Günday Hakan

A con Zeta

Pubblicato il: 20 gennaio 2015

“A con Zeta” (titolo originale “AZ”) è un romanzo inconsueto. L’ho trovato stupefacente ma anche grottesco, sproporzionato ma anche cinico, impertinente ma anche molto amaro. In certe scene mi è sembrato di ritrovare tracce di Tarantino, in certe altre un fumettone a tinte forti, in altre ancora è quasi trash. Insomma una mescolanza sicuramente molto stravagante ma, tutto sommato, ben concepita capace di lasciare il lettore costantemente in bilico tra l’ammirazione e il raccapriccio. Alla fine, comunque, penso che Hakan Günday, scrittore di sangue turco nato a Rodi nel 1976, si possa leggere con discreto diletto. E non è proprio un caso che in Turchia, il Paese in cui vive, i suoi libri vadano a ruba e che Günday sia molto amato soprattutto dai giovani i quali, evidentemente, sanno apprezzare le sue storie e il suo stile diretto e lucidamente spietato.

Derdâ e Derda. Un nome identico, fatta eccezione per quel minuscolo accento, e due persone distinte. Il che sta a significare anche due destini separati ma, a modo loro, non dissimili nella difficoltà di esistere. Sono proprio loro la A e la Z di questo titolo così breve. Le due lettere tra le quali germina un intero alfabeto proprio come tra Derdâ e Derda si sviluppa un intero romanzo. Hakan Günday divide geometricamente la sua storia in due parti, la prima è riservata a Derdâ, la seconda a Derda.

Derdâ ha undici anni e vive in un collegio. La bambina che dormiva nel letto a castello proprio sopra la sua testa una notte decide di precipitare da quell’altezza. Si schianta sul pavimento e muore col collo spezzato. Derdâ ha undici anni ma non ha affatto undici anni. “Era rimasto qualcosa di lei? Quale parte del suo corpo aveva undici anni? Le gambe, le unghie, le guance scavate? Dov’era rimasta bambina? Nelle ciocche di capelli che sfuggivano perennemente dalle trecce, come vapore? Nei talloni che non sarebbero mai guariti?“. Derdâ ha visto la bambina morta, l’ha toccata appena, ha pianto ed è tornata a letto senza dire nulla a nessuno. Saniye, la madre di Derdâ, viene a prenderla per portarla al villaggio. Una settimana, le dice. Ma così non sarà perché Saniye sa che una ragazza che va a scuola difficilmente potrà trovare marito, perché una donna che legge e scrive può essere pericolosa e non si sa adattare. Per questo Derdâ a soli undici anni va in sposa ad un uomo che non ha mai visto in vita sua. Un uomo che la porta con sé in Inghilterra, che la stupra e la picchia e che la terrà chiusa in casa per i successivi cinque anni. Derdâ è una sepolta viva che trova il coraggio di guardare dallo spioncino della porta del suo appartamento e vedere che al di là c’è un ragazzo con gli occhi chiari. Chiederà il suo aiuto e lo otterrà passando però per una serie di performances a luci rosse che iniziano con il soddisfacimento delle perversioni masochistiche di Stanley e del suo amico Mitch fino a far diventare la ragazza col burqa protagonista nolente di un video porno.

Derda è uno dei tanti bambini che lucidano le lapidi delle tombe nel cimitero di Istanbul. Vive nella baraccopoli appoggiata alle mura della città dei morti e, come tanti altri ragazzini, cerca di raccattare i pochi spiccioli che gli affranti parenti dei defunti sono disposti ad offrire. Suo padre è in prigione, sua madre è con lui ma è malata. Infatti la donna muore e Derda, che non vuole finire in orfanotrofio, decide di farla a pezzi con un’accetta e seppellirla nelle tombe che già conosce. Il lavoro è duro e sporco, ma Derda lo porta avanti con tenacia. A chi glielo chiede dice semplicemente che sua madre è tornata al villaggio. La sua minuscola esistenza si incrocia, quasi per caso, con quella di strani figuri coinvolti in strane vicende di servizi segreti e spie internazionali (tanto per non farci mancare nulla) dalla quale Derda ricava solo un immenso spavento e l’obbligo morale e quotidiano di pulire alla perfezione una lapide del cimitero, sempre la stessa. A sedici anni Derda è troppo grande per continuare ad elemosinare monete tra i morti e il suo amico Remzi gli permette di lavorare per lo stampatore di libri proibiti per cui lavora anche lui. E’ solo così che Derda decide di imparare a leggere, è solo così che conosce il nome e le opere di Oğus Atay, uno scrittore turco morto da qualche decennio, che diviene per lui una sorta di padre putativo. Un artista a cui ispirarsi e, soprattutto, un uomo da vendicare nella maniera più implacabile e rabbiosa.

Come potranno mai incrociarsi i suggestivi destini di due personaggi tanto lontani? Ovviamente non sono io a doverlo spiegare. Ma la letteratura può tutto. Persino far incontrare Derdâ e Derda che sono, quindi, quella A e quella Z a cui Hakan Günday dedica il suo romanzo.

Edizione esaminata e brevi note

Hakan Günday è nato a Rodi il 29 maggio del 1976. Da bambino si sposta in numerose città europee per seguire i suoi genitori diplomatici. Ha frequentato le scuole primarie a Bruxelles e ha conseguito il diploma superiore ad Ankara. I suoi studi universitari sono un po’ frammentari anche perché nel 2000, a soli 23 anni, Hakan Günday pubblica il suo primo romanzo. Da allora la sua vita è dedicata essenzialmente alla scrittura. “A con Zeta”, uscito in Italia nel 2015 per Marcos Y Marcos, è stato tradotto in molte lingue ed è stato giudicato il miglior libro del 2011 in Turchia. Nel novembre del 2014 Hakan Günday ha ottenuto a Parigi il Premio turco-Letteratura francese.

Hakan Günday, “A con Zeta“, Marcos Y Marcos, Milano, 2015. Traduzione di Fulvio Bertuccelli. Titolo originale “AZ” (2010).

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