Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 2 – Il Monastero di Gracanica e il Partito Vetëvendosje

Pubblicato il: 17 aprile 2016

Mappa KosovoPristina      martedì 19 gennaio 2016

Nonostante il letto nuovo dormo benissimo e mi sveglio ben riposato. Oltre ad un tetto, la famiglia ospite è incaricata anche di fornire la colazione, Kushtrim ci guida al seminterrato, dotato di cucina e di tavolo molto grande. George e Peter, gli altri due studenti che dormono nell’appartamento vicino al nostro, si sono già accomodati. La tavola è imbandita con marmellata, pane, burro, formaggio e crema al cioccolato.

Tessa, la sorella di Kushtrim ci offre un piatto di zuppa di pollo e ci spiega che in Kosovo la colazione tradizionale inizia proprio con una zuppa. Non è la prima volta che m’imbatto in colazioni bizzarre, ma sono comunque impreparato visto che in genere a colazione mi limito a qualche biscotto inzuppato nel tè. In verità viaggiando ho scoperto che nella maggior parte dei paesi la colazione è a tutti gli effetti il pasto principale della giornata e molto spesso è salata, non dolce come in Italia. L’esempio migliore è la famosa colazione tradizionale inglese, a base di uova strapazzate, salsicce, pancetta, baked beans (fagioli stufati) e pomodoro grigliato. Durante il mio Erasmus in Inghilterra ne ho assaggiate diverse versioni e sono arrivato alla conclusione che di per sé il piatto è buono, le sue componenti si sposano bene insieme e può essere un’ottima scelta per quando si è particolarmente affamati. Ciò nonostante non sono mai stato in grado di affrontarne una appena sveglio e così era diventata mia abitudine ordinarla per pranzo, con buona pace della tradizione. In tema di colazioni, meno famosa ma non meno interessante è una pietanza georgiana chiamata Khashi: una zuppa a base di intestino e grasso di vacca, aglio, carote e cipolle, celebre per curare i vari sintomi post-sbornia. Una situazione in cui in Georgia è piuttosto facile ritrovarsi.

La zuppa di Tessa è ottima e a questa seguono pure delle uova strapazzate. Anche il pane è fragrante. Sento gli studenti che si lamentano della qualità del pane a Venezia e mi stupisco: mi era sempre sembrato piuttosto normale, non particolarmente buono ma nemmeno particolarmente cattivo.  Il pane per noi italiani è certamente un alimento base, come testimonia l’enorme varietà regionale di ricette e formati, tuttavia nei paesi che ho visitato esso riveste un’importanza che mi è sembrata ancora maggiore. Addirittura in Azerbaigian secondo la tradizione il pane non dovrebbe mai e poi mai toccare terra, perché sarebbe considerato addirittura un insulto verso Allah, questo ha portato alla curiosa usanza di appendere i sacchetti di plastica con dentro il pane vecchio agli alberi vicino ai cassonetti.

Mangio di gusto sia la zuppa che le uova e termino con qualche fetta di pane e formaggio fresco dal sapore molto simile alla feta. Secondo il programma, stamattina siamo liberi, così io e lo staff ci siamo  dati appuntamento alla sede dell’Università, dove siamo arrivati ieri sera. Gli altri insieme a Kushtrim decidono di fare una camminata per il centro città. Esco da solo e cammino fino al punto d’incontro, che per fortuna è vicino. Faccio una piccola deviazione e attraverso la strada per scattare una foto alla statua di Bill Clinton, ma soprattutto al negozio di vestiti a pochi metri  da questa e che si chiama ironicamente “Hillary”.Gracanica 1

Il cielo è limpido, l’aria è tersa e soffia un leggero vento gelido che mi fa lacrimare gli occhi. Penso che la temperatura si aggiri intorno ai venti gradi sottozero, mettere i guanti si rivela necessario e comincio a rimpiangere di non essermi portato un cappello. Quando respiro, la condensa che esce dal naso mi bagna leggermente i baffi e, visto il grande freddo, l’acqua gela quasi istantaneamente, creando così un straterello di brina che scricchiola quando muovo le labbra.

I marciapiedi sono quasi completamente coperti di ghiaccio, in alcuni punti è stato gettato del sale ma non in modo uniforme – ho il sospetto che non ce ne fosse sufficienza – a pochi metri da me una squadra di addetti è intenta a rompere il ghiaccio con zappe e picconi. Arrivo all’università costeggiando la nuova chiesa cattolica che posso ora osservare bene: il campanile è molto alto e di un bianco quasi abbagliante, l’edificio ha una pianta a croce latina ed è circondato da un recinto che fa capire che i lavori sono ancora in corso.

