Ricapito Francesco

Ricapitour 2016 – In Scozia con La Sorella – 6 – Una Colazione Tradizionale, La Città di Inverness ed una Serata di Musica da Pub

Pubblicato il: 17 novembre 2016

mappa-scoziaStudent Hostel, Inverness 20 Agosto 2016

La giornata inizia con una colazione fatta in casa dai nostri ospiti: a me arrivano due fette di pane con sopra uova strapazzate e salmone fresco. Per Elena invece c’è una colazione tradizionale scozzese a base di uovo all’occhio, pomodoro grigliato, salsiccia, pancetta, un tortino di haggis ed uno di black pudding. Quest’ultimo altro non è che sangue rappreso di vacca o maiale. Il mio salmone è ottimo, tenero e saporito. Anche Elena sembra gradire il suo piatto; completiamo la colazione con toast, burro e marmellata, un caffè e del succo d’arancia.

Chiunque abbia studiato inglese a scuola sa che i sudditi di sua maestà amano fare una colazione abbondante: in Inghilterra al posto dell’haggis e del black pudding ho spesso visto i baked beans, fagioli bianchi stufati in una salsa di pomodoro piuttosto dolce, ma per il resto le pietanze sono le stesse. La colazione salata è normale in molti paesi, per noi italiani però, educati a pane, Nutella, cereali, biscotti o cornetti, continua a sembrare irrimediabilmente sbagliata e pesante.

Paghiamo e salutiamo questa simpatica coppia che ci ha ospitato. Raggiungiamo la fermata dell’autobus: la nostra destinazione oggi è Inverness, capoluogo delle Highlands. La strada costeggia il Loch Ness, passando pure per il castello di Urquhart e il villaggio di Drumnadrochit, le due principali mete turistiche del lago. Una volta arrivati all’altra estremità, il Loch si restringe fino a diventare un fiume, chiamato appunto Ness, che passa per Inverness.

Nonostante sia il inverness-1centro amministrativo della regione, la città ha solo 60.000 abitanti e la si può visitare tranquillamente a piedi. Venne fondata nel XII secolo, ma a causa della sua storia piuttosto violenta non ha conservato molte testimonianze antiche. Sorge all’estremità di una lunga faglia chiamata Great Glen e che attraversa tutto il paese fino a Fort William. L’erosione dei ghiacciai ha creato una serie di profonde vallate che hanno dato vita ai numerosi laghi della regione, tra cui appunto il Loch Ness. Questi vennero spesso utilizzati come vie di comunicazione, specialmente dal 1822, quando vennero collegati tra loro dal Caledonian Canal. A questo seguì la costruzione di strade lungo le sponde dei laghi intorno agli anni Trenta e sono proprio quelli gli anni in cui scoppiò la febbre del mostro. Il fiume Ness, che attraversa la città, è profondo meno di mezzo metro ed è famoso per la pesca al salmone. La vicinanza di Inverness con il Loch Ness ne ha favorito lo sviluppo turistico, molti infatti la usano come base per visitare sia il lago che il resto delle Highlands.

Dalla stazione degli autobus in dieci minuti arriviamo all’ostello: si trova su una strada in salita, in una vecchia casa di cui non si riesce bene a cogliere la forma. La sala comune è dotata di divani, poltrone, libri ed una grande finestra con una bellissima visuale sulla città e il fiume. Le pareti sono tappezzate di foto, mappe, consigli su posti da visitare e anche vecchi articoli di giornale sul mostro. Uno di questi spiega con molto fervore che nei giorni dei primi avvistamenti di Nessie, in città era arrivato un circo i cui elefanti erano soliti fare il bagno nel lago. La teoria suggerita è quindi che le sinuose forme del mostro non fossero altro che un elefante intento a nuotare con la schiena e la proboscide fuori dall’acqua.

L’arredamento e l’atmosfera generale sono vagamente retrò, come anche altri ostelli visti finora, ma le stanze sono pulite e la cucina è ben fornita, non potremmo chiedere di meglio. Siamo in camera con altre quattro persone, una di queste è un signore sulla sessantina che dorme sulla piazza inferiore di un letto a castello: ha appinverness-2eso un asciugamano bloccandolo sotto il lenzuolo del letto sovrastante, creando così una sorta di loculo dove al momento sta guardando qualcosa al computer.

