Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 5 – Il Parlamento Nazionale e un Politico Accusato per Crimini di Guerra

Pubblicato il: 7 maggio 2016

Mappa KosovoPristina      Venerdì 22 gennaio 2016

Oggi l’appuntamento è alle nove e trenta davanti alla sede del Parlamento, alla fine del viale pedonale in centro: l’edificio è nuovo di zecca e probabilmente è stato costruito grazie ai fondi dell’ONU. Per entrare dobbiamo passare un blando controllo di sicurezza, le guardie sembrano quasi contente di avere un po’ di movimento e hanno un atteggiamento rilassato. Io vorrei scattare qualche foto, ma ormai ho acquisito una forma mentis postsovietica che considera le foto degli edifici pubblici una pericolosa minaccia alla sicurezza nazionale. A Baku fare foto nei pressi del Parlamento è un bel metodo per attirare l’attenzione dei poliziotti di guardia.

Nell’attesa che tutti passino i controlli veniamo fatti accomodare nella hall: un ambiente molto elegante con qualche bacheca dove sono esposti oggetti antichi. Davanti all’ingresso del Parlamento vero e proprio campeggia la gigantografia di Ibrahim Rugova: primo Presidente del Kosovo e celebrato padre di questa giovane nazione.

Chiacchiero con qualche studente, sembrano tutti molto curiosi di sapere come sta andando il mio stage, che cosa ho fatto prima di arrivarci e quali sono i miei piani per il futuro. Quando tutti hanno passato i controlli un paio di guardie ci scortano in una stanza al piano superiore che credo sia quella usata per le conferenze stampa ufficiali. La bandiera e lo stemma del Kosovo (quelli ufficiali e non quelli albanesi) decorano il muro dietro il piccolo palco di legno.Parlamento 1Lo staff del presidente della Camera si sistema vicino all’entrata come per studiarci e per assicurarsi che tra di noi non ci siano persone pericolose. Aspettiamo qualche altro minuto e poi finalmente arriva: si tratta di Kadri Veseli, Presidente della Camera, esponente del PDK, Democratic Party of Kosovo, il partito che dal 2014 è al governo. Prima di darsi alla politica era uno dei capi del famigerato SHIK, Kosovo Intelligence Service: un’organizzazione d’intelligence non ufficiale formata dagli ex combattenti dell’altrettanto famigerato KLA, Kosovo Liberation Army che combatté contro i serbi durante la guerra e che è stato spesso additato come responsabile di stragi ed illeciti vari. Purtroppo non ho avuto tempo di studiare a fondo la biografia di quest’uomo, ma so che insieme ad altri è stato spesso accusato di aver eliminato, spesso anche fisicamente, gli oppositori politici del PDK. Molte di queste denunce sono arrivate anche dall’EULEX e numerose sono le persone finite davanti ad un tribunale, la maggior parte tuttavia non sono mai state condannate. Sembra quasi una conferma di quello che ci hanno detto proprio i rappresentanti dell’EULEX due giorni fa: in Kosovo tutti sanno chi ha fatto cosa, ma nessuno è disposto a prendersi il rischio di parlare apertamente.

Kadri Veseli arriva con passo sicuro, stringe la mano a tutta la prima fila (quindi anche a me) ed è un fiume di sorrisi e convenevoli. Marijana, la professoressa responsabile del viaggio e che ha ottenuto per noi quest’incontro, lo presenta e lo ringrazia. Lui parla per un quarto d’ora ed è veramente incredibile come riesca a non dire assolutamente nulla d’interessante: il Kosovo è un paese giovane e in crescita economica, c’è molto potenziale, la corruzione è un problema che il governo sta cercando di risolvere, le relazioni con la Serbia stanno migliorando e il multiculturalismo è la caratteristica nazionale di cui vanno più fieri. Multiculturalismo: quando in un paese convivono più etnie questa è una delle parole preferite dai politici, che spesso a parer mio la usano per nascondere gravi problemi di convivenza tra popoli differenti.

Al suo intervento seguono delle domande piuttosto blande, sono sicuro che la maggior parte degli studenti conosce il passato di quest’uomo, ma hanno tutti l’accortezza di non voler rovinare l’incontro suscitando argomenti spinosi. Due rappresentanti degli studenti di entrambi i Master gli consegnano qualche opuscolo e del materiale informativo e poi la riunione finisce. L’impressione generale? Pessima. Ho pochissima esperienza diretta con i politici, ma questo mi ha convinto veramente molto poco. Ovvio che essendomi informato prima sono arrivato qui con molti pregiudizi, ma l’atteggiamento fin troppo cordiale, il sorriso tirato e palesemente falso, il discorso senza contenuto, sono tutti elementi che non hanno contribuito a scalfire questi miei dubbi.