 

I miei colleghi sono già arrivati e dopo una rapida discussione decidiamo di prendere un taxi per andare a visitare il Monastero di Graĉanica, pochi chilometri fuori città. Troviamo facilmente un tassista che parla un po’ d’inglese, non c’è nemmeno bisogno di metterci d’accordo sul prezzo, i taxi, o almeno quelli autorizzati e con licenza, sono dotati di tassametro. C’è solo da sperare che qui non facciano come a Tunisi, dove spesso gli strumenti sono modificati per gonfiare a dismisura i prezzi.

Pristina è circondata da ondulate colline che, grazie alla neve, sembrano molto più invitanti di quello che  probabilmente sono. Le case in periferia sono per la maggior parte basse e ci sono ben pochi condomini, ci si aspeSAMSUNG CAMERA PICTUREStterebbe di vedere più segni lasciati dalla guerra, ma si capisce che è stato fatto un grande lavoro di recupero. Guardando attentamente si notano ancora le tracce dei bombardamenti: una casa diroccata, un muro isolato o un capannone crollato.

La cittadina di Graĉanica è una delle poche enclavi a maggioranza serba che non si trovano nel nord del Kosovo; è particolarmente importante perché ospita un antico monastero risalente al 1321, che venne fatto costruire dal re serbo Milutin. Il monastero appartiene alla Chiesa ortodossa serba, ufficialmente una delle giurisdizioni autocefale della Chiesa Ortodossa, dove il termine autocefalo sta a significare la prerogativa di eleggere da sé il proprio capo, il quale non riconosce alcuna autorità religiosa superiore alla sua. Negli ultimi anni il conflitto tra serbi e albanesi ha portato a numerosi episodi di distruzione e vandalismo contro chiese e monasteri serbi da parte della maggioranza albanese, la quale a sua volta voleva vendicare le violenze perpetrate dall’esercito serbo durante la guerra. Ho letto nella guida di voci secondo cui alcuni autisti di autobus pubblici si rifiutano di far salire sul mezzo turisti che chiedono esplicitamente di andare a visitare il monastero. Per tutte queste ragioni ancora oggi le enclavi serbe in territorio kosovaro sono zone sensibili dove spesso non mancano episodi di violenza tra i due gruppi etnici. Forse anche per garantirgli una maggiore protezione, l’UNESCO nel 2006 ha deciso di inserire il monastero nella lista dei patrimoni dell’umanità.

Il tassista parcheggia davanti all’antico muro che circonda il monastero, impossibile non notare subito il filo spinato sistemato sopra. Attraversiamo il portone ed entriamo in un grande cortile. Un cartello all’entrata segnala il divieto di fare foto, di fumare, di vestire gonne o pantaloni corti e soprattutto di portare pistole. Un divieto curioso dal mio punto di vista, ma che a quanto pare non è scontato da queste parti. SAMSUNG CAMERA PICTURESAl centro del cortile innevato c’è la chiesa: non è molto grande, ma una complicata sovrapposizione di arcate più o meno acute la ingrandisce sensibilmente. L’esterno è fatto di mattoni e pietre a vista, la pianta è caratterizzata da tre torrette, quella centrale più alta delle altre. La loro forma ottagonale mi ricorda quella delle chiese georgiane.
Una volta entrati il primo ambiente che s’incontra è un nartece, ossia un ambiente che introduce poi alla navata vera e propria. Il nartece è ben illuminato e le pareti sono decorate con affreschi conservati discretamente bene. Dico discretamente perché mi danno l’impressione di essere molto anneriti dal fumo delle candele, probabilmente avrebbero solo bisogno di un rapido restauro per poter tornare allo splendore originale. Entrando nella navata la luce diminuisce sensibilmente e viene quasi tutta da una finestra sul lato destro da cui filtra una sorta di mistico fascio luminoso. Anche qui non mancano gli affreschi, tra i quali riconosco qualche episodio dei Vangeli. Come sempre nelle chiese ortodosse, l’altare è separato dal resto della navata da un muro elegantemente decorato. Con noi c’è anche un discreto numero di fedeli venuti in preghiera, uno di questi ci vede fare foto, si avvicina e con un inglese stentato, ma gentile ci dice che non sarebbe possibile fare foto perché il sito è ancora in restauro. Non mi sembra una motivazione SAMSUNG CAMERA PICTURESvalida ma obbedisco.