Il ragazzo alla reception ha un accento vagamente francese, ci dà qualche indicazione su cosa visitare in città e quindi usciamo. Per primo incontriamo il castello di Inverness: situato sopra ad una piccola collina che domina la città, quest’edificio di colore rosato ospita oggi un tribunale ed è chiuso al pubblico. Venne eretto nel 1847, sulle fondamenta di un castello precedente che venne distrutto nel 1746. La bandiera scozzese sventola allegramente sopra una torre e dal belvedere si ha un’ampia vista sul lungofiume. Scendiamo dalla collina e ci troviamo in una strada trafficata piena di negozi. Entriamo in una zona pedonale pavimentata con sanpietrini e dopo pochi minuti raggiungiamo il Victorian Market: una sorta di centro commerciale in stile vittoriano costruito nel 1890 e coperto da volte a botte. inverness-3Assomiglia molto ai passages di Parigi, che non a caso appartengono circa allo stesso periodo ed è molto ben conservato. Ci sono negozi per turisti ma anche altri più generici come parrucchieri, orefici, ferramenta e sarti. Ci fermiamo in un piccolo negozio di dolci, attirati dalle coloratissime caramelle in vetrina. Ci arrischiamo a comprare un lungo bastoncino da colore rosso acceso con l’interno bianco che si chiama Inverness Rock. Questa zona del mercato è particolarmente colorata e dà quasi l’impressione di trovarsi in un film di Natale, c’è addirittura un trenino giocattolo che corre su binari sopra i negozi.

Usciamo e raggiungiamo quella che sarebbe la città vecchia ma che di vecchio mi pare abbia solo una grande chiesa di mattoni. Il cimitero che la affianca presenta le tipiche vecchie tombe con la lapide storta. Attraversiamo un ponte pedonale e raggiungiamo l’altra sponda del Ness, l’acqua è effettivamente molto bassa e si vedono distintamente le rocce sul fondo.

Camminando lungo l’argine arriviamo alla grande St. Andrew’s Cathedral: un bell’edificio dal colore rosato i cui inverness-4interni sembrano essere stati appena restaurati. Un cartello all’entrata dice “Pokémon go welcome”. Un annuncio assai bizzarro per una chiesa.

Proseguiamo sul lungofiume fino a raggiungere le Ness Islands: un mini arcipelago fluviale composto da cinque isolette. Tre ponti di ferro in stile vittoriano collegano le due più grandi alle sponde del fiume: la vegetazione è rigogliosa e gli alberi sorprendentemente alti, l’aria è rinfrescata dall’acqua in movimento e sul greto si vedono numerosi pescatori di salmone. Sulla seconda isola troviamo una panchina vicino alla riva e ci fermiamo per pranzare. Stanchi del solito panino del supermercato abbiamo trovato un panificio con delle bellissime pastries: sorta di panzerotti di pasta sfoglia ripieni e cotti al forno. La mia è a base di manzo, patate, cipolle e qualche spezia non identificata. Le pastries sono comuni in tutto il Regno Unito e sono ideali per un pic-nic o uno spuntino veloce.
Assaggiamo anche l’Inverness Rock comprato al negozio di caramelle: la crosta rossa è zuccherina, mentre l’interno è più duro e spumoso, con un sapore di menta. Se si prova a masticarlo si attacca ai denti con sorprendente tinverness-5enacia ma nel complesso non è male.

Dopo aver mangiato ci distendiamo per una mezz’ora sull’erba a riposare, cullati dal rumore dell’acqua. Ritorniamo con calma verso il centro città, passando di fianco ad una chiesa dove si è appena concluso un matrimonio. Un tizio con una cornamusa suona lontano dagli altri ospiti: tra questi, la maggior parte degli uomini indossa il kilt mentre tra le donne sono molto popolari quei bizzarri cappellini colorati tanto amati dalla regina Elisabetta.

