Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 1 – l’Arrivo a Pristina

Pubblicato il: 29 febbraio 2016

Mappa KosovoSono pochi i giovani laureati che oggi riescono a scampare ai tanto famigerati stage, io non sono uno di questi: da ottobre 2015 sono stato assunto come stagista in un centro inter-universitario per i diritti umani con sede al Lido di Venezia. Questo centro è famoso soprattutto perché dal 1997 organizza un Master sui diritti umani: ogni anno, da settembre a febbraio, circa novanta studenti di tutto il mondo seguono lezioni e seminari con professori ed esperti in materia. Da febbraio fino a maggio poi gli studenti sono mandati in altre università europee, dove seguono corsi e scrivono una breve tesi su un tema a loro scelta. Tra un semestre e l’altro viene organizzato un viaggio “sul campo”, che serve a mostrare agli studenti come lavorano le organizzazioni internazionali nei contesti dove i diritti umani non sempre sono rispettati. Da ormai dieci anni la meta di questo viaggio è il Kosovo e in particolare Pristina, la capitale. In quanto parte dello staff amministrativo del Master, mi è stata data l’opportunità di partecipare al viaggio e io non ho esitato ad accettare. Si è trattata di un’esperienza diversa dalle precedenti, tutta la parte logistica come spostamenti, orari e alloggio era già stata organizzata, le libertà di movimento erano quindi minori, questo però è stato ampiamente compensato dagli incontri a cui ho partecipato insieme agli studenti: in sette giorni abbiamo incontrato rappresentanti delle missioni ufficiali dell’Unione Europea, dell’ONU, della NATO e dell’OCSE, collaboratori di alcune delle decine di ONG presenti nel paese, attivisti dei principali partiti politici sia di destra che di sinistra, direttori dei media locali e perfino un regista indipendente che quest’anno è stato nominato agli Oscar grazie al suo ultimo cortometraggio. Questa grande varietà d’opportunità ha portato con sé moltissimi spunti di riflessione e opinioni talvolta contrastanti. Stavolta il viaggio, ha avuto come tappe i vari incontri a cui ho partecipato e come sfide l’analisi oggettiva degli stimoli ricevuti. Pochi anni fa il Kosovo era al centro dell’attenzione di tutti i media, oggi non ne parla più nessuno, eppure è un paese in fermento, dove l’indifferenza generale dell’Europa sta ponendo le basi per futuri problemi che rischiano seriamente di degenerare. Il diario che segue cerca di presentare i fatti e di riportare le informazioni ricevute nel modo più oggettivo possibile. La popolazione del Kosovo è la più giovane del continente, è un paese fresco, che odora di nuovo, di idee e di speranze, il pericolo è che queste ultime restino tali, trasformandosi in delusione, rabbia e frustrazione.

Pristina lunedì 19 gennaio 2016

Il mio primo impatto, è il caso di dirlo, con il Kosovo, dura meno di un secondo: il pilota dell’aereo si accorge di aver toccato terra ad una velocità troppo elevata e così deve riprendere quota per fare un secondo tentativo che per fortuna riesce. Poco dopo, alla frontiera, la guardia di confine apre il mio passaporto: ”Italiano! Ah, Venezia!” E sorridendo muove le braccia mimando la vogata di un gondoliere. Fatto ciò mi appone il timbro nel passaporto e mi dice sorridendo: “Welcome to Kosovo!” Senza dubbio è la guardia di confine più simpatica che mi sia mai capitato di trovare, anche se la concorrenza con quelle azerbaigiane, georgiane o uzbeke non è proprio spietata. L’aeroporto di Pristina non ha nulla da invidiare a quelli europei, moderno, pulito e rapido nella consegna dei bagagli. Per la prima volta in vita mia sono arrivato in un paese straniero senza avere pregiudizi particolari, segnale positivo, che mi crea una leggera confusione perché non ho idea di cosa considerare normale e cosa eccezionale. Prima di partire ho cercato di leggere qualche testo sul Kosovo e la sua storia e adesso ho qualche nozione di base, ma non sono riuscito a crearmi aspettative particolari. Affronto questo viaggio come un foglio bianco che non sa ancora se sarà usato per appunti o per un’opera letteraria. Tre autobus privati sono venuti a prenderci e sono necessari dal momento che tra studenti e staff siamo ben novantacinque persone. Sapevo che il Kosovo è più freddo di Venezia e mi sono premunito di giacca pesante, erano però diversi anni che non mi trovavo a meno venti gradi sottozero e quando respiro l’aria arriva ai polmoni ancora fredda, causandomi fastidiosi brividi lungo la schiena. Credo abbia nevicato di recente, intorno a noi il paesaggio è imbiancato e uno spesso strato di ghiaccio rende il marciapiede molto scivoloso. Tra le auto parcheggiate ne noto una con la targa dell’EULEX, la European Union Rule of Law Mission in Kosovo, la missione dell’Unione Europea arrivata qui nel 2008 e che ha l’obiettivo di supportare il governo a svolgere le sue funzioni.