Prima di uscire abbiamo il permesso di visitare la Camera: i seggi sono solo centoventi e di primo acchito mi sembra di entrare in un teatro di provincia. L’arredamento è tutto di legno e pare appena uscito dalla fabbrica.SAMSUNG CAMERA PICTURESCon lo spirito “politicamente scorretto” che a volte non riesco a trattenere faccio notare che si sente nell’aria un leggero odore di gas lacrimogeno, riferendomi alle proteste del partito Vetëmendosje di qualche mese fa, durante le quali i deputati hanno appunto lanciato una bomboletta di gas mentre il Parlamento era in seduta per bloccare alcuni provvedimenti che non ritenevano giusti. Si tratta della prima volta che entro in un Parlamento nazionale e la sensazione è intensa, sapere di essere in un luogo dove vengono decisi i destini di un intero paese, o almeno è così che dovrebbe essere, mi mette in contatto con l’umanità al potere: alla fine si tratta pur sempre di uomini e donne che si riuniscono e che prendono decisioni, così come fanno ogni giorno milioni di altri lavoratori in tutto il mondo. Mi rendo conto che mi piacerebbe visitare Palazzo Madama e Palazzo Chigi a Roma per provare la stessa sensazione di umanità nei confronti della nostra classe dirigente che spesso è avvertita come distante e raggiungibile solo tramite lo schermo televisivo.

Usciamo dal Parlamento, attraversiamo la strada e siamo già arrivati al Municipio di Pristina, davanti al quale campeggia la bandiera albanese e non quella kosovara. Tutto questo ha una sua coerenza, il sindaco eletto nel 2013 infatti fa parte del partito Vetëmendosje, “Autodeterminazione”, il cui leader abbiamo incontrato il primo giorno e che ha come obiettivo la riunificazione del Kosovo con l’Albania. Anche in questo caso l’edificio è piuttosto recente, una volta entrati ci fanno accomodare direttamente nella grande sala del consiglio comunale, una sorta di Parlamento in miniatura dove ci sono più posti per i visitatori che per i consiglieri stessi. Il sindaco si chiama Shpend Ahmeti, classe 1978 e ha una laurea in pubblica amministrazione conseguita in Bulgaria. Arriva in orario, si posiziona dietro al leggio e con un modo di fare rapido, preciso e dettagliato comincia a spiegarci quello che ha fatto da quando è stato eletto nel 2013.

Non ci nasconde che Pristina è una città piena di problemi: il sistema idrico si blocca di notte in alcune zone, molti di noi lo hanno sperimentato negli ultimi giorni, i blackout sono frequenti, gli asili sono pochi e costano troppo, i trasporti pubblici sono carenti e obsoleti, negli anni è stato costruito un numero incredibile di edifici abusivi che andrebbero legalizzati e in tutto ciò permane una radicata corruzione, che sembra quasi essere fisiologica ed inevitabile. Lo stile del suo discorso non potrebbe essere più lontano da quello del Presidente della Camera: cita numeri, statistiche, azioni concrete e leggi approvate. Ovviamente mette l’accento sui risultati raggiunti, ci nomina addirittura una lista di una quindicina di provvedimenti che aveva proposto in campagna elettorale e uno per uno ci spiega cosa è stato fatto e cosa si farà. Dimostra anche molta onestà quando ammette che probabilmente non riuscirà a raggiungere una paio di questi punti: una rarità sentire parole come queste da un personaggio pubblico.

Non usa mezzi termini nel dire che il suo lavoro di sindaco non è facile: ogni giorno deve combattere contro gruppi d’interesse e altri esponenti politici non sempre d’accordo con le sue idee. Questa schiettezza, il suo essere pratico, suscitano in me un’istintiva simpatia, mi sembra una di quelle persone alla cui onestà potrei credere. Si vede che questa vita e questo suo attivismo lo stanno sfibrando, se veramente è uno che non scende a compromessi e che non cede alle pressioni esterne come dice, posso solo immaginare quanta determinazione debba avere. Gli studenti sembrano pensarla come me, le domande che seguono sono incentrare sulla sua amministrazione e sul suo rapporto col governo centrale, apparentemente non troppo idilliaco. Gli viene anche chiesto cosa ne pensa del Partito Forte, il cui leader abbiamo incontrato ieri e che proprio alle elezioni comunali ha ottenuto un seggio nel consiglio. Ci risponde che oltre alle buffonate e alle prese in giro, si sono dimostrati partecipi e collaborativi con alcuni progetti portati avanti dalla sua giunta. Riguardo al prepotente nazionalismo che sembra pervadere la retorica del suo partito, non entra molto nel merito, dicendo che preferisce occuparsi dei problemi dei suoi cittadini. Questo mi fa pensare che nemmeno il rapporto con i quadri dirigenti del suo partito sia dei migliori. Esco dall’incontro con una buonissima opinione su questo sindaco concreto, deciso e volonteroso.

