Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: Tre Giorni Nella Brousse, Il Villaggio Di Diama Fara – Parte 1

Pubblicato il: 15 giugno 2017

Villaggio di Diama Fara, regione di Kaffrine, lunedì 22 maggio 2017

Stazione Total, strada principale di Kaffrine, capoluogo dell’omonima regione dell’entroterra senegalese. Sono le otto di mattina, la temperatura sta salendo e la giornata di preannuncia umida, la stagione delle piogge si sta avvicinando. Ho appuntamento con Jamie, la volontaria dei Peace Corps americani che mi ha invitato a passare qualche giorno nel villaggio dove vive, Diama Fara, ventidue chilometri a sud di Kaffrine.

Sono arrivato ieri sera da Mbour: ho viaggiato con i 7place, i mezzi di trasporto più comuni qui in Senegal: vecchie Peugeot modificate in modo da avere una fila di sedili in più e poter così contenere fino a sette passeggeri. In due ore ho raggiunto Kaolack, città famosa per la sporcizia e la scarsa qualità dell’acqua. Gli abitanti spesso si riconoscono per i denti anneriti proprio a causa dell’acqua. In generale la città ha quel fascino particolare tipico dei posti così brutti da risultare affascinanti. Qui ho preso un mototaxi (non il massimo della sicurezza, ma molto più divertenti dei taxi normali) e ho raggiunto la gare routière da dove partono i 7place per l’interno. Al mio arrivo c’era solo una vettura diretta a Kaffrine e aveva un solo posto disponibile, uno di quelli posteriori. Questi la maggior parte delle volte sono talmente angusti che risulta sorprendente come riescano a contenere tre persone. Per me che sono alto un metro e novantacinque però è veramente una tortura e in genere cerco sempre di aspettare una vettura con un posto migliore. Stavolta però erano già le diciotto e non sapevo quando sarebbe arrivata la prossima macchina. Mi sono quindi fatto coraggio e sono entrato: il tragitto è durato circa un’ora e a parte l’imbottitura del tettuccio che mi solleticava la guancia e l’impossibilità di tenere il collo completamente diritto, non è stato poi così tragico.

Una volta a Kaffrine sono stato gentilmente ospitato da alcune colleghe volontarie di un’altra ONG: loro sono in quattro più la coordinatrice, lavorano principalmente con i bambini ed è stato bello passare la serata insieme confrontando le nostre esperienze in Senegal e scambiandoci opinioni. La mattina, per colazione mi hanno addirittura preparato una buonissima torta alla Nutella.

Jamie arriva pochi minuti dopo di me. Al contrario mio, deve ancora fare colazione e così mi porta in quella che si può considerare la versione senegalese del bar: dei gazebo circondati da teli contro la polvere e con sotto qualche panca di legno e un tavolo dove corpulente signore vendono panini e caffè. I panini in questione sono delle baguette con condimenti a scelta: i più comuni sono salse a base di fagioli, piselli, patate e cipolle a cui si possono aggiungere uova sode e patatine. Un’altra farcitura molto comune è la pasta con salsa di cipolle. Per noi sembra una bestemmia, ma a rischio di vedere ritirato il mio passaporto, devo dire che non sono niente male. Il caffè è in genere solubile, ma a volte si trova pure il più tradizionale cafè touba e viene conservato in grandi thermos.

Consumati i nostri panini (abbiamo optato per la salsa di fagioli), camminiamo in direzione della gare routière ma ci fermiamo prima, presso una larga laterale sterrata da dove partono i taxi brousse, quest’ultima è quella che noi chiameremmo “campagna”. La vettura della mattina è un minivan bianco con circa venti posti ed un tipico aspetto sgangherato.

Paghiamo il biglietto, 500 franchi, meno di un euro ad un signore con un lungo vestito rosso fuoco e ci sediamo su una panchina ad aspettare. Jamie è qui da settembre e ormai è abbastanza conosciuta tra la popolazione locale; molti la salutano usando il suo nome senegalese, Kadhy Drame.