Torniamo in ostello, è ancora presto ma ormai abbiamo terminato la visita della città e non ci dispiace dedicare qualche ora al relax. La poltrona della sala comune dell’ostello è estremamente comoda, in compagnia di un tè abbozzo un programma per i prossimi due giorni e leggo qualche libro trovato per caso sul tavolo. Per cena ho deciso di concedermi un piatto a cui ricorrevo durante il mio Erasmus quandoinverness-6 ero in vena di spendere poco e non avevo voglia di cucinare: pasta con chili in scatola. Le scatolette in Gran Bretagna sono tra i prodotti più economici, tra i venti e i settanta centesimi l’una e, anche se sicuramente non sono sane, sono abbastanza mangiabili. Elena si è rifiutata categoricamente di provare questa mia ricetta e così si ha optato per un pesto alla genovese.

Per la sera il ragazzo della reception ci ha consigliato un pub a circa dieci minuti a piedi dove fanno musica dal vivo tutti giorni e specialmente oggi che è sabato. Si chiama Hootananny ed è una sorta d’istituzione cittadina: non è molto grande e i posti a sedere non sono più di venti, il palco è posizionato vicino alla grande vetrata che dà sulla strada. C’è già molta gente e dobbiamo scansare più di qualcuno per raggiungere il bancone. Assaggio una birra prodotta localmente da un birrificio che si chiama Black Isle Brewery: colore ambrato e sapore deciso, da queste parti è difficile trovare una birra deludente.

La band di stasera è un trio composto da fisarmonica, chitarra e violino. Come spesso accade, il chitarrista è pure il cantante principale, anche se è spesso aiutato dagli altri due, in particolare dalla violinista: una ragazza con un viso molto grazioso che mi ricorda molto una vecchia conoscente. Suonano musica folk, mischiando pezzi loro ad altri grandi classici. Davanti a noi, sedute ad una tavola rotonda, ci sono una decina di signore che stanno festeggiando l’addio al nubilato di una loro amica che non credo abbia meno di cinquant’anni. Il ritmo con il quale ordinano da bere è sconcertante, ma una di loro è ancora abbastanza sobria da fare una richiesta alla band, che l’accontenta.

La canzone richiesta è Wagon Wheel, un pezzo scritto da Bob Dylan e Ketch Secor che è stato poi reinterpretato da moltissimi altri artisti e che è diventata una delle canzoni country più conosciute al mondo. Narra di un viaggio in autostop lungo la costa est degli Stati Uniti: dal New England a nord a fino al North Carolina a sud, dove il narratore spera d’incontrare la sua amata. Tra il pubblico la conoscono praticamente tutti e i ritornelli diventano quindi un coro collettivo. Poco dopo la band suona un altro grande classico, stavolta irlandese: The Banks of the Roses. Una canzone sul tipico triangolo amoroso irlandese: lei, lui e il bere. Sentendo crescere lo spirito irlandese prendo una pinta di Guinness, uno dei simboli della cultura di questo paese nel mondo e dopo averla provata in diverse parti del mondo, ed aver anche avuto il piacere di visitarne la fabbrica a Dublino, mi sono reso conto che più la si beve vicino alla fonte e più è buona. Niente di nuovo in effetti, lo stesso si può dire di molti altri cibi ma nel caso della Guinness credo sia particolarmente evidente. A molti non piace visto il suo sapore molto forte e quasi solido, ho addirittura sentito alcuni chiamarla “steak in a glass”, “bistecca in bicchiere”, io invece la trovo perfetta quando si ha voglia di qualcosa di completamente diverso e adoro la densissima schiuma che si crea sulla cima della pinta appena versata.

Il concerto continua tra canzoni allegre ed altre più lente ma ugualmente belle da ascoltare. Durante un pezzo solo strumentale un paio di ragazze improvvisano un balletto davanti al palco che riscuote parecchio successo tra il resto del pubblico.

