Ricapito Francesco

8350,6 Chilometri: Viaggio in Auto da Venezia a Lisbona – 14 – La Britannica Gibilterra, Le Tapas Di Granada e La Desolazione Del Cabo da Gata

Pubblicato il: 19 settembre 2016

Mappa SpagnaCampeggio presso Peñiscola, Spagna, 7 settembre 2015

La prima meta della giornata è Tarifa, la città più meridionale della Penisola Iberica che si affaccia sullo stretto di Gibilterra, a pochi chilometri di distanza dalle coste del Marocco. Storicamente parlando, così come Cadice, anche Tarifa ha origini molto antiche ed oggi è una delle mete preferite per gli appassionati di windsurf e kitesurf. Ci piacerebbe visitarne il centro storico, purtroppo però la folla di turisti è tale che non troviamo nemmeno l’ombra di un parcheggio.
Infastiditi e delusi lasciamo la città. Fortunatamente poco dopo troviamo un’area di sosta che ci offre un panorama bellissimo sullo stretto di Gibilterra. La giornata è serena e in lontananza si vedono le coste africane. M’impressiona pensare come due territori separati da un così stretto braccio di mare possano essere così diversi l’uno dall’altro. Non solo una lingua diversa, ma anche una religione, una cultura, una civiltà. Questa è per noi anche l’ultima opportunità per vedere l’oceano, d’ora in poi torneremo a percorrere le coste del nostro tranquillo Mediterraneo. Un po’ mi dispiace lasciare l’oceano, a parte il fatto che mi ha sempre affascinato per la sua grandezza e forza, nelle ultime settimane è stato come una specie di amico e di compagno che ci ha regalato grandi emoziSAMSUNG CAMERA PICTURESoni e panorami eccezionali. A ben pensarci il nostro è stato un viaggio molto litoraneo, abbiamo fatto incursioni nell’entroterra ma poi siamo sempre ritornati verso la costa alla ricerca di belle spiagge e tramonti spettacolari.

Tra le persone nell’area di servizio un signore si sofferma qualche momento a parlare con Giorgia per dirle che assomiglia molto a Julia Roberts. Con quest’iniezione di autostima procediamo verso il territorio che dà il nome a questo stretto, Gibilterra appunto, un curioso caso di residuo imperiale britannico che m’incuriosisce molto.

Sono venuto a sapere della sua esistenza un paio d’anni fa quando preparai una presentazione per un corso d’inglese all’università. Si tratta di una piccola penisola occupata per la maggior parte da un massiccio montuoso e nel 711 divenne il primo punto di sbarco dell’invasione musulmana della penisola Iberica. Venne riconquistata dai castigliani solo nel 1462, ma nel 1704 venne nuovamente occupata, stavolta da una flotta anglo-olandese. La Spagna la cedette ufficialmente ai britannici nel 1713 però negli anni successivi tentò più volte di riprendersela anche con l’uso della forza. La Gran Bretagna dal canto suo era ben decisa a non rinunciare a questo preziosissimo avamposto così strategico per la sua flotta. Dopo la seconda guerra mondiale i conflitti tra Spagna e Gran Bretagna per il controllo della penisola continuarono, ma in un referendum del 1969 gli abitanti votarono quasi tutti per restare sotto la corona britannica, approvando pure una costituzione che permetteva a Gibilterra di autogovernarsi. Oggi la situazione non è molto cambiata e anche se sono stati stipulati diversi accordi tra le parti, capita ciclicamente che la Spagna rivendichi la sovranità su questo territorio. L’economia di Gibilterra si regge in parte sul turismo e la pesca, ma la sua principale fonte di reddito sono le attività finanziarie. Si tratta infatti di un vero e proprio paradiso fiscale, alla stregua di quelli caraibici, basti pensare che ci sono più società registrate che abitanti. Questo naturalmente ha creato non poche polemiche, anche a livello europeo, comunque per il momento la sovranità del Regno Unito sulla penisola non sembra in discussione. Sarà da vedere cosa succederà con la Brexit.

SAMSUNG CAMERA PICTURESIn sintesi ce n’è più che abbastanza per scatenare il mio interesse di studioso di relazioni internazionali. Parcheggiamo nei pressi del confine, nella cittadina spagnola di La Linea de la Concepción, le code per entrare con l’auto infatti sono lunghissime.

