Wiesel Elie

La notte

Pubblicato il: 29 dicembre 2007

Mai dimenticherò quella notte, la prima nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Questo è uno dei passaggi più intensi de “La notte”. E’ il 1944, Elie Wiesel ha poco meno di 15 anni ed è appena entrato nell’inferno di Auschwitz. E’ la voce di un ragazzo quella che leggiamo, la voce di un giovane ebreo che, fino a quel momento, aveva dedicato la sua esistenza allo studio della Torah e stava per essere iniziato alla Cabala. I nazisti lo hanno condotto, insieme a milioni di altri ebrei, in un luogo senza ritorno. Ma Elie da quel luogo è tornato. Da solo, ma è tornato. E ne “La notte” ha descritto il suo Lager. Fatto di fame, tanta fame, di gelo, di violenze inaudite, di preghiere inascoltate, di uomini annientati, di bambini impiccati. E un richiamo costante a quel Dio che, di fronte a tale abominio, è rimasto in silenzio:
– Sia benedetto il nome dell’Eterno!
Ma perché, perché benedirLo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Aushwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte?

Nel campo di sterminio il giovane Wiesel sente di essere più forte di quel Dio che tace. Elie diventa accusatore e Dio l’accusato. Elie si sente solo, senza Dio, senza uomini. Quel ragazzo, che un tempo piangeva pregando il suo Dio, è presto stato trasformato in un semplice portatore di disprezzo e di odio.

Sopravvivere in un campo di sterminio diventa l’imperativo. Non conta null’altro. E’ con agghiacciante coscienza che Wiesel racconta la morte di suo padre. L’uomo era rimasto fin dall’inizio con suo figlio, condividendo ogni istante di sofferenza. Si era ammalato, consumato dalla dissenteria e dai suoi deliri. La notte del 28 gennaio 1945 l’uomo muore a causa di una manganellata sferrata dall’ufficiale delle S.S. che voleva farlo tacere. Elie è a poca distanza ma non ha il coraggio né la volontà di avvicinarsi a suo padre. La mattina successiva non trova il malato dove l’aveva lasciato: Non piangevo, e non poter piangere mi faceva male: ma non avevo più lacrime. E poi, al fondo di me stesso, se avessi scavato nelle profondità della mia coscienza debilitata, avrei forse trovato qualcosa come: finalmente libero!

Nella prefazione all’edizione recensita, Mauriac scrive che i lettori de “La Notte” dovrebbero essere numerosi come quelli del “Diario” di Anna Frank. E’ esattamente così: il libro di Wiesel dovrebbe essere letto da molti, da tutti, ancora una volta, e una volta di più, per non dimenticare una delle catastrofi più terrificanti che l’umanità abbia vissuto.

Edizione esaminata e brevi note

Elie Wiesel è nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania. Nel 1944 è stato deportato ad Auschwitz e, poco più tardi, a Buchenwald. Nei campi di sterminio nazisti ha perso i genitori e la sorella Zipporà. Fu liberato il 10 aprile del 1945. Dopo la guerra ha studiato e lavorato come giornalista in Francia, successivamente si è trasferito negli Stati Uniti, dove vive tuttora. Wiesel è autore di decine di romanzi, saggi e testi teatrali. Nel 1986 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace. Wiesel è morto nella sua casa di Manhattan, New York, il 2 luglio 2016.

Elie Wiesel, “La notte”, Edizioni La Giuntina. Traduzione di Daniel Vogelmann. Prefazione di François Mauriac.

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