Il signore in questione ci riaccompagna nel nartece e ci spiega che è uno dei referenti locali dell’UNESCO, nonché rappresentante della comunità serba di Graĉanica. Ci racconta che negli ultimi anni è stato fatto molto per proteggere il complesso e la comunità dei fedeli è sempre piuttosto numerosa, anche se in calo. Nel monastero vivono ancora una ventina di suore e infatti mentre ce lo dice ne passa una, vestita con una tonaca nera e larga che ne accentua decisamente il diametro. Oggi la comunità celebra la festa del battesimo di Gesù ed ecco perché ci sono molti fedeli: vengono qui per portare un’offerta e per farsi bagnare con l’acqua benedetta, distribuita di fianco all’entrata della chiesa. Molti arrivano addirittura con bottiglie o taniche, che servono a portare l’acqua a casa. Le offerte vengono lasciate sopra un leggio, avvicinandomi vedo che si tratta soprattutto di banconote serbe. La moneta ufficiale del Kosovo è l’euro, che è comunque un fatto singolare dal momento che il paese non fa parte dell’Unione Europea, ma che la comunità serba usi addirittura la valuta serba lo trovo un segnale piuttosto negativo. Il signore continua spiegandoci che la situazione al momento sembra stabile, ma che è anche molto fragile e tutto potrebbe cambiare in fretta; una volta i due gruppi etnici si tolleravano e a volte collaboravano pure, ora invece si sopportano a malapena.

Ci congediamo dalla nostra guida improvvisata e rientriamo nel taxi. Per tornare a Pristina percorriamo la stessa strada dell’andata ma solo ora, mentre percorriamo una grande rotonda, noto al centro un alto palo da cui sventola la bandiera albanese. Un fatto curioso, anche perché non è la prima che la vedo da stamattina. La bandiera albanese è rossa con un aquila nera a due teste, quella adottata dal Kosovo dal 2008 invece è uno sfondo blu con in giallo la mappa del Kosovo sovrastata a sua volta da sei stelle bianche che rappresentano i sei gruppi etnici presenti nel paese: oltre ad albanesi e serbi ci sono infatti anche turchi, rom, bosniaci e gorani.

Il punto centrale di Pristina si può considerare la nuova Piazza Ibrahim Rugova: costui è unanimemente riconosciuto come padre della patria ed uno dei principali fautori dell’indipendenza del Kosovo. Nel 2002 ne divenne il primo Presidente e per tutta la vita promosse un tipo di lotta non-violenta che gli portò il soprannome di “Gandhi dei Balcani”. Morì di tumore nel 2006.SAMSUNG CAMERA PICTURES Dalla piazza inizia un viale pedonale lungo circa mezzo chilometro, al momento abbastanza affollato. Fatto un po’ bizzarro visto che è un giorno feriale e siamo nel mezzo della mattinata, tra i passanti vedo molti sono giovani sui vent’anni o uomini anziani. L’atmosfera è rilassata, il viale è chiaramente una delle ultime novità urbanistiche della città e si conclude con uno spiazzo su cui si affaccia il Parlamento nazionale. Decidiamo di fermarci per un caffè in uno dei numerosi bar lungo il viale. Questa mattina Kushtrim mi aveva già decantato le lodi del caffè kosovaro, io da tipico italiano che considera “brodaglia” ogni tipo di caffè straniero avevo assunto un’espressione scettica e terminato la conversazione con un gelido “ti farò sapere”. Sono già a conoscenza del fatto che qui il macchiato è in verità il cappuccino e così evito un imprevisto. Mi devo scusare con Kushtrim: il caffè è proprio buono. In più, mi costa solo quaranta centesimi: il Kosovo si sta rivelando un posto incredibilmente economico.

Una volta usciti proseguiamo oltre il viale, arrivando alla Moschea Carshia, che è chiusa per restauro. La strada prosegue leggermente in salita, dall’altro lato vediamo un negozio di vestiti molto fotogenico per via dei numerosi manichini colorati esposti all’esterno. SAMSUNG CAMERA PICTURESProseguendo troviamo la Moschea del Sultano Mehmet Fatih, fatta costruire dal sultano omonimo nel 1461. Oggi penso ricorra anche qualche festività musulmana, dalla moschea infatti stanno uscendo numerosi fedeli. Tra questi noto alcuni signori anziani che portano un cappello bianco a forma di uovo:  una delle mie colleghe, che è già stata in Kosovo qualche anno fa, mi spiega che si tratta di un indumento della tradizione albanese e che viene portato dai capifamiglia. Questo spiega perché l’ho visto solo addosso a uomini piuttosto avanti con gli anni. Decidiamo di non entrare nella moschea per non disturbare i fedeli, mentre ce ne andiamo noto un cartello che ricorda che la moschea è stata restaurata grazie a fondi provenienti dalla Turchia. Avevo letto un cartello simile anche davanti alla moschea Carshia, evidentemente la Turchia è interessata alla diffusione dell’Islam presso la popolazione locale, una strategia comprensibile se si tiene conto che il Kosovo un giorno potrebbe entrare nell’Unione Europea.