I senegalesi hanno l’abitudine di dare nomi locali agli espatriati con cui lavorano, il mio è stato scelto in modo molto casuale dal vicino della nostra signora delle pulizie una sera che ci aveva invitato a cena: Modiop Mbeng.

Jamie non parla francese ma parla wolof, la lingua maggioritaria in Senegal. Ha venticinque anni, viene da Seattle e lavora per i Peace Corps americani: un’organizzazione di volontariato fondata nel 1961 e che ha come obiettivi la cooperazione per lo sviluppo nei paesi più bisognosi e la promozione e comprensione della cultura americana nei vari paesi e viceversa. Il loro servizio dura due anni, ognuno viene assegnato a delle famiglie e ne diventano praticamente parte. Al loro arrivo seguono un corso intensivo di lingua, la maggior parte studiano il wolof ma alcuni studiano il serer, o il pular, o il bambara a seconda del villaggio dove verranno assegnati. La regola generale è che per ogni famiglia si alternino al massimo tre volontari, per un periodo totale di sei anni. Questo per dare un po’ di continuità ai progetti. Le famiglie ricevono una quota per coprire le spese di vitto e alloggio. I settori su cui lavorano in Senegal sono agricoltura, sviluppo sociale e salute. A Mbour sono ormai nostri amici e tramite loro ne ho conosciuti altri, tra cui anche Jamie. Le storie che raccontano sui loro villaggi sono veramente interessanti e il lavoro che fanno sembra un tipo di cooperazione che funziona e che risponde ai bisogni specifici degli abitanti. Jamie si occupa di agricoltura, in particolare di alberi ed è la prima volontaria ad abitare nel villaggio.

Il minivan ci mette più di un’ora a riempirsi, i passeggeri sono soprattutto signore con figli a seguito. I sedili sono consunti, quello anteriore sembra tenuto insieme solo dalla polvere e la carrozzeria è parecchio arrugginita. Si finiscono di caricare i bagagli più ingombranti sul tetto e poi si parte. Seguendo una procedura che ormai dev’essere di routine, un gruppo di astanti si mette a spingere il veicolo indietro, verso la breve salita che termina sulla strada asfaltata. Una volta in cima lasciano la presa, il minivan accelera lentamente e l’autista riesce così ad accendere il motore. L’arte dell’arrangiarsi dei senegalesi mi sorprende ancora dopo sette mesi di permanenza nel paese.

La strada è piuttosto larga e, pur essendo sterrata, è in buone condizioni. In pochi minuti siamo fuori dalla città, in mezzo alla brousse: terreno sabbioso color ocra, cespugli secchi, alberi qua e là tra cui spiccano i pittoreschi baobab. Ogni tanto attraversiamo qualche villaggio, un paio di questi hanno belle moschee sorprendentemente grandi. Ci si ferma per far salire o scendere qualche passeggero, l’autista sembra conoscere ogni buca del terreno ma ci mettiamo comunque un’ora per arrivare a Diama Fara.

Appena scendiamo un bambino senza pantaloni corre incontro a Jamie. Si chiama Pamatar ed è il figlio di un vicino. Passiamo per la boutique gestita dalla famiglia di Jamie ed arriviamo nel cortile principale: la casa è praticamente sulla strada ed è un tipico compound senegalese formato da un edificio principale con le stanze da letto, uno secondario con la cucina, i bagni ed un’altra stanza da letto e infine una casetta separata con bagno privato che i Peace Corps hanno costruito per ospitare i volontari. In questo caso infatti la famiglia non aveva a disposizione un’altra stanza e quindi è stato pattuito di costruirne una che poi dopo i sei anni di servizio, resterà alla famiglia. Di fianco al cortile centrale, un piccolo orto dove Pamatar coltiva qualche verdura e nel quale grazie a Jamie sono stati messi i primi semi di quelli che in futuro diventeranno alberi.

