Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: Il Pellegrinaggio Mariano Di Popenguine

Pubblicato il: 9 giugno 2017

Domenica 4 giugno 2017, ore otto, Mbour, parrocchia di Saint André: io e Jamie, volontaria dei Peace Corps americani siamo i primi del gruppo ad arrivare. Ci siamo fermati per strada ad aiutare un taxi che si era insabbiato ma siamo puntuali. In pochi minuti arrivano anche Clinton ed Ed, altri due volontari americani e la coinquilina francese di quest’ultimo, Guenola. L’ultimo ad arrivare è Quentin, anche lui volontario americano dei Peace Corps.

Intorno a noi ci sono già diverse altre centinaia di pellegrini, l’età media non supera i venticinque anni e a parte noi non ci sono altri bianchi in vista. Consumiamo un panino con salsa di fagioli tipico delle colazioni “di strada” senegalesi e siamo pronti a partire, destinazione Popenguine.

Stiamo partecipando alla 129esima edizione dell’annuale Pellegrinaggio Mariano verso il santuario di questa cittadina della costa senegalese. Un evento molto sentito dalla popolazione cattolica del Senegal, che viene organizzato ogni anno il primo lunedì dopo la Pentecoste ma che dura in verità tre giorni. Le persone più serie in genere ne lodano le belle preghiere comunitarie e le grandi cerimonie, quelle più oneste invece lo descrivono come una grande occasione in cui far festa con gli amici, mangiare maiale e bere fino a rischiare di vedere sul serio la Madonna.

Indipendentemente dalle singole interpretazioni dell’evento, abbiamo deciso che si trattava di un qualcosa da vedere: Ed ci ha procurato i pass della parrocchia Sainte Marthe di Mbour, non sono strettamente necessari ma se qualcuno chiede almeno possiamo dire di appartenere ad un gruppo. Al momento di farli Ed non sapeva quale fosse il mio cognome e così ha dovuto inventarselo, per oggi sarò “Francesco GIUSEPE”.

La domenica è il giorno dei marcheurs, dei pellegrini che decidono di arrivare a piedi fino a Popenguine e questo è il punto di ritrovo per quelli di Mbour. Dal mezzo di un campo di calcio un presentatore chiama le differenti delegazioni per invitarle a partire. Molte di queste si distinguono tra loro grazie a magliette che evidentemente si sono potuti permettere grazie a sponsorizzazioni: sul davanti si può leggere il nome del gruppo e dell’evento, sul retro invece lo sponsor. Il più comune è Tigo, una popolare compagnia telefonica che a quanto pare ci tiene a non perdere la chiamata del Signore.

Noi partiamo indisturbati anche se ufficialmente dovremmo restare con il nostro gruppo. Ed e Clinton, che hanno già fatto il pellegrinaggio l’anno scorso, ci hanno raccontato che i fedeli si fermano molto spesso per strada a pregare e dopo un po’ la cosa diventa pesante, abbiamo quindi deciso di camminare da soli.

Il primo tratto di strada passa tra le case di Mbour; attraversiamo la via dell’ospedale e poi prendiamo quella asfaltata che porta a Saly, rinomata località balneare appannaggio soprattutto dei francesi. I gruppi che camminano con noi intonano canzoni di chiesa, si tratta quasi solo di giovani, sia ragazzi che ragazze e tra queste non è raro sentirne alcune cantare e dirigere gli altri con bellissime voci struggenti.

Il pellegrinaggio mariano di Popenguine è un evento molto popolare e famoso in Senegal: la sua prima edizione risale al 22 maggio 1888 e il suo ideatore fu un francese, Padre Mathurin Picarda, l’allora vicario apostolico di Senegambia. L’idea gli venne durante una visita del villaggio nel 1887, il suo obiettivo era creare un luogo di pellegrinaggio per i fedeli africani e decise di dedicarlo a Notre Dame de la Délivrance, una figura particolarmente venerata a Caen, la sua città natale.

Il pellegrinaggio di Popenguine quindi non è cominciato in seguito ad apparizioni della Madonna, come a Lourdes o a Fatima, tant’è che ancora oggi i fedeli sperano che le loro preghiere la possano far apparire un giorno. Il vero obiettivo era promuovere e diffondere i valori cristiani tra la popolazione.

