Ricapito Francesco

Mamma Li Turchi (e Li Greci) – Parte 3

Pubblicato il: 5 dicembre 2018

Martedì 17 luglio

Selim è già sveglio quando entro in salotto: è seduto sul divano e legge la sua pagina quotidiana del Corano. Lo fa da molti anni e mi ha detto che ogni volta ci trova qualcosa di nuovo.

Com’era prevedibile, la colazione a casa della nonna si rivela impegnativa: protagonista è il simit, ciambella di pane cotta al forno e coperta di semi di sesamo, croccante fuori e soffice dentro. Mangiarla in casa vorrà dire lasciare una scia di semi di sesamo ed incorrere quindi nelle ire di qualsiasi madre/moglie/nonna. Lo accompagniamo con formaggi di capra, pomodori, cetrioli, marmellate, confetture, burro, uova sode, olive nere e patatine fritte. Le olive le prepara proprio la nonna, le compra e poi le lascia macerare sotto sale in frigo per qualche settimana, a quanto pare è un sistema molto comune tra le massaie turche.

Parlando di abitudini turche, la cosa più interessante che ho scoperto in questi giorni riguarda tutt’altro ambito: gli appartamenti qui hanno due bagni, uno più grande con doccia, lavandino, armadietto e tazza e l’altro molto più piccolo e spoglio con solo lavandino e bagno alla turca. Ebbene, contrariamente a quello che potreste pensare, il bagno grande è dedicato ai bisogni piccoli, quello piccolo invece ai bisogni grandi. Selim mi ha anche fornito una dettagliata ed appassionata spiegazione di come il corpo umano sia fatto per espellere in posizione accucciata invece che seduta. Non voglio dubitare della scienza, però resto un convinto sostenitore ed estimatore della tazza.

Salutiamo nonna e lasciamo Bursa, prendiamo nuovamente il traghetto attraverso il Mar di Marmara e in circa due ore siamo allo studentato dove abbiamo dormito la prima notte. Non sono sicuro che agli studenti sia permesso avere ospiti, per fortuna Selim ha un rapporto preferenziale con il guardiano. Qui siamo a Gebze, cittadina che confina con la periferia di Istanbul e raggiungere il centro della metropoli è un vero viaggio che tra autobus e metropolitana porta via più di due ore.

Ci sono luoghi che forse non si è mai preparati del tutto a visitare, Istanbul è tra questi: sono partito con un libro di Corrado Augias dedicato alla città, ho letto più volte alcuni paragrafi molto evocativi del poeta russo Ivan Bunin, mi sono appassionato ad un racconto di viaggio di Paolo Rumiz che partendo da Berlino è arrivato fin qui in treno, ho perfino ceduto al conformismo e comprato la guida tascabile della Lonely Planet, ma quando mi ritrovo al cospetto di Aya Sofia e della Moschea Blu non ricordo nulla di quello che ho letto.

Iniziamo quindi dal Sultanahmet, il centro storico in cui sono concentrate molte delle attrazioni più famose della città. Ad Aya Sofya ci penseremo domani, oggi tocca alla Moschea Blu, edificio gigantesco che solo posizionato di fianco a Aya Sofia poteva sembrare meno maestoso di quello che è, considerazione crudele se si pensa che venne costruita proprio per rivaleggiare con quest’ultima. Venne aperta al pubblico nel 1617, durante il regno del Sultano Ahmed I e viene chiamata così a causa delle oltre 20.000 piastrelle turchese che ne decorano l’interno. Altra caratteristica unica sono i suoi sei minareti, solo la moschea della Ka’ ba alla Mecca ne ha di più, sette.

Capitiamo durante una delle preghiere quotidiane e quindi l’ingresso è vietato ai turisti. Selim entra e io lo aspetto fuori in compagnia di una pannocchia arrostita presa da un ambulante. Trovo molto corretto chiudere i luoghi di culto ai turisti durante gli orari di preghiera, una scelta controcorrente in un’epoca di capitalismo rampante e massimizzazione dei profitti. Dopo la preghiera riesco ad entrare ma purtroppo gran parte delle decorazioni sono coperte per restauri.

All’uscita ci ritroviamo nel vecchio ippodromo, che oggi si presenta come una sorta di piazza rettangolare. Proprio da qui vennero trafugati i famosi quattro cavalli di San Marco, un gruppo di bellissime statue di bronzo. I Veneziani li presero durante la IV crociata nel 1203 e li posizionarono in bella mostra sulla facciata della Basilica in piazza San Marco. Da qui vennero nuovamente rubati ma da Napoleone per poi tornare a Venezia nel 1815. Insomma, pur essendo di bronzo hanno fatto parecchia strada.

