Campos Antonio

Afterschool

Pubblicato il: 13 Agosto 2010

Opera prima del 24enne regista newyorchese (ma d’origine italo-brasiliana) Antonio Campos, Afterschool è un film datato 2008 e uscito con colpevole ritardo in Italia, nel febbraio 2010, e ancor più colpevolmente passato come una meteora (una sola settimana di programmazione all’Intrastevere di Roma, figuriamoci nel resto della penisola, nonostante il passaggio a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”) nelle sale. Tipico prodotto del cinema indipendente che osa guardare, da angolature più sottili e inquietanti, oltre la superficie di una realtà sovente artefatta dai media e dalle istituzioni, Afterschool indaga in modo quasi documentaristico, o che comunque lascia pochi spiragli all’empatia, il controverso e a volte perverso rapporto che si instaura tra l’adolescenza e i video amatoriali di ogni specie prodotti su internet, in particolare da quando esiste Youtube. L’opera si concentra anche, è bene segnalarlo, sulle colpe delle istituzioni educative attente più al blasone e alla facciata che ai loro studenti, in qualche modo vittime dell’apparenza dignitosa da salvaguardare sotto una cortina di fumo che nasconde il più delle volte droga, disadattamento, difficoltà di relazione e incapacità di esprimere le emozioni  le paure e i dubbi che l’adolescenza porta con sé.

La cornice in cui si svolgono i fatti è un’ esclusiva high school dell’East Coast americana, nella quale risiedono ragazzi dai 14 ai 18 anni. Tra di essi c’è Robert, matricola del primo anno, adolescente introverso e solitario che passa diverse ore a scaricare video di oscura natura da internet. È attratto dalle bizzarrie e dalle scene forti, in particolare da una sorta di porno in cui un uomo, in soggettiva, usa violenza verbale e successivamente anche fisica ad una giovane a cui paga una prestazione sessuale. L’unico con cui parla è Dave, compagno di stanza molto più sveglio e inserito, che spaccia cocaina e che esce con ragazze più grandi e affermate dell’istituto. Tra di esse una coppia di gemelle 18enni, popolarissime a scuola, considerate belle e impossibili, “clienti” di Dave da qualche tempo. La calma apparente di un’istituzione scolastica fintamente moralista e perbenista è sconvolta proprio dalle morte delle due gemelle, all’interno dell’istituto, causa miscela micidiale di cocaina tagliata male e altre sostanze, tra cui il veleno per topi. Il destino vuole che proprio Robert, incaricato di filmare i corridoi della scuola per il corso di audiovisivi, immortali la scena dell’atroce agonia delle ragazze morenti. Ma c’è qualcosa che inquieta gli insegnanti che accorrono sul luogo della tragedia: Robert è seduto a terra e tiene tra le mani il volto trasfigurato dalla morte di una delle due gemelle. È muto e impassibile, e la sua videocamera lo riprende da lontano, in campo lungo. Cosa è successo al ragazzo? Perché non ha chiamato i soccorsi? Robert resterà fortemente segnato dall’evento.

