Menéndez Salmón Ricardo

Derrumbe

Pubblicato il: 21 maggio 2012

Il Male ha una sua logica. Orribile e spesso inspiegabile, ma concreta e tangibile. Soprattutto quando viene incarnato da esseri umani che agiscono per distruggere e terrorizzare. La letteratura ha generato i suoi mostri, gli incubi umani ne partoriscono altri eppure, sempre più spesso, la realtà sa essere più spaventosa e crudele di quanto possa concepire la nostra immaginazione. Siamo quasi “abituati” a convivere con il terrore ma aver terminato la lettura di “Derrumbe“, il romanzo di Ricardo Menéndez Salmón che esplora nel profondo alcune forme di terrore, proprio nel giorno in cui a Brindisi una bomba è esplosa di fronte ad una scuola uccidendo Melissa Bassi e ferendo altre ragazze, mi ha raggelata. Coincidenze, mi sono detta. Eppure le parole di Salmón, lo scrittore-filosofo spagnolo, al cospetto dell’attentato hanno assunto, nella mia mente, un peso ancora più gravoso e lacerante.

Derrumbe” inizia con un omicidio. Un colpo di pistola in testa e l’immagine dell’assassino che “si portò alla bocca frammenti di ossa e cuoio capelluto e lì in piedi, eretto come un totem oscuro, nella stanza appena illuminata dalla luce di garza dei vecchi lampioni d’epoca, chiunque l’avesse visto assaporare quel pugno di materia confusa avrebbe provato la tentazione di scappare molto lontano e molto in fretta“. L’omicida è, in realtà, un killer seriale e visionario. Si chiama Mortenblau (nomen omen!) ed ha l’abitudine di lasciare sul luogo del delitto, come segno distintivo del suo macabro passaggio, una scarpa della precedente vittima. Manila è uno dei poliziotti che lavora al caso ma è anche un marito e un padre premuroso. Il numero delle vittime cresce e l’omicida sembra trovare ogni volta forme sempre diverse per infliggere la sua sofisticata crudeltà. Intanto in città comincia a diffondersi un’altra orribile notizia: qualcuno ha iniziato a mettere degli aghi all’interno dei contenitori del latte. Tre ragazzi, incappucciati e travestiti da buffoni di corte, rivendicano l’azione terroristica attraverso un video trasmesso in TV. Gli “Estirpatori”, così si fanno chiamare. “Il loro obiettivo, dicevano, era vecchio come il mondo, terrorizzare, e non avrebbero desistito dal loro intento prima di aver instaurato un regime di panico costante. Non volevano nulla in cambio. Si accontentavano dei nudi fatti. Perseguivano soltanto la paura in sé e per sé; pretendevano soltanto di allarmare; nessun credo politico o religioso, nessuna ideologia li sosteneva, si sentivano forti perché non incarnavano altra bandiera che quella di colpire tante vite arrabattate, false, contingenti“.

Le efferate gesta di Mortenblau lasciano gradualmente il posto a quelle degli Estirpatori di cui conosciamo l’identità, la vita e la psiche. Tre giovani studenti di Filosofia: il colto ed affascinante Menendez e i fratelli gemelli Hugo ed Humberto, ragazzi dalla vita agiata e dai discorsi affascinanti e sibillini. Li osserviamo mentre vagano all’interno di “Corporama”, un parco tematico dedicato al corpo umano, un gigantesco giocattolo, “il Soma o Corpodromo, volgarmente noto come Ermafrodita, una figura realizzata in paraffina, plastica e vetro…“. Ed è proprio in quella sorta di viaggio dentro a “Corporama” che “tutto cominciò a delinearsi, il giorno in cui decisero di fare del terrore una disciplina, bighellonarono di qua e di là sprecando tempo ed energia, rinviando il momento di tornare nelle loro case dove non mancava nulla e dove, tuttavia, come loro stessi avrebbero insinuato in seguito nel primo dei loro video, tutto era accessorio…“. La sera stessa i tre pensano di annegare degli aghi nel latte. Nessuno di loro sa in quale devastante progetto sta per imbarcarsi, “erano inesperti, e di conseguenza crudeli” per questo pronti a dar vita ad un piano di terrore capace di far sentire loro un fuoco sacro e vitale scorrere nelle vene. Quello stesso fuoco che useranno, da lì a poco, per distruggere e far esplodere il gigantesco “Corporama”. Un attentato che assume tutto l’aspetto di un’apocalisse anche metaforica, la profanazione di uno spazio e di un artefatto incantato ma posticcio. Crolla la gigantesca creatura inventata dagli uomini e con essa sembra dover crollare una civiltà, quella contemporanea, che non sa trasmettere ai suoi figli nient’altro che valori svuotati e contraffatti.

Derrumbe” non è un thriller e non è un giallo. Non è un noir e non è un poliziesco. A Salmón non interessa scovare l’assassino o far trionfare i buoni, a Salmón interessa penetrare nel Male, quello con l’iniziale maiuscola, rintracciarne l’essenza, individuarne il nucleo, la radice. Così ci mette di fronte ad assassini dotati di grande intelligenza e cultura, persone che maneggiano la sofferenza altrui senza percepirne l’orrore, personaggi chiusi in un nichilismo esasperato che possono apparire mostri privi di ragione ma che una ragione, invece, ce l’hanno. Lo stile di Ricardo Menéndez Salmón è scarno, asciutto ma minuzioso ed attento, la costruzione delle vicende narrate poggia su momenti di suspense ottimamente dosata. La componente visiva ha il suo peso e riesce a coinvolgere e ad appassionare il lettore. Ho letto da più parti che Salmón è un autore di talento e, leggendo il suo “Derrumbe“, non posso che confermarlo.

Edizione esaminata e brevi note

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971. Ha conseguito una Laurea in Filosofia presso l’Università di Oviedo. Scrive per diverse riviste e per alcune testate culturali lavorando anche come critico letterario. Il suo esordio, come narratore, è avvenuto nel 1999 con il libro “La filosofía en invierno (KRK Ediciones, 1999 e 2007). In Italia alcuni dei suoi romanzi sono stati tradotti e pubblicati da Marcos Y Marcos: “L’offesa” (2008), “Gridare” (2009), “Il correttore” (2011) e “Derrumbe” (2012).

Ricardo Menéndez Salmón, “Derrumbe“, Marcos Y Marcos, Milano, 2012. Traduzione di Claudia Tarolo. Titolo originale: “Derrumbe” (Seix Barral, Barcellona, 2008).

Pagine Internet su Ricardo Menéndez Salmón: Wikipedia (es) – Intervista (Mangialibri)