Mishima Yukio

Cavalli in fuga

Pubblicato il: 22 Ottobre 2013

“Honda sentiva che la sua giovinezza era finita con la morte di Kiyoaki Matsugae. In quel momento, qualcosa in lui aveva cessato di esistere all’improvviso: qualcosa di vero e di tangibile che si era consumato, bruciando con un fremente bagliore. Ora, a notte fonda, quando era stanco di impostare le sue cause, gli avveniva di prendere il diario dei sogni che Kiyoaki gli aveva lasciato, e di scorrerne le pagine. Gran parte del contenuto sembrava essere una congerie di enigmi senza senso, ma qualcuno dei sogni ivi annotati prefigurava con grazia la morte immatura di Kiyoaki” p. 9

Cavalli in fuga, secondo libro della tetralogia Il mare della fertilità, comincia restituendo al pensiero di Honda la figura e la memoria mai sopita del caro amico Kiyoaki, deceduto appena ventenne nello struggente epilogo di Neve di primavera. L’ossessione per il ricordo di Kiyoaki porta in effetti Honda a credere che un giovane kendoista, Isao Iimura, sia la reincarnazione dell’amico defunto. Da qui parte la vicenda che magistralmente Mishima ci racconta in questo suo secondo capitolo della serie, facendo leva, come già accennato argomentando sul primo volume, sul tema spirituale che lega i quattro libri, ovvero l’idea di reincarnazione e karma, che nella fattispecie comincia a costituire il più distinguibile orizzonte di senso che emerge in una narrazione in cui sono evidenti diverse altre tematiche di rilievo. Giovinezza, purezza, fede, ideale, volontà: sono questi i temi che irradia, come una luce frastornante per il lettore, questo potente apologo mishimiano nel quale – e mi sia concessa, più avanti nel pezzo, una riflessione vagamente autobiografica in merito – non è difficile scorgere i motivi, per chi ha conosciuto quest’area politica, dell’influenza del letterato giapponese, e di questo romanzo in particolare, sulla giovane destra missina dei Settanta, degli Ottanta e dei primi Novanta.

Ma torniamo alla storia che qui viene raccontata, a Isao, il vero e unico protagonista di una vicenda che vede ancora una volta Honda, a diciotto anni di distanza dagli accadimenti descritti in Neve di primavera, come testimone di un dramma che si consuma davanti ai suoi occhi e che termina nuovamente, come un destino apparentemente ineluttabile, con una morte giovane dolorosa da accettare e da comprendere. Honda conosce Isao perché invitato a un’esibizione di kendo che si tiene in un’accademia nei pressi di un santuario scintoista. Siamo all’inizio degli anni trenta, alle soglie della seconda guerra mondiale, in un Giappone in crisi economica che subisce l’avvento di una civiltà industriale iniqua e di una classe politica e imprenditoriale corrotta. Isao, diciannovenne fiero e puro, mosso da ideali tradizionali fondati sul culto della figura dell’Imperatore, sente che deve spendersi attivamente per contrastare tale stato di cose e, insieme ad un gruppo di giovani amici, progetta gesti clamorosi, dimostrativi e cruenti  contro l’establishment al potere in Giappone. A un passo dalla messa in atto del piano tutto però salta, tanto da vanificare ogni anelito di rivolta dei ragazzi. Isao verrà dunque scoperto e imprigionato, difeso in tribunale dallo stesso Honda il quale ha scelto di svestire i panni del magistrato per diventare avvocato e provare a salvare colui che ritiene essere la reincarnazione del caro amico. Ma Isao è più che mai determinato, e non saranno né la prigione, né la scoperta del sentimento amoroso, né le promesse per un futuro che oramai non ha più senso a far vacillare la sua volontà di punire i colpevoli e poi darsi una morte solenne e simbolica.