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Una pellicola a tratti molto lenta, riflessiva, ricca però di una tensione immateriale che consente allo spettatore di seguire con vivo interesse la vicenda. Afterschool ha il pregio raro del cinema che pone domande interrogando sostanzialmente tutti, genitori, istituzioni, media e adolescenti stessi su questioni fondamentali per il nostro futuro prossimo come l’uso virtuoso di internet e  la possibilità di perdersi a cuor leggero nei suoi infiniti meandri. Ma non soltanto, perché c’è di più. O meglio, c’è qualcosa che va indubbiamente oltre il rapporto di dipendenza tra i ragazzi e la rete nel bel film di Campos, proposto allo spettatore da un’intelligente scelta di regia che ricorda da vicino, e che in qualche modo artististicamente accentua, l’uso spersonalizzante della macchina da presa che ritroviamo in Elephant di Gus Van Sant. Il regista newyorchese sceglie prospettive di inquadratura che allontanino il più possibile lo spettatore dall’individuazione del soggetto osservante: sovente l’azione è fuori dal campo visivo come lo è anche la voce dei protagonisti in scena, soprattutto nelle sequenze più intime tra i ragazzi. Campos “decapita” spesso e volentieri i suoi protagonisti per lasciare meno punti fermi possibili a chi guarda, immaginando che l’azione possa essere ripresa, nell’idea razionale di chi osserva, da tutte le angolazioni possibili. La distanza tra lo spettatore e i soggetti in scena, ma anche tra i protagonisti stessi e l’emozione da restituire, è rafforzata dall’uso dei campi lunghi, assai frequenti in particolar modo nelle scene più crude, quasi ad allontanare il voyeurismo naturale di chi osserva la scena fuori dal campo visivo. Il protagonista scelto, il bravo Ezra Miller, al tempo del film appena 15enne, ben si sposa con la scelta di regia, ovvero quella di lavorare per sottrazione dal punto visto emotivo, regalando una performance in cui l’assenza di emozione è presente sul suo volto, salvo un sorriso rubatogli fugacemente dallo psicologo, dalla prima all’ultima sequenza.

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Afterschool è certamente un film sull’adolescenza, che ha quindi un valore d’indagine su questa età inquieta esposta ai rischi e al contempo alle possibilità del mutamento, ma non vuol essere un’opera paradigmatica sul tema né tanto meno un atto d’accusa generalizzato contro l’apparenza e il perbenismo – un tempo si sarebbe detto borghese – di certi istituti privati. A Campos interessa più che altro il punto di vista di chi osserva, a scapito di qualsiasi sensazionalismo voyeuristico presunto, visto l’oggetto del film, che infatti a ben guardare è del tutto assente. Nessuna concessione al porno, alle immagini forti, al sangue e alla violenza; tutto è più che altro intuito, tutto si attenua e si disperde nei campi lunghi, negli intermezzi di vuoto in scena, e si dilata nei continui piani sequenza per poi sfumare nello sgranare della pellicola che va a più riprese a mettere fuori fuoco ciò che il costruttore usuale di immagini solitamente mette a fuoco per generare pathos.

Cambiando l’angolazione della visuale, la vita ce lo insegna, cambiano radicalmente anche i fatti che interpretiamo, e Campos ce lo dimostra quando ripropone da vicino la sequenza in cui Robert viene a contatto con le gemelle morenti che precedentemente ci aveva sempre mostrato in campo lungo. Quello che di veramente spiazzante ci regala Afterschool è questa idea, davvero angosciante, che non sappiamo dov’è l’occhio di chi osserva, suggellando l’opera con una significativa ed emblematica sequenza conclusiva, nella quale Robert si volta sentendosi spiato da uno sguardo estraneo al campo visivo. Si volta ma non vede nessuno, mentre lo spettatore vede la soggettiva di qualcuno che lo riprende con una camera a mano, in linea frontale rispetto alla sagoma del ragazzo. Suggestioni di orwelliana memoria, quanto mai attuali e sinistre. Il Grande Fratello ci osserva, pare dirci Campos, e c’è qualcosa di agghiacciante in tutto ciò che è fuori dal nostro controllo: non possiamo mai sapere da dove arriva il suo sguardo.

Federico Magi, agosto 2010.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Antonio Campos. Soggetto e sceneggiatura: Antonio Campos. Direttore della fotografia: Jodie Lee Lipes. Montaggio: Antonio Campos. Scenografia: Kris Moran.Costumi: .Catherine Akana. Interpreti principali: Ezra Miller, Jeremy White, Emory Cohen, Michael Stuhlbarg, Addison Timlin, Rosemary DeWitt, Gary Wilmes, Lee Wilkof, Paul Sparks, Christopher McCann. Musica originale: Gael Rakotondrabe. Produzione: Borderline Films, Hidden St. Productions. Origine: Usa, 2008. Durata: 120 minuti.