Mostriamo i passaporti alle guardie di confine e usciamo, ritrovandoci praticamente sulla pista dell’aeroporto di Gibilterra. Il territorio disponibile infatti è piuttosto limitato e i progettisti hanno dovuto ingegnarsi, tant’è che una parte della pista poggia su un terrapieno eretto in un punto dove prima c’era il mare. La strada taglia perpendicolarmente la pista e viene naturalmente chiusa quando un aereo parte o arriva, come se si trattasse di un normale passaggio a livello.

Davanti a noi la famosa Rocca, l’imponente rilievo che occupa buona parte del promontorio, spesso Gibilterra viene chiamata semplicemente La Rocca. Camminiamo lungo la strada principale e l’impressione è effettivamente quella di trovarsi in Gran Bretagna: i prezzi sono in sterline, nei pub di aspetto tipicamente britannico la birra si serve a pinte, molti souvenir hanno la bandiera britannica (intravedo anche l’ormai famosa statuetta della regina con la mano che si muove simulando il suo tipico saluto) e i ristoranti servono fish & chips. Solo l’architettura delle case tradisce una qualche influenza spagnola. Oltre a noi ci sono un numero impressionante di turisti, per la maggior parte britannici. SAMSUNG CAMERA PICTURESMolti di loro sono piuttosto avanti con gli anni (nonché sovrappeso) e si muovono usando delle carrozzine motorizzate a quattro ruote. Da questo deduco che deve trattarsi di ospiti delle navi da crociera attraccate nel vicino porto. La mia esperienza di steward di terra presso il porto crocieristico di Venezia mi ha insegnato che nelle navi britanniche l’età media degli ospiti è spesso piuttosto alta.

Leggermene fuori dalla calca troviamo il Trafalgar Cemetery, un suggestivo cimitero dove riposano i marinai inglesi morti durante l’epica battaglia del 1805 che segnò la morte, ma anche la vittoria, dell’ammiraglio Nelson sulla flotta di Napoleone. Ci sarebbe pure da visitare la parte superiore della Rocca, una riserva naturale nota per ospitare ben 200 scimmie in libertà, ma decidiamo che Gibilterra non fa per noi e torniamo frettolosamente indietro. Recuperiamo l’auto, troviamo l’autostrada e percorriamo quasi 300 chilometri fino ad arrivare alle porte di Granada. Qui per caso troviamo un campeggio: è proprio di fianco alla strada, in una zona pianeggiante e molto poco attraente ma non abbiamo voglia di lanciarci in altre ricerche e così ci fermiamo qui.

Dopo aver montato la tenda abbiamo ancora qualche ora di luce a disposizione, caso raro perché in genere arriviamo nei campeggi sempre piuttosto tardi. Nonostante la pioggia ci concediamo un bagno nella piccola piscina del campeggio e ci rilassiamo in tenda. La notte passa serena.

La mattina il sole splende e dopo colazione ci dirigiamo senza indugi verso Granada, famosa nel mondo per l’Alhambra. Purtroppo non abbiamo molte speranze di riuscire ad entrarci, l’afflusso di turisti è tale che bisogna prenotare con largo anticipo, tuttavia sappiamo che alcune zone del palazzo sono accessibili anche gratuitamente e mal che vada ce le faremo bastare. Trovare il parcheggio del palazzo si rivela un’impresa che ci porta via più tempo del previsto: girovaghiamo inutilmente per la parte più moderna della città, ingannati dal navigatore e dalla mappa della guida turistica. Finalmente lo troviamo e riusciamo ad arrivare alla biglietteria. Come sospettavamo i biglietti a disposizione per oggi sono già esauriti, un fatto comunque impressionante se si pensa che ogni giorno ce ne sono a disposizione circa seimila.

Il nome Alhambra deriva dall’arabo e significa “castello rosso”, furono loro infatti che controllarono la città dal 711 fino al 1492. Granada era la città più importante dell’ultimo emirato indipendente della Penisola Iberica e resistette per ben 250 anni alle pressioni della Reconquista. Fu in quel periodo che il palazzo venne eretto e più volte ingrandito. Verso la fine del XV secolo l’emirato fu colpito da una violenta lotta per la successione con tanto di ribellione e guerra civile. I cristiani seppero sfruttare al meglio le debolezze del nemico invadendo la regione e cingendo d’assedio Granada. Questo durò otto mesi e alla fine il re FerdinSAMSUNG CAMERA PICTURESando e la regina Isabella entrarono trionfanti in città, ponendo fine alla Reconquista e facendo dell’Alhambra il loro palazzo reale, apportando alcune modifiche e migliorie. Da allora le sorti di Granada si sono alternate, basti pensare che durante l’occupazione francese l’Alhambra venne usata come caserma, ma fu già dal XIX secolo che le sue bellezze cominciarono ad attirare turisti e visitatori.