Quel 22 maggio 1888 furono già molti i fedeli che arrivarono, Padre Picarda per l’occasione battezzò i primi trentotto cristiani senegalesi e Notre Dame de la Délivrance divenne Notre Dame de Popenguine. Dal 1981 poi, la marcia dei pellegrini è diventata una pratica ufficiale e oggi è uno degli eventi più attesi dell’anno. Un’occasione anche per ribadire la grande tolleranza religiosa che esiste in Senegal: la maggioranza del paese infatti è musulmana ma alcuni di questi partecipano al pellegrinaggio che tra l’altro quest’anno è caduto pure durante la seconda settimana del mese del Ramadan.

Arriviamo a Saly e qui facciamo una rapida pausa al supermercato per fare qualche acquisto, io opto per le banane, molto strategiche contro i dolori muscolari. Quando usciamo il numero di persone sembra essere aumentato.

Chiacchiero un po’ con Clinton: peace corp americano di Denver, cinquantatre anni, in pensione, vive in un minuscolo villaggio di etnia serere a circa venti chilometri da Mbour. Ho già avuto modo d’incontrarlo più volte negli ultimi mesi visto che è amico di Ed e Quentin, contrariamente agli altri peace corps che conosco non è molto contento della sua esperienza finora, la famiglia in cui vive è abbastanza povera, lui ha molte difficoltà con la lingua e la vita di villaggio non sembra entusiasmarlo molto. Nonostante questo dice che una volta finito il suo servizio vorrebbe restare un altro po’ e che gli piacerebbe affittare una casa qui in zona. A parte le sue difficoltà lavorative resta comunque una persona interessante e molto simpatica.

La strada passa dietro il centro di Saly, attraversiamo piccoli conglomerati di case dove gli abitanti spesso ci guardano in tralice, per ora siamo ancora gli unici bianchi che ho visto tra i marcheurs. A bordo strada stanno appostati bambini e signore che raccolgono le bottigliette di plastica lasciate dagli altri pellegrini, qui in Senegal sono spesso riutilizzate dalle famiglie o rivendute. Il paesaggio comincia a farsi più desolato man mano che ci allontaniamo da Saly, il sole è ormai salito e la temperatura è vicina ai quaranta gradi, per fortuna soffia un po’ di brezza marina che aiuta ad asciugare il sudore.

Clinton rallenta il passo e così io mi ritrovo di fianco a Guenola: ragazza francese dai tratti leggermente asiatici, diciannove anni, coinquilina di Ed, è venuta qui per uno stage e lavora con lui nello sviluppo rurale. Non parla inglese, in verità non parla molto in generale. Non perché sia timida, quando ci si discute risponde senza problemi, sembra più una che pesa bene le parole e non ne dice mai una di troppo. In ogni caso ci vuole una buona dose di intraprendenza per venire a fare uno stage in Africa a diciannove anni.

Dopo circa tre ore dalla partenza arriviamo alla strada asfaltata che conduce alla Laguna della Somone: incantevole riserva naturale con acque limpide, pittoresche mangrovie e alcune delle spiagge più belle del Senegal. Qui il sentiero si fa più stretto e si crea quindi un piccolo imbottigliamento di persone. Nel frattempo vetture cariche di bibite, piccole ambulanze ed unità dei pompieri fanno su e giù lungo il corteo. Ci sono pure delle vetture dotate di amplificatori che suonano musica allegra e da cui alcuni speakers incitano i pellegrini.

La vegetazione si fa ancor più rada, non ci sono quasi più alberi, la terra si fa più rossa ed è punteggiata da arbusti secchi e pietre bianche che segnano il confine tra una proprietà e l’altra. Attraversiamo quello che sembra essere il letto di un fiume in secca, qui, da una delle auto con l’altoparlante uno degli organizzatori si scusa con i partecipanti per il ritardo del camion dell’acqua che a quanto a pare ha avuto una perdita ma che ora sta arrivando. Per fortuna noi siamo stati previdenti e ci siamo portati scorte a sufficienza.

Mentre consumo una delle mie banane arriviamo ad una sorta di spiazzo con una decina di grandi alberi di mango che sembra essere il luogo della pausa pranzo. Alcuni gruppi distribuiscono panini vuoti e delle scatolette di pollo, altri qualche dolce e in un angolo vediamo il camion con la cisterna dell’acqua. Ci fermiamo anche noi qualche minuto all’ombra di un albero e in pochi minuti siamo circondati da una ventina di bambini che non dicono una parola e ci stanno solo a guardare incuriositi.