Il padre senegalese di Jamie si chiama anche lui Pamatar: un distinto signore sulla sessantina, alto circa un metro e ottanta, sguardo intelligente e un po’ severo. Mi accoglie con una stretta di mano e mi dà il benvenuto. Dopo di lui mi presento alle sue mogli, ne ha tre: la prima si chiama Njaba, la seconda Astou e la più giovane Mariama. Com’è la normalità nelle case senegalesi, per il cortile vaga un numero variabile di bambini più o meno grandi che possono essere figli, nipoti, cugini, amici eccetera. Nessuno parla francese, solo Pamatar conosce qualche parola d’inglese visto che ha vissuto in Gambia qualche anno. Per comunicare dovrò fare affidamento a Jamie oppure a quelle quattro espressioni che conosco in wolof.

La casetta di Jamie è piccola ma accogliente, ha un tipico tetto di paglia, un tavolino con una sedia ed una branda. Un’altra porta conduce in un cortiletto dove c’è la turca ed uno spazio per lavarsi. Nel villaggio non ci sono elettricità e nemmeno acqua corrente.

La stanza dove dormirò io è quella di fianco alla cucina: il letto è bello largo, il materasso è di gomma piuma e a parte questo non c’è molto altro. L’unico dettaglio che mi preoccupa è il caldo: il tetto è in lamiera e già adesso tra interno ed esterno c’è una differenza di temperatura di qualche grado. Lascio giù lo zaino, spengo il telefono con il numero senegalese e mi tolgo l’orologio dal polso. Ho deciso di cogliere l’occasione di questo soggiorno per rendermi felicemente irreperibile e cercare d’immergermi a pieno nel ritmo del villaggio.

Mentre Jamie si cambia e indossa un vestito lungo e largo più appropriato agli standard del villaggio, io ne approfitto per consegnare a Pamatar un paio di sacchetti di arachidi, un piccolo ringraziamento per la loro ospitalità. Poco dopo usciamo per andare a presentarmi al capo villaggio. Torniamo sulla strada principale: Jamie è la prima volontaria a prestare servizio qui e nonostante sia arrivata da qualche mese attira comunque l’attenzione, figuriamoci poi in compagnia di un altro straniero.

La passeggiata diventa una sorta di sfilata dove assisto al consueto rituale dei convenevoli senegalesi: se noi ci limitiamo ad un “buongiorno”, qui nessuna conversazione comincia senza prima aver portato a termine la lista di saluti che parte con un generico “Salam Alekum, come va?”, per poi proseguire con “La notte? La mattina? La famiglia? La moglie? Il caldo? I figli? I genitori?” Le risposte a tutte queste domande sono ovviamente “Tutto bene, in pace, grazie a Dio, tutti in pace, in forma”. La cosa divertente è che, soprattutto quando due s’incrociano ma non si fermano, la lista di convenevoli viene comunque portata a termine ma ad una velocità più sostenuta e spesso non si aspetta nemmeno la risposta prima di continuare con un’altra domanda.

Ora che ci sono pure io i passanti si fermano a chiedere chi sono e come mi chiamo, non mi chiedono il nome bensì il cognome, questo è considerato più importante del nome perché ovviamente si può capire la famiglia di provenienza, l’origine e l’etnia di una persona. A quanto pare Mbeng non è un cognome conosciuto qui e la povera Jamie, oltre a dover spiegare a tutti che sono un volontario italiano che lavora a Mbour, deve pure ripetere più volte il mio cognome.

