Silverstein Shel

Il pezzo perduto incontra la grande O

Pubblicato il: 5 giugno 2015

Regalarmi un libro non è semplice. Lo sanno benissimo i miei amici. Però ci provano ed io, ogni volta, apprezzo i loro sforzi. Stavolta, per il mio compleanno, l’amica mi porge un pacchetto dorato e mi fa capire con sguardo appagato che sa di non aver sbagliato: “Questo di sicuro non lo conosci“. Infatti “Il pezzo perduto incontra la grande O” non lo conosco. Una copertina rigida e bianca, un autore che non ho mai sentito nominare, un titolo sicuramente stravagante e due sole figure al centro: un triangolo ed un cerchio. La scoperta si fa interessante. L’amica mi spiega che per lei è stato innamoramento a prima vista. Una lettura facile ma toccante e coinvolgente che, guarda caso, piace anche a suo figlio che ha sei anni.

“Il pezzo perduto incontra la grande O” si legge in cinque minuti ma in questi soli cinque minuti riesce a trasmettere tutto quel che serve sapere sull’amore. O sull’amicizia. O sui rapporti umani, più in generale. E ci riesce con una metafora che può apparire persino banale ma che di banale non ha assolutamente nulla. Il disegno, nella sua schietta essenzialità, accompagna una manciata di parole. Quanto basta a trasmettere la morale della favola perché, in fin dei conti, “Il pezzo perduto incontra la grande O” è e rimane una favola.

Il pezzo del titolo non è altro che un piccolo triangolo. Spigoloso e abbandonato, il pezzo perduto sta. Aspetta. Cosa? Che arrivi qualcuno che lo porti da qualche parte. Aspetta con pazienza e, di tanto in tanto, qualcuno appare. Nonostante i numerosi tentativi, il pezzo perduto si trova in mezzo a situazioni che non lo accontentano e non lo soddisfano come vorrebbe: c’è chi combacia ma non sa rotolare, c’è chi non combacia affatto pur sapendo rotolare bene, chi non sa né combaciare né rotolare. Il pezzo perduto non si arrende e continua la sua ricerca. Prova a farsi bello, perfino appariscente. Tentativi che falliscono miseramente l’uno dopo l’altro. Ad una certa pagina, però, il pezzo perduto pare trovare esattamente ciò che fa al caso suo: uno che combacia alla perfezione. E da qui un’unione impeccabile e un rotolare da sogno tra fiori e farfalle. Tutto pare procedere felicemente ma, d’improvviso, il pezzo perduto inizia a crescere. Il suo mutamento, così inaspettato e repentino da sbalordire se stesso, mette in fuga il cerchio che, fino a quel momento, l’aveva accolto ed aveva rotolato con lui. Il pezzo perduto viene nuovamente abbandonato.

Un giorno il pezzo perduto incontra qualcuno di speciale. Una O grande ed impeccabile. Il pezzo perduto si fa avanti e prova a spiegare alla Grande O che lui potrebbe essere proprio il pezzo che sta cercando. Ma la Grande O, senza scomporsi, gli spiega che non ha perduto alcun pezzo e gli suggerisce qualcosa di diverso: “Tu non puoi rotolare con me ma forse puoi rotolare da solo“. Di certo a questa soluzione il pezzo perduto non aveva mai pensato. Come può un triangolo pieno di spigoli imparare a rotolare? “Gli spigoli si smussano e le forme cambiano” risponde risoluta la Grande O. Il pezzo perduto rimane di nuovo solo ma poi prova a fare quello che la Grande O gli ha consigliato. Inizia a muoversi, a sollevarsi, a cadere, a spingere, a sbattere. E a furia di cadute e spinte il pezzo perduto inizia a cambiare forma e a somigliare sempre di più ad una O. Ed è talmente bravo da capire persino come si fa a rotolare da solo.

Come si fa a non amare una storia così bella? Il pezzo perduto impara una lezione che spesso, nella vita, si fa fatica ad apprendere: bastarsi. Le storie d’amore, le amicizie, certi rapporti possono finire perché è nelle logiche dell’esistenza, evidentemente. Pensare di trovare in qualcun altro un approdo certo, un’oasi di eterna passione può essere rassicurante ma, proprio come accade al pezzo perduto, col tempo, si può incorrere in cambiamenti che nessuno immaginava possibili. E allora? Allora si finisce per tornare alla propria solitudine con l’amarezza e il dolore di aver visto morire un rapporto che si credeva immutabile. Molti, forse persino troppi, annichiliscono in questa macerante brodaglia di rimpianti05, ricordi, nostalgie. La storia del pezzo perduto, nella sua candida semplicità, può essere illuminante. Seppur spigoloso e refrattario, capisce che la sua forma non è invariabile e che, con qualche ammaccatura e qualche colpo ben assestato, si può provare a cambiare per imparare a diventare se stessi. Costruendo così un’altra struttura di sé e, soprattutto, imparando a non dipendere necessariamente da qualcuno per poter vivere e “rotolare” con la serenità che serve.

Edizione esaminata e brevi note

Shel Silverstein è nato a Chicago nel 1930. Disegnatore, drammaturgo, poeta, paroliere, cantautore e scrittore. Nato da una famiglia ebrea, Silverstein ha studiato arte fino al 1953. Ha lavorato come vignettista e, dopo il servizio militare prestato in Giappone e in Corea, è stato assunto da Playboy come disegnatore. Nei primi anni ’60 inizia a scrivere storie e racconti per bambini. Pubblica “The living tree” (“L’albero”, Salani), “Where the sidewalk ends”, “The missing piece”. Negli anni è stato apprezzato anche come compositore tanto che, nel 1970, ha conquistato un Grammy Awards, per “A boy named Sue”, interpretato da Johnny Cash. Ha scritto numerose altre canzoni e nel 1981 si è lanciato anche nel mondo del teatro scrivendo le sceneggiature di diverse opere. Shel Silverstein è morto nel 1999 per un attacco cardiaco. Le sue opere sono tradotte in decine di lingue e conosciute in moltissimi Paesi dei mondo. Nel catalogo dell’editore italiano Orecchio Acerbo è possibile trovare: “Alla ricerca del pezzo perduto” (2013), “Il pezzo perduto incontra la Grande O” (2014), “Chi vuole un rinoceronte a un prezzo speciale?” (2011) e “Lafcadio” (2009).

Shel Silverstein, “Il pezzo perduto incontra la grande O“, Orecchio Acerbo, Roma, 2014. Versione di Damiano Abeni. Titolo originale “The missing piece meets the big O” (1981).

Pagine Internet su Shel Silverstein: Sito ufficiale / Wikipedia / Pagina Orecchio Acerbo / Fahrenheit Radio 3