Tempo di pranzare, grazie alla guida troviamo un ristorante tradizionale di cucina albanese. Non mi ricordo i nomi dei piatti che ordiniamo, in questo paese ogni parola sembra essere lunghissima, tutto ci viene servito in adorabili scodelle di terracotta: come contorno ordiniamo formaggio di capra cotto con pezzetti di peperone, funghi stufati con un sugo molto saporito e verdure cotte in salsa di pomodoro. Io scelgo un piatto di stufato di carne con verdure cotto in forno. La carne è macinata e non è molto cotta, a me piace. Alla fine il conto è ridicolo, meno di dieci euro a testa, lasciare la mancia è praticamente dovuto.

Abbiamo ancora tempo prima dell’appuntamento con tutti gli altri, raggiungiamo un altro dei punti di riferimento della città, il Monumento Newborn: una scultura rappresentante appunto la scritta “Newborn”, “Nuova Nascita”, composta con lettere alte tre metri. Venne inaugurato il 17 febbraio 2008, il giorno in cui il Kosovo dichiarò ufficialmente la sua indipendenza dalla Serbia. SAMSUNG CAMERA PICTURESAllora le lettere erano state dipinte di giallo, ma ogni anno il 17 febbraio la livrea viene cambiata. Non riesco bene a decifrare la livrea di quest’anno, credo che in origine fosse bianca e che l’idea fosse di permettere a chiunque di scriverci o disegnarci sopra qualcosa. Questo ha portato naturalmente a risultati  contrastanti: immancabili dichiarazioni di coppiette di adolescenti e scarabocchi inutili vanno per la maggiore, tuttavia spiccano un paio di disegni più elaborati: il primo è una scritta che dice “Dream but don’t sleep”, “Sogna ma non dormire”, il secondo riporta le parole “There is hope”, “C’è speranza”, ed è affiancato dal disegno di una ragazza che lascia andare un palloncino a forma di cuore. Il contesto, la scelta della parola “Newborn” e il significato che gli si è voluto dare, non possono lasciare indifferenti e, a parer mio, ben rappresentano la volontà del popolo kosovaro di lasciarsi dietro gli orrori della guerra e di tornare a vivere normalmente come cittadini di un loro stato indipendente. Ci scattiamo qualche foto davanti al monumento, un’usanza che sembra piuttosto comune anche tra i locali. Dietro il monumento si trova un piccolo centro commerciale, all’entrata vedo due cartelli di divieto, uno per l’ingresso dei cani e uno per le armi da fuoco, lo stesso che avevo visto questa mattina al monastero di Graĉanica.

Torniamo nella piazza centrale e poi proseguiamo verso la Biblioteca Nazionale, situata al centro di un parco pubblico che ha ben pochi alberi. L’edificio è stato costruito nel 1982 e per descriverlo vorrei citare le azzeccatissime parole della guida, che dice: “Provate ad immaginare un’armatura che racchiude uova gelatinose”. Un reticolo regolare di metallo decora la parte esterna, arrivando poi sul soffitto dove ci sono delle piccole cupole tondeggianti che appunto sembrano uova sode sul punto di esplodere sotto la pressione del metallo.SAMSUNG CAMERA PICTURES Poco distante dalla biblioteca c’è una grande chiesa abbandonata che sospetto essere serbo ortodossa: l’esterno è completamente spoglio e si vedono distintamente i mattoni e le pietre che la compongono. Questa nudità della pietra crea un bellissimo contrasto con la croce dorata sopra la cupola. Non è recintata ma l’impressione generale è proprio quella dell’incuria e dell’indifferenza.

Il punto di ritrovo è la sala conferenze di un lussuoso hotel poco distante: oltre al nostro gruppo, si sono aggiunti anche venti studenti di un Master sui diritti umani organizzato dall’Università di Vienna e che sono arrivati oggi. L’organizzatrice del viaggio infatti è austriaca e ha esteso la proposta anche agli studenti della sua Università.

