Utsumi Hiroku

Banana Fish

Pubblicato il: 4 Gennaio 2020

Nel 1985, appena trascorsa ma non ancora terminata, nell’immaginario collettivo, l’epoca dei “robottoni”, in un tempo di notevole crescita economica per il Giappone e di sostanziale spensieratezza per larga parte dell’Occidente, la fumettista nipponica Akimi Yoshida, che dall’esordio nel 1977 aveva già diverse produzioni importanti al suo attivo, diede vita a quello che ancora oggi è considerato il suo manga capolavoro. Banana Fish, in sostanziale controtendenza con il tempo che lo ospitava, si rivelò un fumetto profondamente crudo, doloroso e malinconico, ma allo stesso tempo sincero, umano e sorprendentemente introspettivo nel suo voler scavare negli abissi dei due protagonisti – ambedue ragazzi – i quali, nonostante le differenze culturali, esperienziali e un fato avverso, avrebbero condiviso un sentimento profondo e totalizzante, difficilmente definibile a parole. Peculiarità del manga fu anche la sua ambientazione newyorchese, il suo voler addentrarsi nei labirinti delle giovani gang multietniche locali, al servizio delle mafie corrispondenti; il suo richiamarsi, nell’innesco alla vicenda, alle atrocità che subirono i soldati americani in Vietnam, imbottiti di droghe a base di LSD per vincere la paura ed essere utilizzati come vere e proprie cavie umane. Nel 2018, a ben 33 anni di distanza dalla prima pubblicazione del manga, si è deciso finalmente di realizzare l’anime, mantenendo lo scenario newyorchese ma portandolo a tempi più recenti, sostituendo l’Iraq al Vietnam – tanto gli USA sono sempre in guerra contro qualcuno – e modellando i personaggi su tendenze estetiche attuali, lasciando comunque sostanzialmente inalterate le dinamiche e salvaguardando il senso della storia.

New York, fine anni 10 del nuovo millennio. La polizia sta indagando su una serie di strane morti. Un giorno un uomo viene ucciso a sangue freddo in un vicolo ma, prima di spirare, consegna al diciassettenne capobanda Ash una sostanza misteriosa, pronunciando le parole “Banana Fish”. Queste due parole non sono nuove al ragazzo, sono le uniche che riesce a pronunciare suo fratello, ridotto a uno stato semi vegetativo dopo il rientro dal fronte in Iraq. Cosa si nasconde dietro queste morti sospette? Cosa c’entra la cosca mafiosa di Papa Dino? Ora tocca ad Ash scoprire la verità su Banana Fish, ma può farlo solo emancipandosi dal contesto mafioso e dall’influenza di Papa Dino. Contestualmente a ciò, Ash incontra, a seguito di un servizio giornalistico di una testata nipponica sulle gang giovanili newyorchesi, un ragazzo giapponese aiutante del fotografo, di due anni più grande di lui. Eiji Okomura, ex astista che ha abbandonato lo sport a seguito di un infortunio, non potrebbe essere più diverso da lui: è calmo, pacato, riflessivo e ha veramente poche esperienze di vita, tanto da farlo sembrare un ragazzino al confronto col giovane capobanda. Al contrario Ash, che ha un quoziente intellettivo stupefacente, ma che è gravato psicologicamente da violenze sessuali subite per tutta l’infanzia e l’adolescenza, nonché da un destino malavitoso che gli è stato cucito addosso da tempo, sembra aver vissuto più vite nel suo breve ma doloroso tragitto esistenziale. Nonostante ciò, tra i due si instaura un legame profondo che sarà allo stesso tempo la forza e la debolezza di Ash, nella sua lotta per la sopravvivenza nel tentativo di trovare quelle verità che inchiodino i responsabili della condizione del fratello.

La relación de amor entre los protagonistas de Banana Fish Ash Eiji - el palomitron

Volendo sintetizzare con efficacia i differenti stati d’animo che mi hanno attraversato lungo la visione, posso ragionevolmente affermare che poche serie animate riescono a dilaniarti interiormente come quella in questione. E utilizzo l’aggettivo dilaniare non a caso, perché Banana Fish è un’opera che scava violentemente nelle viscere e nella psiche dello spettatore, sia per un impatto visivo feroce e diretto che per la sua componente emotiva sottilmente ambigua e perversa. Perversa non tanto per le crudeltà che sono costretti a sopportare i personaggi, seppur decisamente inusuali per un anime, ma per ciò che agisce più sottilmente, quasi sottotraccia, puntata dopo puntata. Le scelte di regia, in effetti, tendono ad attenuare, in alcuni frangenti, la violenza del manga, facendo soltanto intuire, e a giusta ragione, gli abusi sessuali subìti dal giovane capobanda; restituendoci però, in brevi istanti di gelo, i volti di chi guarda tutto ciò da una posizione terza. In alcune circostanze, non ci si sorprenda, può essere più straziante immaginare che assistere direttamente, perché il fardello che porta con sé Ash è una zavorra emotiva che accompagna lo spettatore fino all’ultimo, doloroso – e forse al contempo liberatorio – istante. L’opera in effetti si muove su due piani testuali ben distinti, che creano continue cesure e ricongiungimenti nella percezione globale che lo spettatore ha della messa in scena a cui assiste senza pause. Senza pause perché il ritmo è incalzante, l’azione è continua e gli eventi si susseguono a ripetizione, tanto che la regista utilizza sovente lo spazio dedicato alla ending per terminare il racconto della puntata.