Per pranzo andiamo con la staff in una tavola calda là vicino: la specialità del locale sono delle torte salate con vari ripieni. Per due euro mi viene portata una fetta gigante ripiena di porri e formaggio: molto saporita, pochi ingredienti nelle giuste quantità, mi sazia.SAMSUNG CAMERA PICTURES

Per il pomeriggio ho richiesto di fare cambio di gruppo con una mia collega: voglio partecipare ad un incontro con il leader di un partito locale che ho già sentito nominare in un reportage trasmesso dalla Rai. Come al solito il punto di ritrovo è al monumento Newborn, da qui camminiamo per venti minuti fino ad una piccola palazzina sede del partito, l’AAK, Alleanza per il Futuro del Kosovo.

Una bella ragazza con una corta gonna nera ci fa accomodare nella stanza delle riunioni dove ci sono dei tavoli disposti a rettangolo con sopra bottigliette d’acqua, quadernini con lo stemma del partito dotati di penna e soprattutto spillette sempre con impresso lo stemma del partito. Il primo pensiero che formulo è piuttosto scontato: questi hanno i soldi.Parlamento 4

Mentre aspettiamo parlo con una studentessa olandese molto simpatica e anche particolarmente carina, quasi mi dispiace che la chiacchierata venga interrotta dall’arrivo del capo del partito, Ramush Haradinaj, un personaggio a dir poco controverso: per una manciata di mesi tra il 2004 e il 2005 fu Presidente del Kosovo, dovette però dimettersi perché incriminato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia per crimini di guerra commessi durante il conflitto con la Serbia. Le accuse in particolare riguardavano crimini come persecuzione, omicidio, saccheggio, deportazione e stupro. In quegli anni Haradinaj era uno dei principali comandanti dell’UCK, l’Esercito per la Liberazione del Kosovo, una formazione paramilitare che spesso è stata accusata di varie atrocità e i cui membri, una volta finita la guerra, si sono spesso riciclati come politici. Haradinaj fu tra i fondatori di questo partito, che si definisce di centrodestra e che al momento siede tra i banchi dell’opposizione.

Stando alle informazioni che ho trovato, il processo di Haradinaj si svolse all’Aja in un clima piuttosto teso: numerose persone che avrebbero potuto testimoniare contro di lui morirono in circostanze sospette in quei mesi, altri semplicemente si rifiutarono di parlare e l’accusa lamentò più volte le difficoltà incontrate durante le indagini in Kosovo, dove nemmeno le amministrazioni ONU e NATO vollero collaborare. Com’era prevedibile, il processo si concluse con una totale assoluzione. Si era parlato di un eventuale appello o addirittura di una ripetizione del processo, ma per ora non è ancora successo, a quanto pare le amicizie di Haradinaj si estendono anche al di fuori del Kosovo e più di qualche diplomatico ha dichiarato di sostenerlo.

Sono sinceramente emozionato quando finalmente lo vedo entrare: il suo passato bellico è evidente: passo marziale, capelli cortissimi, espressione severa e fisico possente che starebbe più a suo agio dentro una divisa che non in un completo elegante. Prova a fare il simpatico, sorride, è affabile, stringe mani e ci chiede da dove veniamo, ma non c’è niente che riesca a convincermi in lui, qualcosa non mi quadra e anzi m’inquieta. Forse sono solo vittima di quello che ho letto, ma mi dà l’impressione di essere un uomo pericoloso, classico lupo travestito da pecorella.Parlamento 5

Come anche il Presidente della Camera questa mattina, il discorso di Haradinaj dura poco e non dice quasi nulla: parole vuote, vaghe ed eteree che mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Mentre parla una donna entra portando un vassoio con tazzine di caffè per tutti. Poco minuti dopo ritorna, ma stavolta sul vassoio ci sono tanti bicchierini di rakia: un distillato di frutta molto alcolico che a me piace definire la “grappa locale” e che è uno dei simboli del Kosovo.