Ci allontaniamo e Selim mi porta ad assaggiare quello che secondo lui è il miglior caffè turco della città: il locale è nascosto da un’entrata di marmo piuttosto anonima, ma non appena si varca la soglia il fumo di decine di narghilè mi assale le narici e gli occhi e quasi mi fa perdere l’equilibrio. Il caffè turco viene preparato con speciali bricchetti di ottone, dopo averci fatto bollire l’acqua si aggiunge la polvere di caffè macinata molto sottile e la si lascia depositare per qualche minuto. La consistenza diventa più densa, il sapore sembra quasi di cioccolata e la sottilissima polvere lascia un gusto deciso su tutta la lingua.

Proseguiamo verso il Gran Bazar, forse il più famoso al mondo, il bazar per eccellenza, il non plus ultra di quello che noi europei possiamo considerare “esotico”, una città nella città frutto di secoli di mercanteggiamenti e commerci e oggi ricoperta da una spessa patina di turismo sotto alla quale però scorre ancora una delle tante anime di Istanbul. Merita sicuramente una passeggiata di mezza giornata, l’effetto è assicurato se si tratta del primo mercato orientale che si visita, se invece così non è potrebbe risultare meno memorabile, a me dà soprattutto l’impressione di essere una grande bancarella per turisti

Dal bazar raggiungiamo le sponde del Corno d’Oro: solo il nome ne fa capire l’importanza. Ai tempi dell’Impero Bizantino l’ingresso di questo affluente del Bosforo era protetto da una possente catena che rendeva quasi impossibile ogni assalto dal mare. Tra i tanti aneddoti storici che riguardano questo corso d’acqua, il più impressionante riguarda proprio la caduta di Costantinopoli, avvenuta nel 1453 al termine di un lungo assedio condotto dagli ottomani. A guidarli c’era il giovanissimo Sultano Maometto II e per riuscire nell’impresa dovette ricorrere ai più grandi cannoni allora esistenti ed escogitare una manovra ormai entrata nella leggenda: fece trasportare decine di navi via terra, dal Bosforo fino al Corno d’Oro, aggirando così la catena e mettendo in scacco i difensori.

Oggi queste rive vedono un continuo via vai di turisti ed abitanti, effluvi di pesce grigliato e transito di traghetti. Siamo nei pressi del celebre ponte di Galata, decine di pescatori lo utilizzano come piattaforma per lanciare le loro lenze:” insomma, di più rumoroso e variopinto di Galata al mondo non v’è nulla.” Parole del poeta Ivan Bunin.

Saliamo su uno dei traghetti che fa la spola tra una sponda e l’altra del Bosforo e raggiungiamo il lato “asiatico”. Il sole sta tramontando e mi tornano in mente altre parole, quelle di Paolo Rumiz, “guardi la notte che viene dall’Asia e resti inchiodato sulla riva, incapace di partire per quell’Altrove così a portata di mano.”

Una volta approdati Selim mi porta in una moschea là vicino per la preghiera. Di solito lo aspetto fuori, questa volta però siamo in anticipo e così m’invita ad entrare. La moschea è piccola ma carina, dentro il consueto odore di piedi e tappeti vecchi, un orologio digitale che segna l’ora e vecchie copie del Corano per i fedeli. Non c’è molta gente e un paio di tizi addirittura riposano distesi in un angolo. Quando inizia la preghiera tutti si spostano davanti in file ordinate, le spalle toccano quelle dei vicini, l’imam è davanti a tutti e guida la preghiera, avrà circa trent’anni, indossa una veste bianca ed un cappello rotondo. Io resto seduto in un angolo affascinato, non mi era mai capitato di trovarmi dentro una moschea durante la preghiera. Dopo circa venti minuti Selim torna da me e usciamo.

Dopo due ore abbondanti siamo di nuovo a Gabza, entriamo in una tavola calda per mangiare qualcosa ma ormai sta chiudendo. Selim insiste un po’ con il proprietario e lo convince a prepararci al volo un paio di pide, la cosiddetta pizza turca. Quando il tizio scopre che sono italiano mi chiede come mai la Juventus ha comprato Ronaldo, è già la seconda persona che me lo chiede, chissà perché quest’affare ha stupito tutti in Turchia.