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La vicenda di base è legata all’intrigo, alla vendetta e agli scontri tra Ash e l’avversario di turno. Diversi gliene manderà contro Papa Dino lungo l’arco delle 24 puntate, e quasi altrettanti ne sconfiggerà il giovane capobanda – una sorta di Terminator in carne ed ossa, vista la sua indistruttibilità, nonostante le numerose ferite e a dispetto di una bellezza angelica che lo accomuna più a un modello efebico da copertina che a un gangster senza scrupoli. Ma le ferite peggiori non sono quelle fisiche per Ash, bensì quelle psicologiche. È qui che entra in gioco Eiji, che diventa poco a poco l’unico motivo di resistenza e voglia di vivere per un ragazzo a cui non sono evidentemente sufficienti bellezza, acume e capacità di dominio e controllo, perché oramai svuotato interiormente da una vita difficile e avara di sentimenti. Eiji sarà per lui l’unico specchio in cui guardarsi, per inseguire e ritrovare quel fanciullo precocemente strappato all’infanzia da una realtà crudele e insensata.

Sarà l’amore – fraterno, amicale e forse qualche cosa di più – a dare forza ad Ash ed Eiji, nel tempo che il destino concederà loro. Quel “forse qualche cosa di più” è alla libera interpretazione dello spettatore, perché l’anime non indugia su ciò che potrebbe essere. Non è quello che conta, in fondo, rispetto a ciò che Banana Fish vuole raccontarci. Il discorso narrativo che emerge, preopotentemente, sovrastando a lungo andare tutti gli altri, nel manga come nell’anime, è che non esiste tempo, spazio, luogo né circostanze che possano ostacolare coloro che riescono veramente a trovarsi. Anche tra morte, dolore, degrado, cattiveria e angoscia esistenziale si può incontrare l’altro che ci corrisponde. Chiunque esso sia e da qualunque luogo provenga. Eiji, ancorché non caratterizzato come Ash, il quale è inevitabilmente al centro di tutti gli snodi della vicenda, ha un ruolo fondamentale nella storia, e sfido chiunque a non sentire un nodo alla gola quando risuonerà l’eco delle parole rivolte all’amico per mezzo lettera, negli ultimi istanti di una visione che, probabilmente, non si sarebbe potuta concludere in altro modo rispetto a quello terribilmente malinconico in cui amaramente termina.

Se sospendiamo per un attimo l’incredulità di fronte alla quasi immortalità di Ash, rispetto a ciò che subisce sia fisicamente che emotivamente, Banana Fish ci immerge con piglio deciso nei meandri di una storia scabrosa, evidentemente non adatta a chi ha meno di 14 anni e non ha una sufficiente consapevolezza di sé, che può coinvolgere chiunque abbia voglia di cimentarsi con un anime adulto, audace, toccante e introspettivo, senza peraltro incappare in cedimenti, vista la complessità tematica, nell’iter narrativo. Anche a livello visivo la resa è più che convincente, grazie ad animazioni fluide e dinamiche e ad una buonissima ricostruzione degli anfratti meno battuti della Grande Mela. Oltre all’apparato tecnico, apprezzabili sono anche le due opening e le due ending, con menzione particolare per la prima sigla d’apertura, found & lost, la quale avvalendosi di un testo notevole per il genere, amalgama perfettamente un suggestivo crescendo ritmico ad eloquenti immagini simboliche. Ci sono anche riconoscibili omaggi all’opera di J.D. Salinger, a partire dall’enigmatico accostamento di parole immaginato da Akimi Yoshida (banana e fish, per l’appunto), che è ispirato a un racconto dello scrittore americano (Un giorno ideale per i pescibanana), fino al titolo scelto per l’ultima puntata della serie animata, Il giovane Holden (nell’adattamento italiano, ma immagino che nell’originale sia Catcher in the rye), romanzo di formazione che ha consegnato Salinger all’immortalità artistica e letteraria. Banana Fish ha anche un’ultima, rivelante peculiarità: nonostante la sostanziale assenza di personaggi femminili, è una storia scritta e diretta da donne, ed è forse per questo che riesce a trovare un insperato equilibrio tra le contrastanti suggestioni che restituisce e le scottanti tematiche che ci propone.

Scegliendo di restare fedele alla linea narrativa del manga, pur riducendola inevitabilmente all’essenziale, Hiroku Utsumi si concentra giustamente sulla caratterizzazione dei personaggi. Non solo Ash e Eiji, ma tutti coloro che, a vario titolo, entrano in scena sono ben costruiti e a loro modo necessari a dare un senso a una vicenda la quale, nonostante il ritmo adrenalinico, si congeda su note intime e rarefatte, lasciando sul campo tante vittime, qualche dubbio e una consapevolezza: c’è sempre un motivo per dare una possibilità alla vita, per non lasciarsi sopraffare dalle ombre. Anche a dispetto di un fato ritenuto ineluttabile, l’amore – è meno banale di quanto si possa credere – ci può davvero salvare.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Hiroku Utsumi. Soggetto: tratto dal manga omonimo di Akimi Yoshida. Musica originale: Shinichi Osawa. Composizione serie: Hiroshi Seko. Character design: Akemi Hayashi. Studio: Mappa. Titolo originale: “Banana Fishu”. Origine: Giappone, 2018. Durata: 24 episodi da 23 minuti circa, visibili in versione sottotitolata su Amazon Video.