Gli autobus ci portano nel centro di Pristina, in una delle sedi dell’Università. Qui avviene l’incontro con le famiglie ospiti: per dare agli studenti la possibilità di entrare in contatto con gli abitanti e sperimentare un po’ di vita locale sono state selezionate alcune famiglie che in cambio di un piccolo compenso ospitano da due a cinque studenti. Io sono capitato con due ragazzi colombiani, a cui però se ne aggiungono altri due, uno americano e uno inglese, che staranno dalla zia del nostro ospite, che abita nello stesso condominio. Il nome del nostro ospite è Kushtrim: credo abbia intorno ai trent’anni, alto, piuttosto allampanato, ha una calvizie incipiente, modi gentili e gli occhi di una persona buona. Parla abbastanza bene inglese e ci scorta alla sua auto . A duecento metri dal parcheggio, oltre la grande strada da cui siamo arrivati, vedo una grande chiesa ancora in fase di completamento: è la nuova chiesa cattolica della città. “Ecco vedete, la popolazione del Kosovo è per il 90% musulmana, ma abbiamo una chiesa gigantesca, multiculturalismo!” Commenta Kushtrim con un tono di voce che non riesco a capire se esprima rammarico oppure orgoglio. Il suo appartamento non è lontano e si trova lungo Bill Clinton Street, una delle vie principali di Pristina. L’ex presidente americano qui è visto come una specie di salvatore, soprattutto per via del ruolo determinante che ebbero gli Stati Uniti durante la guerra che scoppiò nel 1998-99 tra il Kosovo e la Serbia. Una statua a lui dedicata si trova proprio davanti al nostro condominio: curioso, non credo che nemmeno negli Stati Uniti ci sia una statua dell’ex Presidente. L’appartamento è molto accogliente, il riscaldamento è garantito da una stufa a legna e i mobili sembrano piuttosto recenti. Ad aspettarci c’è la sorella di Kushtrim, Tessa, che parla un inglese molto fluente e senza accento. Essendo dello staff ho il privilegio di avere una camera tutta per me, sembra piuttosto fredda, ma il letto è praticamente un matrimoniale e sembra proprio comodo. Come benvenuto ci vengono offerti tè e dolcetti, insieme a svariati succhi di frutta, Coca Cola ed una bottiglia di Fanta verde pisello che non avevo mai visto, ma che non mi convince per niente. La conversazione inizia tranquilla, ci presentiamo gli uni agli altri parliamo di temi piuttosto generali. Capisco subito che qui, come in Azerbaigian, è difficile fare una conversazione con gli abitanti locali senza toccare le questioni geopolitiche, anzi spesso sono proprio loro a voler conoscere l’opinione degli stranieri su questi temi. Qui il grande tema geopolitico è senza dubbio il rapporto con la Serbia. Le mie conoscenze a riguardo sono molto limitate e si basano su un documentario, un paio di libri e qualche articolo. Il documentario in particolare è quello della BBC chiamato “The Death of Yugoslavia” e le cui sei puntate sono tutte facilmente reperibili su YouTube. Fornisce un quadro piuttosto completo del conflitto nei Balcani fino agli Accordi di Dayton del 1995 e, anche se non tratta nello specifico la questione del Kosovo, io l’ho trovato molto utile. Dal materiale scritto che ho letto ho capito soprattutto un concetto: la storia del Kosovo cambia a seconda di chi la racconta. Questo ovviamente si può applicare in generale a tutta la storia, ma nel caso del Kosovo è particolarmente importante ricordarselo e sono due i principali punti di vista: quello albanese e quello serbo. L’esempio più lampante è di sicuro la battaglia di Kosovo Polje del 1389: in quel periodo la regione era divisa in tanti piccoli staterelli nati dalla frammentazione del precedente Impero Cristiano Ortodosso. Il vicino Impero Ottomano voleva espandere i suoi domini e decise quindi di approfittare della momentanea debolezza politica invadendo i Balcani. La battaglia decisiva avvenne poco fuori l’odierna Pristina e vide la sconfitta dei serbi, che avevano messo da parte le loro divergenze per contrastare il comune nemico. Nonostante la sonora sconfitta, la battaglia è tuttora considerata dai serbi come uno degli eventi più importanti della loro storia ed è stata spesso celebrata come un vero e proprio momento chiave nella formazione dell’identità nazionale. Il fatto che oggi il luogo di questa battaglia si trovi in un altro paese ovviamente non è gradito alla Serbia, la quale infatti ha sempre cercato di mantenere sotto la sua egida il territorio del Kosovo. Dopo aver perso il Kosovo a causa degli ottomani, la Serbia riuscì a riconquistarlo solo nel 