Il primo ospite che è venuto a parlarci è il portavoce di uno dei responsabili della missione OCSE in Kosovo; OCSE sta per Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, è una delle organizzazioni internazionali più grandi e da molti anni opera in Kosovo su tematiche come elezioni, parità dei sessi, diritti umani e libertà d’espressione. Il portavoce ci parla dei loro progetti, delle loro attività e dei loro risultati ma resta molto sul generale e non dice nulla di particolarmente interessante.

La situazione cambia con i due ospiti successivi: sono un ragazzo e una ragazza che avranno poco meno di trent’anni e fanno parte di un movimento politico chiamato Vetëvendosje, una parola albanese che significa “autodeterminazione”. Entrambi parlano seguendo quello che pare un copione già collaudato e che si basa su concetti semplici e frasi brevi e significative. La convinzione con cui parlano mi pare preoccupante e ai limiti dell’indottrinamento.

Al loro intervento segue un video celebrativo dei dieci anni di attività del movimento: dura quaranta minuti, all’inizio è interessante e anche di buona qualità, ma piano piano ci si rende conto che non fa altro che ripetersi, senza aggiungere alcunché di nuovo a ciò che è stato appena detto. Vengono ripercorse le attività del partito dalla sua fondazione nel 2005: vediamo i comizi più significativi del suo uomo simbolo, Albin Kurti, le manifestazioni più importanti e i relativi scontri con le forze dell’ordine e le forme di protesta più riuscite ed efficaci, tra le quali spicca il lancio di gas lacrimogeno nel Parlamento da parte dei loro deputati.

Non c’è dubbio che si tratti di un movimento nazionalista, ma si tratta di un nazionalismo più di sinistra che di destra: il loro obiettivo principale, come dice il nome stesso, è la completa autodeterminazione del Kosovo dalla Serbia, ecco perché la maggior parte delle proteste da loro compiute si opponevano agli accordi di normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado. Tra le varie campagne di sensibilizzazione che ci mostrano nel video ne spicca una contro i prodotti importati dalla Serbia, in cui gli attivisti entravano nei supermercati e contrassegnavano questi prodotti con del nastro adesivo per distinguerli dagli altri. Il partito è inoltre profondamente contrario alla permanenza nel paese delle varie organizzazioni internazionali. L’atteggiamento di fondo è quello del “grazie dell’aiuto, ma ora potete andare, il vostro lavoro è finito”.

Queste idee hanno avuto evidentemente molta presa sulla popolazione, nelle elezioni degli ultimi anni il numero di voti per Vetëvendosje è costantemente aumentato: l’attuale sindaco di Pristina ne fa parte e in Parlamento sono il terzo partito con sedici seggi su centoventi.

Terminato il video arriva proprio l’uomo che nel video è stato il più incensato e celebrato: Albin Kurti, il fondatore e tuttora uno degli esponenti più importanti del partito. Parla per circa un quarto d’ora, ripetendo quello che gli abbiamo appena sentito dire nel video. Secondo lui il Kosovo non dovrebbe aprire a nessuna negoziazione con la Serbia, finché questa non riconoscerà la sua indipendenza e non si scuserà per i suoi crimini di guerra. Un’eventualità che non credo nemmeno lui ritenga possibile visto che è convinto che l’obiettivo di Belgrado sia di far fallire il progetto di creazione di uno stato indipendente, mantenendo sempre alta la tensione nelle regioni a nord del Kosovo e che sono abitate soprattutto da serbi. A questo aggiunge una denuncia alla diffusa corruzione presente in Kosovo e che colpisce soprattutto i livelli più alti della classe politica. Conclude il suo intervento con una frase sibillina su come la storia dei conflitti nei Balcani non sia ancora giunta alla fine e che se la comunità internazionale non fa attenzione potrebbe ritrovarsi a dover gestire un’altra emergenza. Purtroppo è di fretta e non ha molto tempo per le domande, risponde comunque molto abilmente senza entrare sul serio nelle varie questioni. Ci liquida con fare sbrigativo lasciando dietro di sé una platea decisamente poco convinta delle sue idee e dei suoi metodi.