All’improvviso si avvicina un signore con un microfono, seguito da un altro con una telecamera: sono giornalisti di un’emitettent locale, TV Saloum e noi abbiamo chiaramente attirato la loro attenzione. Ci chiedono se possono farci un’intervista, naturalmente all’inizio nessuno si fa avanti, per fortuna ci pensa Jamie a toglierci d’impiccio: originaria di Seattle, venticinque anni, volontaria dei Peace Corps stanziata in un villaggio nella regione di Kaffrine, si occupa soprattutto di agricoltura e di alberi. L’ho conosciuta ad una festa qualche mese fa: modo di fare pragmatico, molto intelligente ma non saccente, entusiasta della sua esperienza finora e raramente timida. Risponde in wolof alle domande del giornalista, arrossendo un po’ ma mantenendo la voce ferma. Una volta finito con lei, il giornalista punta me: cerco di limitare il marcato accento italiano che mi caratterizza quando parlo una qualsiasi lingua straniera e rispondo sul perché siamo qui e sul come siamo venuti a conoscenza del pellegrinaggio. Non mi considero credente e così quando mi chiede per cosa pregheremo una volta arrivati rispondo molto democraticamente che lo sapremo solo una volta che saremo là e che per ora ci basta vivere questa giornata in compagnia degli amici e di tutti gli altri pellegrini. Il giornalista non sembra molto convinto e credo proprio abbia preferito le risposte di Jamie.

La sosta sembra andare per le lunghe e quindi decidiamo di ripartire. Seguiamo la strada principale e in breve tempo siamo da soli, abbiamo superato la testa del corteo. Sulla sinistra vediamo in lontananza la laguna della Somone, davanti a noi due brevi linee di colline, una delle quali termina sul mare con una grande scogliera: la falesia di Popenguine, dietro di essa si trova la nostra meta.

Continuiamo a seguire la strada ma pian piano cresce il sospetto di aver sbagliato qualcosa. La conferma arriva poco dopo da Ed e Clinton che hanno fatto il pellegrinaggio l’anno scorso: la strada “ufficiale” dovrebbe portarci verso l’interno, farci aggirare le colline da dietro e poi farci arrivare alla strada asfaltata che porta a Popenguine. Quella dove siamo al momento ci sta portando verso la costa, in quella che però sembra essere una scorciatoia che tra l’altro ci regala un bellissimo paesaggio desolato. Decidiamo di proseguire e di raggiungere il grande villaggio alle pendici della scogliera, si chiama Guéréo e balza all’occhio per il suo alto minareto verde e bianco.

Ci fermiamo solo un attimo perché Ed ha deciso che questo è il momento di tirare fuori dallo zaino l’arma segreta: una bottiglia di whisky che prontamente mescola ad una bottiglia di Coca Cola appositamente portata. Gli americani non perdono occasione per bersi un goccetto, io in genere evito di bere se devo fare attività sportive, ma non si può rinunciare ad un sorso in compagnia in mezzo a questa savana.

Ed è un personaggio interessante: ha ventotto anni, è mezzo olandese e parla molto bene il francese, oltre che al wolof. Si trova in Senegal da un anno e mezzo e si occupa di sviluppo ed educazione. Biondo, occhio chiaro, barba folta e fisico robusto, si capisce subito che è un po’ più europeo degli altri ma difende comunque con orgoglio la sua identità statunitense. Sembra una di quelle persone gentili e pacate di natura che non hanno bisogno di fare grandi cose per piacere agli altri.

Entriamo nel villaggio, in giro non c’è quasi nessuno. Ci fermiamo ad una boutique per dell’acqua fresca e ne approfittiamo per chiedere informazioni. Sembra che si possa arrivare a Popenguine attraverso la spiaggia ma solo se la marea è bassa perché altrimenti le rocce della falesia rendono impossibile il passaggio. Puntiamo quindi verso l’oceano, passando per il centro del villaggio.

La spiaggia è una distesa dorata spazzata da un vento fresco e popolata esclusivamente da bambini che giocano e che urlano eccitati dal nostro passaggio. Da qui in poi è tutta dritta, man mano che ci allontaniamo dal villaggio i bambini diminuiscono e alla fine restiamo soli. Quentin ci lascia e decide di prendere il sentiero che porta sulla cima della falesia invece di attraversarla alla base come noi.

Quentin è il volontario americano che vive più vicino a me, l’ho conosciuto tramite un partner di lavoro: si occupa di sviluppo comunitario, ha ventisette anni, lineamenti marcati ed espressione severa. Una persona intelligente, con un senso dell’umorismo spesso graffiante ma mai cattivo. È appassionato di fantascienza di cui sta attualmente scrivendo un romanzo, e di musica, suona la chitarra e l’armonica e ha già scritto diverse canzoni. Non rinuncia mai ad una birra in compagnia e nonostante una certa riservatezza, se gli stai simpatico non si fa troppi problemi a parlare dei suoi problemi.