Seguendo il flusso dei turisti entriamo in uno dei cortili del palazzo. La struttura è veramente enorme e per visitarla tutta forse non basterebbe nemmeno un giorno intero. Entriamo nel Palacio de Carlos V, un edifico circolare che si sviluppa su due piani e il cui cortile interno presenta un doppio ordine di colonne molto suggestivo. Poco oltre un bel cortile con giardino da dove si accede all’Alcazaba, la punta del palazzo che si caratterizza per la presenza di torri e mura. Passeggiando per le zone accessibili senza biglietto abbiamo comunque modo di godere di scorci suggestivi e angoli incantevoli. Il contrasto tra lo stile arabo e quello cristiano è spesso evidente e non fa che aumentare il fascino del luogo. Ce ne andiamo percorrendo una strada pedonale che costeggia le mura esterne e discende dalla collina dove si trova il palazzo fino ad arrivare al quartiere chiamato Albayzín.

SAMSUNG CAMERA PICTURESLa discesa è circondata da alberi e alla fine la strada attraversa un ponte sotto al quale scorre il fiume Darro, che lambisce il quartiere, ma che in questo punto è ridotto praticamente ad un torrente. Questo era una volta il quartiere arabo della città, oggi ha mantenuto le sue caratteristiche vie acciottolate e l’atmosfera orientaleggiante. Poco oltre infatti troviamo Calle Calderería Nueva, una stretta via che collega la parte alta e quella bassa del quartiere e che ricorda in tutto e per tutto un bazar. I negozi di souvenir su entrambi i lati della strada lasciano a malapena spazio per il passaggio delle persone e sono molti gli oggetti particolari in vendita. Ci soffermiamo con interesse su una serie di tisane aromatiche dai nomi piuttosto originali tra cui sueño alhambra e noche árabe.

Granada è famosa per essere uno degli ultimi posti in Spagna dove le tapas vengono servite gratuitamente insieme alle bevande. Ci sediamo ad un locale ed ordiniamo due birre, che qui si servono in cañas, bicchieri da 250 ml. Ci arrivano accompagnate da un invitante piatto di riso al nero di seppia e da due fette di pane. Decidiamo di fare il bis e stavolta ci viene servito un piatto più grande, con crocchette di patate, ali di pollo e fette di pane con sopra carne arrostita e formaggio. Varrebbe la pena andare avanti per vedere cosa arriverà, purtroppo però siamo sazi.

Proseguiamo la visita camminando fino alla cattedrale, un bellissimo edificio in stile barocco è un po’ offuscato dalla bellezza di ciò che lo circonda. Risaliamo verso il parcheggio percorrendo un’ampia strada pedonale che passa lungo il lato opposto a quello da dove siamo scesi e abbiamo modo di ammirare l’altro lato delle mura del palazzo.

Continuiamo la nostra marcia a tappe forzate verso est e verso casa. Percorriamo 200 chilometri e siamo di nuovo sulla costa, in prossimità del selvaggio Cabo da Gata. Per arrivarci passiamo di fianco alla Sierra Nevada, un famoso complesso montuoso dove si trova anche la vetta più alta della Spagna, il Mulhacén, che misura ben 3482 metri. Il paesaggio è costellato di pale eoliche e anche se di certo non migliorano il paesaggio, di sicuro sono più belle di una centrale a carbone. Vediamo la Sierra solo in lontananza: sembra quasi di trovarsi di fronte a paesaggi da film western e il paragone non è esagerato visto che proprio da queste parti, tra gli anni Sessanta e Settanta, vennero girati decine di film di questo genere, tra cui la celebre Trilogia del Dollaro di Sergio Leone.

