascolto; e con qualche momento che non fa affatto rimpiangere la spesa di oltre 20 euro.
Meritati gli applausi a Pavarotti, vecchio tenore che sembra un ragazzino e al suo produttore Centonze.

Edizione esaminata e brevi note

Luciano Pavarotti – Ti adoro – Decca 475 000-2

Recensione già pubblicata su ciao.it il 13 ottobre 2007 e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot.eu, marzo 2008