Fin da quando ho l’età per poterli frequentare, i pub e tutto ciò che vi succede mi hanno molto affascinato e grazie al mio Erasmus a Leeds ho avuto modo di sperimentare in prima persona le caratteristiche dei pub britannici. Esteticamente sono tutti diversi tra loro, ma esistono alcune caratteristiche generali che li accomunano tutti, a cominciare dai banconi: sono spesso in legno, hanno una forma allungata ed una silhouette caratterizzata da spine di birre che vanno dalle più comuni ad altre più locali. Gli scaffali dietro ai banconi presentano intere collezioni di bottiglie di tutti i tipi di alcolici conosciuti. Qui spesso si trova anche una lavagnetta con i prezzi delle bevande e le offerte del giorno, come birre scontate, il whisky della settimana o cocktail in offerta.

I muri del pub sono in genere decorati con quadri di scene rurali oppure con maglie e bandiere di squadre di calcio, rugby o cricket. In alcuni casi si possono trovare anche foto di personaggi famosi che sono stati là. Molto comuni sono anche i bersagli per le freccette e svariati schermi televisivi perennemente sintonizzati sui canali sportivi. Tavoli e sedie sono rigorosamente in legno e hanno la caratteristica di essere molto pesanti e difficili da muovere, questo anche a causa del pavimento appiccicoso, una delle peculiarità più comuni dei pub britannici: il fenomeno raggiunge il suo apice nel fine settimana, quando non è consigliabile restare fermi per troppo tempo nello stesso punto. Il miscuglio di birra versata e umido portato dalle scarpe spesso bagnate ed infangate dalla pioggia è infatti più efficace del mastice.

Anche l’odore stesso del pub è un qualcosa che s’impara presto a riconoscere: un miscuglio ineguagliabile di alcool, carne grigliata, patate che friggono, ascella che suda e pavimento bagnato. L’aria calda e viziata dovuta alla tipica scarsità di finestre non fa che amplificare la forza di questi effluvi, che all’inizio non sono per niente piacevoli, ma che dopo un paio di pinte diventano più sopportabili, come se un po’ alla volta si diventasse parte di quell’organismo rumoroso e accogliente che è appunto un pub.

Una menzione a parte meritano i bagni: non sono puliti, ovviamente, ma almeno qui il pavimento è talmente bagnato da non essere appiccicoso come nel resto del locale, anzi, spesso bisogna fare attenzione a non scivolare. I bagni maschili non sono dotati di orinatoi come in Italia, al loro posto c’è invece una lunga vasca di metallo appesa al muro. Questa, come anche i lavandini, già a metà serata è spesso intasata, di conseguenza quando la si usa può succedere di dover stare attenti a non essere colui che la farà traboccare aggiungendo la celebre ultima goccia. Una delle scene più classiche che si possono vedere entrando in un bagno maschile è qualcuno che urina appoggiando la testa contro il muro. Questo il più delle volte accade perché quando si va in bagno, e dopo qualche pinta capita molto di frequente, avere un appoggio supplementare da usare mentre si espletano le proprie funzioni fisiologiche può risultare effettivamente comodo.

I pub sono il cuore pulsante della vita sociale britannica, un po’ come lo sono le piazze per noi italiani, fanno parte della loro cultura e si può capire molto di questo popolo passandoci qualche serata, una vera e propria esperienza culturale.

La band fa una pausa, noi siamo stanchi e quindi decidiamo di ritornare in ostello. Prima però saliamo al piano di sopra, dove c’è un’altra sala che fa sempre parte del pub. Qui si sta esibendo un’altra band: quattro ragazzi vestiti quasi interamente di pelle, con i capelli lunghi e che suonano heavy metal. Non è proprio il mio genere, anche se come tutti da adolescente ho passato quella fase, loro però sembrano molto convinti di quello che fanno e si vede che ci stanno mettendo tutta la passione che hanno e questa mi sembra la cosa più importante.

Fuori è piuttosto fresco ma la città freme di vita; in giro si vedono molti giovani e alcuni hanno chiaramente esagerato con l’alcool. Ancora una volta mi sembra di essere tornato ai mesi del mio Erasmus e come allora resto impressionato dalla capacità delle ragazze britanniche di andare in giro di notte mezze nude senza apparentemente soffrire il freddo. Una volta in camera troviamo che il signore del letto a castello sta già dormendo, degli altri compagni di stanza ancora nessuna traccia.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Inverness

https://en.wikipedia.org/wiki/Wagon_Wheel_(song)

Francesco Ricapito       Settembre 2016