Cavalli in fuga è un’altra narrazione meravigliosa nella galleria dei romanzi mishimiani, degno seguito di un capolavoro come Neve di primavera. È un’opera – come tutta la Tetralogia del resto – tra le più dibattute e studiate dell’artista nipponico, non solo perché facente parte dei quattro libri-testamento ma perché racchiude in sé molti temi cari a Yukio Mishima, sviscerati nella fattispecie in modo talmente eloquente e significativo da affascinare e coinvolgere non solo il lettore amante, ma anche e soprattutto coloro che sono più sensibili a interiorizzare il mondo e il sistema valoriale mishimiano. Cavalli in fuga è per certi versi il romanzo più politico del letterato giapponese, e Isao Iimura, al pari dello stesso Kiyoaki ma per vie ben diverse, è (volutamente) un riconoscibilissimo suo alter ego, attraverso il quale Mishima eterna la giovinezza e i valori – per lui consequenziali – di purezza, fede e ideale. Se dunque Kiyoaki era la bellezza, la perfezione del corpo, Isao è l’incontro tra pensiero (idea) e azione, la forza di volontà, la disposizione ascetica e la determinazione del credere oltre i muri dell’immanenza e le rovine morali e spirituali di un Paese in crisi d’identità. Per poi darsi la “bella morte” (il seppuku). Sarà ora chiara a chi conosce alcuni fondamenti ideologici dei partiti dell’Italia novecentesca, come accennavo in sede d’introduzione, la vicinanza con  il mondo della giovane destra missina che la mia stessa testimonianza d’adesione e partecipazione a quell’ambiente vuol qui significare. Sarà chiaro come i concetti di onore e fedeltà, di purezza e volontà antagonista al degrado dell’entrante mondo capitalista, abbiano affascinato tanti ragazzi di un’area politica che, sul finire del secolo breve, aveva scelto Mishima, insieme a letterati come Drieu La Rochelle e Céline (e allo stesso Tolkien, che in ossequio a quei valori immaginava nuove cosmogonie e nuovi mondi) come suoi principali riferimenti letterari.

Cavalli in fuga è un testo meno articolato rispetto a Neve di primavera ma comunque complesso e prodigo di quelle debordanti e fascinose descrizioni tanto care al Nostro, restituite in forma sempre elegante ed efficace anche laddove la narrazione si fa più ostica per il lettore. Si entra anche più nello specifico rispetto al tema del karma e della reincarnazione, dottrina che lega le riflessioni spirituali ed esistenziali dei quattro volumi e che sarà ancora più argomentata e dirimente per l’economia del racconto nel terzo libro, Il tempio dell’alba. Resta in primo piano e costante anche la critica ad un Giappone ritenuto in involuzione progressiva, fortificata dal racconto nel racconto (La lega del vento divino, testo che ispira Isao nella scelta della sua via senza ritorno) ed evidenziata dall’azione intrapresa dai giovani antagonisti nei confronti di un sistema decadente e socialmente sperequato. È un elogio della volontà e della purezza, come detto, e anche gli altri sentimenti che entrano nel vortice del racconto ne verranno irrimediabilmente travolti, come l’amore nascente, un lusso per Isao e per tutti coloro che hanno scelto di votarsi a una causa sopra ogni altra cosa. Ciò che desta interesse è infatti anche la raggelante e pervicace risolutezza che caratterizza la figura del protagonista, deciso a togliersi la vita ad ogni costo per renderla in un certo senso immortale, immolandosi per un ideale che trascende ogni possibile bene materiale. Come in Neve di primavera, le ultime righe di Cavalli in fuga descrivono e sentenziano una giovane morte. Una vita ancora in fiore donata agli dèi con un atto marziale, solenne, quasi metafisico. Come lo immaginò Mishima per sé stesso, del resto.

“Certamente, Vostro Onore. Nel credo filosofico di Wang Yang-Ming esiste un punto che viene designato come concordanza di pensiero e azione. ‘Sapere e non agire è non sapere’ è questa la filosofia che mi sono sforzato di tradurre in pratica. A chi sono note la decadenza dell’odierno Giappone, le nubi minacciose che avvolgono il suo avvenire, la disperazione dei poveri e la miseria dei contadini; a chi sappia come tutto ciò è dovuto alla corruzione degli ambienti politici e alla natura stessa degli zaibatsu, svuotati di ogni afflato patriottico e impegnati a fondare tu tale corruzione la loro prosperità economica, a chi sappia che qui si situa l’origine dei mali che ottenebrano l’abbagliante benevolenza del nostro venerato Imperatore impedendole di manifestarsi, a chi sappia tutto questo ritengo che il significato di ‘sapere e agire’ non possa non apparire evidente” pp. 388-389.

Federico Magi, ottobre 2013.

Edizione esaminata e brevi note

Yukio Mishima, pseudonimo di Hiroaka Kimitake, scrittore  e drammaturgo giapponese, nasce a Tokio il 14 gennaio 1925 e muore, suicida, secondo il rituale del samurai (seppuku), il 25 novembre 1970. Molte le opere di successo, tra le quali Confessioni di una maschera, Il padiglione d’oro e la tetralogia Il mare della fertilità. Scrisse anche alcuni saggi, tra i quali Lezioni spirituali per giovani samurai.
Yukio Mishima, Cavalli in fuga, Bompiani, 2008. Titolo dell’opera originale: Honba (Runaway horses) 1967/68. Traduzione di Riccardo Mainardi. Questa edizione è oramai fuori catalogo ed è stata ristampata nei tipi Feltrinelli con nuova traduzione e nuovo titolo, A briglia sciolta.