Questi dubbi si riversano inevitabilmente sui due giovani attivisti, lasciati da soli a fronteggiare centoventi studenti di diritti umani molto preparati e molto sensibili a queste tematiche.  Le prime domande vertono sull’utilizzo del gas lacrimogeno durante le sedute del Parlamento: la loro logica è il far capire ai deputati come vengono trattati di solito i dimostranti che partecipano alle loro manifestazioni. Ci dicono di avere ancora un’ampia riserva di bombolette di gas inesplose recuperate proprio durante le manifestazioni e che se servirà non esiteranno a rifarlo, ci assicurano però che hanno sempre avuto cura di utilizzarlo in modo “proporzionato”. Il concetto di proporzionato in questo caso non mi è del tutto chiaro.

La seconda questione che scalda la platea è quella della bandiera: dal video abbiamo tutti visto che i manifestanti portano solo la bandiera albanese, nessuno aveva  quella kosovara. La prima motivazione che ci danno è comprensibile, la bandiera albanese è quella sotto cui è stata combattuta la guerra contro la Serbia, la parte albanese del Kosovo (il 92%) la identifica come propria e non accetta invece l’altra bandiera: quest’ultima è stata scelta tramite un concorso indetto nel 2007 e che tra le sue regole prevedeva il divieto di utilizzo dei colori rosso e nero da soli (quelli della bandiera albanese) o dello stesso schema di quella serba (tre strisce orizzontali rossa, blu e bianca). Gracanica 9La proposta vincitrice, che venne votata dal Parlamento tra tre finaliste, assomiglia molto alla bandiera della vicina Bosnia e il colore predominante è un rassicurante blu Europeo. Una buona parte della popolazione non ha mai accettato questa bandiera, perché dicono di non aver mai votato per sceglierla e la vedono addirittura come un simbolo della dominazione straniera.

Il tema della bandiera porta la discussione su un’altra questione appassionante: cosa vuole Vetëvendosje per il futuro del Kosovo? La risposta aleggiava nell’aria già dall’inizio ma alla fine ne abbiamo conferma: vorrebbero unirsi all’Albania, rinunciare all’indipendenza e diventare una regione albanese. Mi sembra incredibile che uno stato appena diventato indipendente voglia già unirsi ad un altro, e, a giudicare dal brusio tra gli studenti, non sono l’unico a pensarla così, ma visto il successo popolare del partito è chiaro che non si tratta solo dell’opinione di alcuni estremisti.

La discussione finisce e la platea sembra non voler infierire troppo sui due giovani attivisti, che verso la fine sono sembrati visibilmente nervosi. Scendiamo tutti al piano inferiore per un rinfresco a base di succhi di frutta e panino caldo. L’incontro si è rivelato molto stimolante, abbiamo incontrato il leader del terzo partito politico nazionale, non credo sarebbe stato possibile in un altro paese.

Per la sera è prevista un piccola festa di benvenuto in un vicino pub: ci muoviamo praticamente in blocco, il pub in questione è un seminterrato in stile underground con un palco e dei grossi tavoli di legno. Per la prima volta assaggio la birra locale, si chiama Peja e prende il nome dalla città in cui la producono, non molto distante da Pristina: una birra chiara, leggera, con un sapore buono ma non troppo forte, mi costa un euro e cinquanta. In qualsiasi altro locale a Venezia l’avrei pagata tra i cinque e i sei euro. Passo la prima parte della serata con i colleghi per dedicarci al tedioso compito di contare le carte d’imbarco degli studenti, una volta tornati dovremo restituirle al nostro ufficio finanziario. Quando finiamo siamo tutti  stanchi, ci avviamo verso l’uscita, i miei colleghi ci arrivano, io invece vengo bloccato da uno degli studenti, uno slovacco con cui avevo parlato a stento un paio di volte ma che mi costringe a restare.

Da quel momento la serata cambia, aiutata anche da qualche altra birra. Restiamo nel pub fino alle due e mi ritrovo a parlare con molti degli studenti, essendo parte dello staff loro mi conoscono tutti, ma io mi rendo conto di non aver quasi mai interagito con loro. Chiacchierare in un locale con la musica a tutto volume è una delle attività che più detesto, perché la trovo ridicola, ma quella sera non faccio praticamente altro. Esco senza più voce, il freddo è intenso, trovo i miei due compagni colombiani, prendiamo un taxi di passaggio e in pochi minuti siamo a casa.

Quando arriviamo è troppo tardi per farmi una doccia, l’acqua calda non c’è la notte, domattina mi dovrò svegliare prima. Me ne vado a letto con la testa leggera e il ronzio nelle orecchie tipico di una serata passata con la musica a volume troppo alto.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Gra%C4%8Danica

https://it.wikipedia.org/wiki/Vet%C3%ABvendosje!

Francesco Ricapito Marzo 2016