Io ammetto di avere un cuore che, in termini di politica, batte più a sinistra che a destra, però tutta questa cortesia, falsi sorrisi, gadget di partito, la bella assistente che purtroppo non dice nulla e sembra essere là solo per far scena, il bicchierino di rakia, tutto questo mi sa molto di estrema destra.  Avrò anche le mie idee ingenue, ma credo che se questo fosse un partito di sinistra ci offrirebbero forse dell’acqua, la ragazza sarebbe meno piacente ma almeno potrebbe dire qualche parola e il discorso del leader sarebbe molto più incisivo.

Gli studenti sono tutti sulle spine, studiano diritti umani e si trovano davanti uno che, anche se assolto, è stato comunque sospettato di crimini di guerra, se volessero fare le domande giuste potrebbero scatenare una discussione senza fine. Nessuno però ha il coraggio di farlo, i quesiti sono scontati e le risposte ovviamente sono sempre vaghe ed eteree. Addirittura ad un certo punto Haradinaj, senza che nessuno glielo chieda, risponde in francese ad una studentessa francese, forse solo per mostrare che ha una mentalità aperta e che conosce le lingue. Prima di uscire ci facciamo una foto tutti insieme, alcuni studenti restano fuori dalla stanza. Esco con un sensazione e metà tra lo stupito e il disgustato, gli altri sembrano essere d’accordo con me.

La giornata non è ancora finita, in programma abbiamo ancora un altro incontro con la responsabile dell’UN Women, una sezione della missione ONU che si occupa della parità di genere. La sede si trova in periferia e così camminiamo per venti minuti buoni: attraversiamo una animato parco pubblico pieno di bambini urlanti e saliamo su una delle basse colline che circondano la città. Da qui abbiamo una splendida visuale del sole che tramonta e che lancia raggi rosati sulle case e sui palazzi. Nel frattempo mi sono lanciato in una bellissima discussione con una studentessa belga sul rapporto della popolazione kosovara con la sua storia.Parlamento 6

Arriviamo in quella che è chiaramente una casa adibita ad ufficio, dentro ci stiamo a malapena tutti. A parlarci ci sono la direttrice del progetto e quella che potremmo definire la stagista. Il centro si occupa dell’emancipazione femminile, una tematica che in Kosovo è spesso poco considerata ma che in verità ha molti critici. Ci elencano i loro progetti, le loro collaborazioni e i loro risultati: sono molte le donne che si sono rivolte a loro per casi di violenza domestica. Io purtroppo tra i miei tanti difetti ho un leggero, giuro solo leggero, maschilismo. Credo sia il prezzo che pago per essere stato l’unico maschio della classe per tutti e cinque gli anni del liceo. Vero che ho imparato moltissimo ascoltando lamentele su fidanzati e amanti vari, e che sono stato anche diligentemente istruito su materie importanti come il ciclo, la scomodità dei reggiseni e le differenti metodologie di depilazione, tutto questo però mi ha causato una certa misoginia, che ogni tanto sfocia in maschilismo. Sono ben consapevole del problema e me ne vergogno pure, perciò sono costantemente impegnato a non lasciare che questi sentimenti prendano il sopravvento. Stavolta però non ce la faccio, il cervello abbassa il volume della voce direttrice, che comunque ha un’impressionante media di parole al minuto, e la mente comincia ad errare solitaria per i meandri dei miei pensieri. Mi autogiustifico dicendo che è stata una giornata lunga e faticosa.

Quando l’incontro finisce devo tornare in centro perché abbiamo una cena importante con tutto lo staff organizzativo. Prendo un taxi con altri studenti e con un po’ di fortuna trovo il ristorante: un accogliente locale seminterrato con le pareti curve e rivestite di legno che lo fanno sembrare l’interno di una botte. La cena è stata organizzata da Marijana, la professoressa austriaca responsabile del viaggio e che, da quel che mi hanno detto i suoi studenti, è una delle donne più influenti di tutto il paese. Oltre al mio staff c’è quello dell’altro Master e altri invitati amici di Marijana. Scopro che anche nell’altro staff ci sono degli stagisti, due per essere precisi, un ragazzo e una ragazza, entrambi finlandesi. Mi piacerebbe scambiare qualche parola con loro per scoprire cosa fanno e come si trovano, ma il ragazzo non è di molte parole e quelle che dice sembrano uscirgli a forza e la ragazza è troppo impegnata a telefonare. Di fianco a me si siede invece un italiano che è responsabile della sezione legale dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. Vive in Kosovo da dieci anni, è sposato con una donna romena, hanno una bambina ed è un ex studente del nostro Master. Poco distante da noi è arrivato anche il capo dell’UNMIK, la United Nations Interim Administration in Kosovo. Per me, giovane stagista colmo di belle speranze lavorative e affamato di occasioni nelle organizzazioni internazionali, questa è potenzialmente una situazione d’oro. Purtroppo non sono mai stato bravo nel farmi notare e così le uniche tecniche di approccio a cui riesco a pensare sono il nascondere il mio biglietto da visita nella tasca del mio vicino o piegare il mio curriculum a mo’ di aeroplanino di carta e lanciarlo nel piatto di Mister UNMIK.