1913, formando poi nel 1919 il più grande Regno di Iugoslavia. La regione venne in seguito annessa all’Albania durante la seconda guerra mondiale, ma tornò poi a far parte delle Iugoslavia socialista nel secondo dopoguerra. A quell’epoca il Kosovo aveva lo status di provincia autonoma della Serbia, non era quindi una delle sei repubbliche che formavano la Iugoslavia (le altre erano Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Macedonia e appunto Serbia). Negli anni successivi la percentuale di popolazione di etnia albanese continuò a crescere, mentre quella di etnia serba continuò a diminuire e i movimenti per il riconoscimento dello status di repubblica non cessarono mai del tutto. La situazione peggiorò nel 1987 quando Slobodan Milosevic diventò Presidente della Serbia: essendo un convinto nazionalista, agì per far ritornare il Kosovo parte integrante della Serbia, revocandone addirittura lo status di provincia autonoma. Nel 1990 i leader albanesi autoproclamarono l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, nel 1992 si arrivò alla guerra aperta, che divenne poi anche conflitto etnico tra albanesi e serbi. L’anno del svolta fu il 1999: la Serbia rifiutò il piano degli Stati Uniti che prevedeva l’autonomia della regione e continuò a perpetrare una vera e propria pulizia etnica nei confronti della popolazione non serba. Dopo svariate minacce d’intervento, la NATO compì una serie di bombardamenti contro la Serbia, che dovette quindi ritirarsi pochi mesi dopo. L’UCK (l’Esercito per la Liberazione del Kosovo) accettò il disarmo e il controllo venne assunto dal KFOR (Kosovo Force), la missione NATO che è tuttora operativa sul territorio. A ciò si aggiunse una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che garantì al paese un governo provvisorio. Negli ultimi quindici anni si sono alternate fasi di calma e di tensione, ma le frizioni tra la popolazione albanese e quella serba, ormai in netta minoranza, non si sono mai fermate. Dal 2008 il Kosovo diventò ufficialmente indipendente, approvando la nuova Costituzione. Ad oggi il Kosovo è ufficialmente riconosciuto da poco più di cento stati su 190, tra questi c’è anche l’Italia, ma non ci sono per esempio la Spagna, la Russia, la Cina e ovviamente la Serbia, che ancora vi si oppone strenuamente. La popolazione è per il 92% di etnia albanese e solo per il 5% di etnia serba. Il 3% è di altre etnie minori. La popolazione serba è concentrata principalmente nelle regioni settentrionali confinanti con la Serbia e che appunto per questo hanno ottenuto uno statuto speciale. I vari governi che si sono succeduti hanno cercato di normalizzare la situazione, ma il rancore tra le due etnie è ancora forte e il ricordo delle atrocità commesse dall’esercito serbo è ancora ben impresso nella memoria collettiva. Questa è almeno l’impressione che ci danno Kushtrim e Tessa. Loro sono giovani e quindi durante la guerra saranno stati a malapena adolescenti, nei loro occhi e nelle loro parole vedo una profonda voglia di normalità, di diventare cittadini europei e di non essere considerati alla stregua di profughi di guerra. Ci fanno notare che il Kosovo è l’unico stato dei Balcani i cui cittadini hanno bisogno di un visto per entrare in Europa, anche se la moneta ufficiale è l’euro e ciò sembra quasi una presa in giro. Naturale che questo crei un sentimento di frustrazione tra gli abitanti ed in particolare tra i giovani: tutti i loro coetanei europei possono viaggiare liberamente quasi senza limiti, mentre loro hanno bisogno di sottoporsi alle lunghe procedure burocratiche del visto Schengen. Ormai si è fatta mezzanotte e siamo tutti stanchi, quasi come ci fossimo tutti messi tacitamente d’accordo lasciamo morire la conversazione e ci ritiriamo nelle nostre stanze. Io vorrei farmi una doccia, ma Kushtrim mi dice che dopo le undici non c’è più pressione nelle tubazioni, è un problema diffuso in tutta la città. Non ho altre alternative se non coricarmi: il mio letto si rivela addirittura più comodo di quel che sembrava e il piumone è caldissimo. Sono qui solo da poche ore e già sento di aver imparato molto; domani abbiamo mezza giornata libera a disposizione e ci siamo messi d’accordo con il resto dello staff per fare una gita: vogliamo visitare un villaggio vicino a Pristina dove vive una piccola comunità serba. Viste le premesse di oggi, sono sicuro che sarà molto interessante.

Per approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Kosovo

Francesco Ricapito Febbraio 2016