Il capo vive in un compound leggermente distaccato dal resto del villaggio. Lo troviamo all’ombra di un albero, circondato da un gruppetto di bambini, intento a riparare delle radio con il supporto di qualche pinza ed un saldatore improvvisato arroventando un cacciavite dentro un braciere a carbone. L’elettricità per le radio viene da una batteria per automobili. Ha sessantadue anni ma sembra molto più giovane, sguardo gentile e modo di fare tranquillo e informale. Mi dà il benvenuto nel villaggio, mi chiede come mi chiamo e cosa faccio. Jamie mi spiega che la sua carica è ereditaria, il suo primogenito diventerà capo dopo di lui e tra i suoi compiti c’è quello di raccogliere le tasse: mille franchi all’anno per ogni famiglia. Inoltre quando qualcuno vuole coltivare un pezzo di terra nei dintorni del villaggio deve prima chiedere a lui e stabilirne il prezzo. I capi villaggio e i capi quartiere nelle città sono delle figure piuttosto importanti nella società senegalese ed è difficile capire dove si ferma il loro ruolo e dove invece dovrebbe cominciare quello della pubblica amministrazione.

Ci congediamo dal capo e proseguiamo oltre per visitare i campi di Pamatar. Jamie è stata assegnata a questa famiglia anche per l’interesse del padre per l’agricoltura e per gli alberi. Sua è una foresta di eucalipti di circa un ettaro a lato della strada. Siamo venuti perché deve segnare alcuni di questi alberi con della vernice rossa: un modo per evitare che qualcuno li tagli per la legna. Intorno il paesaggio è piatto ed interrotto solo dagli alberi. Qualche piccola mandria di mucche vaga alla ricerca di cibo, seguita a distanza da un pastore.

Poco distante si trova un altro appezzamento di terra preso in affitto da Pamatar: a differenza dell’altro è recintato per evitare l’ingresso di vacche e capre. Dentro sono piantati manghi, tamarindi e altri alberi da frutto. Alcuni sono già cresciuti, altri invece sono alti solo pochi centimetri. Molti presentano dei rami innestati da alberi della stessa specie, un metodo per farli crescere più in fretta.

Lasciamo l’orto e torniamo a casa, ripassando di nuovo lungo la via principale e ripetendo quindi la sfilza di saluti e convenevoli. Una volta arrivati dobbiamo andare a prendere l’acqua: Jamie ha un grosso secchio che riempie ogni giorno presso il rubinetto di una casa vicina. Ci sarebbe pure un pozzo a pochi metri ma è molto più faticoso.

Tornando incontriamo un gruppo di bambini che giocano a biglie e che mi fanno segno di unirmi a loro. Le regole sono semplici: si mettono sei biglie in fila e distanziate di qualche centimetro, intorno a queste si traccia un cerchio di circa un metro di diametro. Lo scopo, rimanendo fuori dal cerchio, è di colpirle con una biglia più grande e di farle rotolare fuori. Faccio qualche lancio di prova e vengo sfidato da Serigne, uno dei figli di Astou: ragazzo di tredici anni dall’aria sveglia e abbastanza impudente. Tutto sommato non faccio una brutta figura, almeno finchè Serigne non mi mostra una tecnica particolare per colpire con forza le biglie da distanza ravvicinata: bisogna infilarla tra il pollice e l’indice. Il colpo proprio non mi riesce e la mia biglia rotola via fiaccamente tra le risate degli astanti.

Gli abitanti naturalmente bevono l’acqua del pozzo, Jamie ha in dotazione un filtro che serve a levare almeno i depositi di terra. Anche se filtrata però quest’acqua ha uno spiacevole retrogusto salato enfatizzato anche dal fatto che è tiepida. Il primo sorso per poco non mi va di traverso, immagino però che sia solo questione d’abitudine.

Jamie stende un telo sul pavimento e ci sediamo a chiacchierare nell’attesa del pranzo. Il mio termometro tascabile dice 44 gradi, per fortuna ogni tanto soffia una leggera brezza. Mentre esco per posare lo zaino nella mia camera butto lo sguardo nella cucina di fianco: un braciere di metallo alimentato a legna è posato per terra. La stanza è quasi del tutto spoglia ma le pareti sono annerite e il fumo, unito al calore rendono l’aria rovente. Njaba e Mariama sono indaffarate intorno al fornello e non sembrano curarsi molto della cosa.