Alcuni set cinematografici sono visitabili e si trovano in un’area chiamata Desierto de Tabernas, a nord della città di Almería, situata sulla costa poco prima di Cabo da Gata. Anche se con mio profondo disappunto, decidiamo di proseguire senza fermarci e così una volta superata la città arriviamo in questa zona, descritta nella guida come “poco affollata e selvaggia”, esattamente quello di cui abbiamo bisogno dopo l’incetta di turisti di Siviglia e Granada. Questa zona fa parte del Parque Natural de Cabo de Gata-Níjar e il primo paese che incontriamo si chiama San Miguel de Cabo da Gata. Non ci fermiamo ma anche qui, come anche a Cabo de São Vicente in Portogallo, c’è un’atmosfera da “fine del mondo”. In lontananza vediamo le grandi Salinas de Cabo da Gata, grandi lagune dove l’acqua viene fatta evaporare per estrarne il sale.

SAMSUNG CAMERA PICTURESSiamo alla ricerca di un ufficio turistico, poco oltre la strada curva in direzione della costa: davanti a noi una grande distesa pianeggiante e sullo sfondo un grosso massiccio montuoso che taglia il paesaggio. Non ci sono alberi e il colore dominante è un grigio tendente al marroncino che senza dubbio è frutto dell’origine vulcanica di questo territorio. Sulla strada costiera tira molto vento e alcune folate spostano letteralmente l’auto. Ci fermiamo presso i resti di un’antica torre di osservazione costruita praticamente sulla spiaggia. Questa faceva parte di un sistema difensivo e d’osservazione costruito per contrastare le frequenti incursioni dei pirati berberi, che qui venivano ad ormeggiare le loro navi approfittando delle molte baie tranquille e riparate. La sabbia della spiaggia intorno è sottile e tendente al grigio, qualche piccola imbarcazione riposa tristemente vicino alla torre e nell’aria c’è una sottile foschia causata dalla sabbia sollevata dal vento.

Non molto distante troviamo finalmente il tanto agognato ufficio turistico, dentro a quella che sembra una vecchia chiesa sconsacrata. Ci danno le informazioni necessarie per trovare un campeggio, insieme ad un’utilissima mappa della zona. Dobbiamo però tornare indietro e prendere la strada che passa dietro i rilievi del Cabo per poi tornare sulla costa. Guidare in mezzo a questo paesaggio desolato ed inospitale è un piacere e non posso esimermi dall’ascoltare alla radio le colonne sonore della Trilogia del Dollaro di Sergio Leone, quelle scritte dal grande Ennio Morricone. Una scelta poco originale che ci regala un simpatico momento epico.

Il campeggio SAMSUNG CAMERA PICTURESsi trova vicino al villaggio di Los Escullos, all’ombra di una collinetta. Le piazzole sotto tutte sormontate da teli che le proteggono dal sole che qui può essere implacabile. Purtroppo il terreno è estremamente sassoso e per fissare la tenda dobbiamo di nuovo ricorrere al sistema dei tiranti collegati all’auto e a tutto quello che troviamo intorno alla piazzola.

Una rapida spesa al minimarket del campeggio e poi usciamo per una passeggiata in mezzo a questo paesaggio selvaggio. Andiamo verso la costa, una strada sterrata passa di fianco ad una recinzione malmessa e poche centinaia di metri più avanti una piccola collinetta di detriti mi permette di avere una migliore panoramica della zona: il mare di fronte e ai lati i rilievi del Cabo da Gata. La vegetazione è molto scarsa, erba secca, qualche cespuglio verde scuro e ogni tanto una palma.
Di fianco alla spiaggia troviamo un grande ristorante, oltre una SAMSUNG CAMERA PICTURESpiccola scogliera che segna il limite della spiaggia sottostante. Il vento soffia impetuoso, un vento marino umido che entra subito nelle ossa. Le rocce portano evidenti segni di erosione e alcune delle sporgenze sembrano troppo sottili per essere ancora in piedi. Il fragore delle onde che si abbattono sulla spiaggia ci fa quasi pensare di trovarci ancora sull’Oceano. Sotto la schiuma delle onde l’acqua ha un bel colorito azzurro turchese. Un grosso fronte nuvoloso corre veloce in cielo e il sole che tramonta dietro al profilo montuoso del Cabo crea delle bellissime sfumature rosate. Sarà solo autosuggestione ma non mi riesce difficile immaginare navi pirata ancorate nella baia e bande di uomini feroci che scendono a terra per razziare i poveri villaggi di pescatori. Sono molto sorpreso da quest’angolo di Spagna: solo poche ore fa eravamo a Granada, sommersi dai turisti e dai negozi di souvenir ed ora invece siamo su una costa desolata e spazzata dal vento davanti ad un paesaggio surreale.