Mentre Quentin sale noi continuiamo ed arriviamo alle prime rocce. Un sorso di Coca Cola e whisky per farci coraggio e ripartiamo: ci sono già diversi sentieri battuti che possiamo seguire, la marea non è bassissima e riusciamo a passare senza troppi problemi. In certi punti sembra di essere su un sentiero alpino, sopra di noi Quentin ha guadagnato la cima.

In circa venti minuti scendiamo dall’ultima roccia ed arriviamo sulla spiaggia di Popenguine. Il villaggio è davanti a noi, dei gendarmi sorvegliano la zona, forse per evitare che qualcuno entri nella piccola riserva naturale comunitaria intorno alla falesia: questa venne creata nel 1986 ed è mantenuta da una cooperativa di donne che si occupa anche di gestire un campement, il Keur Chupam, nel cuore del villaggio.

Percorriamo l’ultimo tratto di spiaggia, Quentin nel frattempo riesce a scendere dalla falesia e a raggiungerci senza farsi vedere dai gendarmi. Sono le quattordici, abbiamo impiegato sei ore ad arrivare e abbiamo percorso circa venticinque chilometri. Siamo tutti accaldati e doloranti in diversi punti del corpo ma l’occasione richiede un bagno nell’oceano. Ed ed io siamo già in mutande e con i piedi in acqua quando un gendarme arriva di corsa dicendoci che è vietato fare il bagno in questi giorni e che è pericoloso per via delle onde. In verità non ci sono più onde rispetto alle altre volte in cui sono stato qui e si vede che questa misura è stata presa per evitare che qualcuno che ha alzato troppo il gomito si faccia male.

Ci rivestiamo mestamente e andiamo a consolarci in un vicino ristorante ben conosciuto da Ed. Il menù del giorno prevede carne alla griglia: maiale, pollo oppure facocero. Sono mesi che cerco disperatamente di assaggiare quest’ultimo e oggi finalmente è la mia occasione. Mi arriva un bel piatto con pezzi carne stufati in una salsa rossa e condimento di patatine. Il sapore è simile al maiale ma più selvatico. Una Gazelle, la birra bionda più comune del Senegal, per accompagnare il piatto e poi siamo ci sentiamo tutti sonnolenti e soddisfatti.

L’idea ora è di cercare un’auto che ci riporti a Mbour, prima però è d’obbligo fare una capatina al santuario: sembra che il cibo prediletto dei pellegrini sia la carne grigliata ed in particolare il maiale, ovunque passiamo vediamo banchetti improvvisati con donne che grigliano, altri vendono bibite e dolci, altri ancora souvenir di vario genere. Negli spiazzi più grandi molti pellegrini hanno piantato la tenda per passare la notte. L’atmosfera generale è simile a quella di un concerto rock.

Il santuario in sé è un piccolo spiazzo con una sorta di cappella all’aperto dotata di altare, statua della Madonna, panche di pietra e circondata da capitelli di vari santi e sante. Di fianco alla cappella c’è una grande struttura semi coperta con file interminabili di panche ed un grande palco. Serve ad accogliere i pellegrini e noi arriviamo giusto in tempo per vedere l’arrivo dei marcheurs. Un presentatore, accompagnato dall’ allegra musica africaneggiante di una band, chiama le differenti le delegazioni le quali entrano correndo e si fermano sotto il palco a ballare e ad applaudire in una generale atmosfera di contagiosa allegria e voglia di festeggiare.

Quando le delegazioni finiscono, lo speaker dà appuntamento a questa sera per le preghiere. Noi continuiamo verso la strada principale, io e Jamie ci fermiamo solo un attimo per acquistare la maglietta ufficiale del pellegrinaggio. Non fatichiamo a trovare un’auto che ci carica e ci porta fino a Mbour.

Il Senegal è un paese pieno di problemi, tra questi però non figurano i conflitti religiosi, basti pensare che nel mezzo del mese del Ramadan si può tranquillamente organizzare un pellegrinaggio mariano con migliaia di fedeli. La tolleranza è profondamente radicata in questa società e in questi tempi di conflitti ed incomprensioni rappresenta una lezione estremamente preziosa.

Links:

https://fr.wikipedia.org/wiki/Popenguine-Ndayane

http://www.xibar.net/HISTORIQUE-DU-PELERINAGE-MARIAL-DE-POPONGUINE-L-apparition-de-la-Vierge-Marie-toujours-attendue_a45510.html

Francesco Ricapito       Giugno 2017