Verso le quattordici Njaba arriva con un gran piatto di metallo coperto da un altro piatto. Jamie in genere mangia con Pamatar ma lui oggi è uscito quindi siamo solo io e lei. Ci hanno preparato la yassa: un grande classico della cucina senegalese a base di riso bianco, salsa di cipolle e pesce grigliato.

Nel pomeriggio siamo invitati ad un battesimo: Jamie indossa una tradizionale taille basse, un vestito composto da una gonna lunga e stretta ed una parte superiore dello stesso tessuto spesso decorata con bottoni e brillantini. Io mi limito ad una camicia bianca. La festa ha luogo in una casa poco oltre la moschea principale. Nel cortile che dà sulla strada è stato montato un tendone, in un angolo due ragazzi con microfono intonano dei canti tradizionali accompagnati da altri due che suonano i tamburi ed uno che ha improvvisato una batteria con delle taniche di plastica. Intorno a loro una coloratissima folla che però ha lasciato uno spazio centrale per chi vuole ballare. Astou è venuta con noi e per prima cosa ci porta dal marito, un giovane ben vestito a cui stringiamo la mano e a cui lasciamo come offerta cento franchi. Poco dopo incontriamo anche la moglie: più bassa di lui, vestita con uno sgargiante vestito marrone, una parrucca elaborata ed un trucco che noi definiremmo esagerato, ma che qui è sfoggiato dalle donne in tutte le grandi occasioni. Anche a lei lasciamo cento franchi.

I battesimi vengono organizzati una settimana dopo la nascita del bambino ed è solo allora che ne viene reso pubblico il nome. Farlo sapere prima della cerimonia infatti porta malissimo.

Ragazzi e ragazze si alternano a gruppi sulla pista da ballo. Un paio di giovani dotati di un sottile bastone tengono a bada la folla per evitare che la pista da ballo diventi troppo piccola. Non si fanno molti scrupoli nel menare fendenti sulle gambe di tutti coloro che non stanno a posto. Jamie si fa largo tra la folla e mi trascina con sé: tra l’ilarità generale improvvisiamo un balletto che cerchiamo di far assomigliare a quelli tipici senegalesi. Io purtroppo ho sempre avuto la stessa scioltezza di una trave di legno, per fortuna Jamie è più brava e attira l’attenzione del pubblico.

Torniamo nei ranghi ad osservare altri gruppi di ballerini, davanti a noi si forma rapidamente un gruppetto di bambini che ci guardano con incessante stupore, ignorando del tutto lo spettacolo dietro di loro.

Dopo un climax finale che vede la maggior parte delle ragazze gettarsi sulla pista e una di queste sentirsi male per lo sforzo, la festa termina e la folla si disperde. Astou è invitata a casa di un’amica per vedere i nuovi letti che ha appena acquistato, ci aggreghiamo. La casa è poco distante, un tipico compound simile a quello dove stiamo noi: entriamo nella prima stanza, un grande armadio di legno, tappezzeria ai muri per nascondere le crepe e le imperfezioni, foto di familiari modificate con fotomontaggi che a noi sembrano surreali e nel centro un grande letto in legno. Quasi a voler rassicurarci della qualità del suo acquisto, la padrona di casa ci fa sedere sul materasso. La stessa procedura si ripete nelle due stanze vicine, la prima appartiene alla seconda moglie e la terza ad una sorella non ancora sposata.

Il Corano specifica bene che nel caso un uomo decida di prendere più mogli, deve assicurare a tutte le stesse condizioni di vita e così nelle famiglie poligame ognuna ha la sua stanza, così come il marito ha la sua.

Ringraziamo per la visita e lasciamo la casa, tornando con calma verso la nostra, fermandoci ovviamente ogni dieci metri a salutare qualcuno.