Torniamo indietro leggermente infreddoliti, il tempo di farci la doccia e sentiamo che le nuvole sono arrivate sopra di noi. Non ci pare di sentire tuoni e speriamo quindi che non si metta a piovere. Lottando contro il vento riusciamo a cucinarci la cena senza ribaltare il fornelletto. La tenda stasera si rivela ancora più accogliente del solito.

SAMSUNG CAMERA PICTURESIl giorno dopo le nuvole sono sparite, lasciando il posto ad un bel cielo terso. Da Los Escullos raggiungiamo il vicino villaggio di San José, da qui imbocchiamo una larga strada sterrata che sembra inoltrarsi nel nulla. Passiamo di fianco ad un pittoresco mulino a vento: ce ne sono parecchi in zona, sono fatti di calce, hanno un soffitto mobile di forma conica e sono piuttosto bassi, impossibile non pensare per un attimo a Don Chisciotte. Dopo pochi chilometri raggiungiamo un grande parcheggio dove possiamo lasciare l’auto e camminare fino alla vicina Playa de los Genoveses: una piacevole spiaggia lunga un chilometro ed incastonata tra i rilievi del Cabo da Gata. Non c’è molta gente ed è piuttosto tranquilla. L’acqua è calma e poco profonda, è anche inaspettatamente tiepida e ne approfitto per fare una bella nuotata.

Ci rilassiamo per qualche ora e poi ritorniamo indietro lungo la stessa strada, che poi è l’unica esistente. Sorpassiamo un paio di bellissimi punti panoramici da dove si vede tutta la costa e poi svoltiamo di nuovo verso l’interno, dove facciamo una deviazione per visitare Rodalquilar, un villaggio sorto in prossimità di una miniera d’oro che oggi però si è quasi del tutto svuotato visto che la miniera ha chiuso. Le case diroccate sono innumerevoli, ma ne vediamo anche alcune di più recenti che probabilmente fungono da seconde case.
La miniera si trova alle pendici di una collina subito fuori dal villaggio. Ci si arriva tramite una strada sterrata ed è ormai in roviSAMSUNG CAMERA PICTURESna. La struttura è ridotta all’osso ed ha un’atmosfera piuttosto sinistra. Dei cartelli informativi illustrano come funzionava la miniera, dando un senso alle rovine che si vedono. La strada prosegue oltre gli edifici in rovina e conduce sulla cima della collina, da dove si ha un bel panorama della valle circostante, completamente deserta.

Andiamo a fare la spesa nel vicino villaggio di Las Negras e poi ci lasciamo definitivamente alle spalle questa remota regione, riprendendo l’autostrada. Come abbiamo continuato a ripeterci negli ultimi giorni, il tempo stringe e il budget comincia a farsi sempre più limitato, percorriamo quindi la bellezza di 580 chilometri, ignorando località che sicuramente avrebbero meritato una visita, tra cui anche Valencia. Il paesaggio ritorna ad essere verdeggiante e le zone deserte lasciano il posto a villaggi e centri urbani. Quando ormai il sole è già tramontato non ne possiamo più di stare in auto ma siamo ancora alla ricerSAMSUNG CAMERA PICTURESca di un campeggio. Senza nessuna certezza di trovarne uno prendiamo l’uscita in direzione della città costiera di Peñiscola e ancora una volta la fortuna ci assiste. Ne troviamo uno proprio lungo la statale: non certo il più bello in cui siamo stati, ma almeno c’è poca gente e, a parte le zanzare, è piuttosto tranquillo. Nei bagni devo combattere con il sensore di movimento che controlla l’illuminazione che continua a spegnersi mentre sono in doccia.

Siamo entrambi provati dalle tante ora passate in auto e sappiamo che nei prossimi giorni questo schema si ripeterà. Siamo tuttavia decisi a sfruttare al meglio i giorni che ci restano e abbiamo quindi selezionato un paio di posti che vogliamo assolutamente vedere prima di tornare a casa.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gibilterra

https://it.wikipedia.org/wiki/Siviglia

https://it.wikipedia.org/wiki/Granada

Francesco Ricapito       Settembre 2016