Il ristorante è di quelli dove i piatti vengono portati ad oltranza senza nemmeno chiedere cosa si vuole. Mi abbuffo con scarso ritegno di ogni cosa soprattutto stufati di carne, insalate varie, formaggi caldi. Un paio di bicchieri di vino sono il degno accompagnamento per una tale abbuffata. Anche qui, come nel Caucaso, si usa bere qualche bicchierino tra un piatto e l’altro per pulire la bocca e digerire meglio: qui si usa la rakia, in Georgia si usa la chacha, in Azerbaigian la vodka, noi se lo facessimo useremmo la grappa. Oggi ci limitiamo ad un bicchierino all’inizio, solo per gradire, anche perché la rakia non è facile da bere; trovo che abbia meno sapore della grappa e che si senta molto di più l’alcol invece che la frutta con cui è fatta.

Quando la cena si conclude, io avverto i primi sintomi di quello che noi chiamiamo abbiocco, ma che in inglese si indica con la bellissima espressione “food coma”. Il ristorante nel frattempo si è  riempito, il baccano della gente che mi pulsa nella testa e l’aria calda e viziata mi rendono apatico. Per fortuna i miei colleghi sembrano soffrire degli stessi sintomi, salutiamo tutti e usciamo. Io ho solo voglia di andare a casa, buttarmi a letto e non muovermi fino all’indomani. Da solo cammino nella notte gelida fino all’appartamento, per strada è pieno di gente, soprattutto giovani che bighellonano senza nulla di preciso da fare. Quando arrivo e suono il campanello ho una bruttissima sorpresa: non risponde nessuno. Chiamo Kushtrim, quando mi risponde sento a malapena la sua voce, ma in sottofondo odo distintamente la musica di una discoteca, e allora capisco: oggi è il compleanno di entrambi i colombiani, sono usciti a fare festa. Mi scappa una sonora imprecazione che fa girare un paio di ragazzi dall’altra parte della strada. L’unica cosa che posso fare è andare con loro.

Cammino fino al monumento Newborn, la discoteca dove sono andati è infatti un club cubano li vicino. Io non lo vedo, passo il monumento, giro a sinistra e noto l’entrata di una discoteca in lontananza. Chiedo al buttafuori se posso entrare, lui mi appone un timbro sul polso e posso passare. Capisco subito che non è il posto giusto. Intorno ai tavoli ci sono solo piccoli gruppi di giovani che non appena entro mi guardano malissimo. Mi sento osservato e poco a mio agio, me ne vado cercando di non correre. Cammino ancora un po’, attraverso la strada, entro in un sottoportico che sembra corrispondere alle indicazioni di Kushtrim e infatti in fondo trovo un altro locale. Di nuovo il buttafuori mi timbra il polso e di nuovo appena entro capisco di non essere nel posto giusto. Esco di nuovo pieno di vergogna e quasi rassegnato, all’improvviso però vedo una faccia conosciuta: George, lo studente inglese che sta nel mio stesso condominio! Lo raggiungo e vorrei  quasi abbracciarlo per la felicità. Scopro che il locale cubano è là, ci sono passato davanti senza vederlo, proseguendo fino all’altra discoteca.

Quando entro trovo subito Kushtrim, sua sorella e i due colombiani. Quest’ultimi sembrano piuttosto un po’ brilli e mi abbracciano calorosamente. Da qui fino alla fine della serata mi trascino per il locale cercando di chiacchierare con qualcuno e di trovare la forza e la voglia di ballare, purtroppo con scarsi risultati. Lo so bene che le discoteche me le godo solo quando il livello alcolico è alto, non voglio però essere io quello che rovina la festa a tutti e così aspetto pazientemente. Dopo due ore finalmente usciamo, con Kushtrim e altri studenti camminiamo fino a casa. Entrare nel letto è un momento di pura gioia. Penso che a ventiquattro anni uno dovrebbe avere più energie e più voglia di fare tardi, mi sento un po’ colpevole per stasera, per fortuna il sonno arriva e interrompe questi pensieri.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Politica_del_Kosovo

https://it.wikipedia.org/wiki/Ramush_Harad

Francesco Ricapito Marzo 2016