Al crepuscolo l’aria comincia a rinfrescare leggermente e il vento sembra spazzare un po’ via il caldo della giornata. Ci mettiamo in cortile a giocare con i bambini. La piccola Astou, figlia di Mariama, ha una pallina e cominciamo a lanciarcela da vicino. Dopo un po’ riesco a convincerla a prenderla al volo con una mano e al terzo tentativo ci riesce. Al quel punto irrompe sulla scena Serigne che con la sbruffoneria che caratterizza la sua età opta per lanci più lunghi e potenti.

Veniamo interrotti dal padre che vuole portarmi a vedere altri suoi campi poco fuori dal villaggio. Camminiamo nella direzione opposta rispetto a quella di stamattina passando di fianco al secondo pozzo del villaggio. Le sue proprietà sono sulla destra, tre ettari delimitati da segni di vernice rossa sulle piante. Gli faccio qualche domanda in un inglese misto al francese e con qualche innesto di wolof. Lui mi risponde in wolof e in qualche modo riesco a capire il concetto generale: i campi erano prima di suo padre e lui li ha presi in consegna, ci coltiva soprattutto mais ma vorrebbe cominciare anche con il miglio. L’arachide, un grande classico in Senegal, non gl’interessa molto, piuttosto vorrebbe cominciare con gli anacardi e in questo Jamie lo sta molto aiutando. In lontananza si vedono grandi mandrie di capre che insieme al pastore tornano verso casa, qualche calao, l’uccello da cui è stato tratto Zazu del Re Leone, si allontana quando ci avviciniamo, il sole scende rapidamente alla nostra destra ed una luce dorata illumina il tutto.

Torniamo a casa e ci sediamo in cortile. Pamatar mi chiede da che parte dell’Italia vengo: preso dall’ispirazione prendo un bastoncino e comincio a disegnare un’orrenda mappa dell’Italia che poi allargo con il resto dell’Europa e del bacino mediterraneo, spiegando dove si trovano i vari paesi, attirando gli sguardi curiosi di tutta la famiglia. Facendo qualche passo più in là abbozzo anche una riproduzione del Nord America così anche Jamie può indicare la sua città.

Per la cena si segue una gerarchia ben precisa: i giovani mangiano gli avanzi del pranzo e per gli adulti invece c’è il cous cous di miglio e mais. Viene bagnato con dell’acqua e riscaldato, la grana è sottile come sabbia, anche il sapore è un po’ sabbioso per la verità. Viene però accompagnato con delle ottime salse che lo rendono molto più buono. Questa sera c’è una salsa dal colore marroncino a base di arachidi. Mangiamo dallo stesso piatto io, Jamie e Pamatar, seduti in cortile. Lui usa direttamente le mani, noi il cucchiaio. Non sono sicuro dei valori nutrizionali del miglio però mi riempie molto in fretta.

Il rituale serale della famiglia prevede di stendere qualche telo per terra con un paio di cuscini e di restare là insieme a giocare o sonnecchiare. Pamatar ascolta la radio disteso su un materasso a parte, le donne lavano i piatti e lasciano da parte gli avanzi di cous cous per la colazione del giorno dopo. Io e Jamie ci distendiamo tra i bambini, Pamatar, di fianco a me, russa beatamente.

Dopo un po’ decidiamo che è ora di coricarci nelle nostre stanze, mi lavo i denti ed entro nella mia. Il caldo è torrido, ho a disposizione una zanzariera da mettere intorno al letto ma questo aumenterebbe il caldo. Cospargo la tenda davanti all’entrata, quella davanti alla finestra, il letto, il cuscino e me stesso, di antizanzare e prego che basti. Jamie, ben conoscendo la situazione, mi ha dato un piccolo ventaglio ed una bandana per asciugare il sudore, entrambi si rivelano preziosi. Faccio attenzione a muovermi il meno possibile, ogni tanto mi do qualche sventolata col ventaglio e mi asciugo la faccia con la bandana, non senza impegno, ma alla fine riesco ad addormentarmi.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Peace_Corps

Francesco Ricapito       Maggio 2017