Arlt Roberto

L’amore stregone

Pubblicato il: 30 marzo 2016

“L’amore stregone”, che intenzionalmente richiama nel titolo il balletto di Manuel De Falla, è quello dell’ingegner Estanislao Balder, sposato e con un figlio piccolo, per Irene, adolescente di buon famiglia incontrata per caso su di un binario della stazione Retiro. Si coglie quindi dove sia ambientata la vicenda di questo incantesimo amoroso tanto allucinato quanto poco romantico, nonostante le frasi ad effetto di Balder: è la Buenos Aires degli anni trenta, in piena fase di industrializzazione e soprattutto sotto un regime dittatoriale che trova pieno sostegno nella piccola media e alta borghesia. Arlt non entra esplicitamente nel merito delle questioni politiche ma fa parlare i suoi personaggi per delineare il clima sociale e intellettuale del tempo: “Che iniziativa fantastica quella di Primo De Rivera! E’inutile…gli unici a fare qualcosa di buono in un governo sono i militari” (pag. 194). Un contesto politico ideale per far emergere le contraddizioni di un innamoramento e di conseguenza le distorsioni morali di una società fondamentalmente ipocrita e meschina. Così come ipocrita e meschino ci appare da subito l’amoroso ingegner Balder che, prima di tirarsi a lucido per l’amata Irene, anche fisicamente lascia alquanto a desiderare: “Era un uomo dall’aspetto malconcio. Indossava con trascuratezza il suo abito grigio piuttosto grinzoso. A tutto ciò si univano gli stivaletti leggermente imbarcati e i capelli cresciuti irregolari sulla nuca e sulle tempie […] Inoltre era un po’ ricurvo, difetto che accentuava l’oppressione nella quale le sue elucubrazioni lo facevano sprofondare” (pag. 19). Insomma apparentemente nulla che possa ammaliare un’adolescente sorridente e forse ancora illibata: “In sintesi, Balder era uno dei tanti tipi che definiamo uomini sposati. Fannullone, scettico, triste …” (pag. 68). Tant’è qualcosa di stregonesco e ipnotico porterà il malmesso ingegnere a prendere in considerazione la separazione dalla moglie e nel contempo a farsi manipolare dalla madre di Irene e da Zulema, un’amica della ragazza che forse tradisce il marito Alberto. Il tutto in un vortice di reticenze, di ambiguità e di probabili bugie che al termine del romanzo saranno in parte svelate. Balder in questo modo si perde in un gioco perverso e mentalmente pericoloso, dove le elucubrazioni si affastellano sempre di più e dove si capisce che anche è predisposto a mentire a se stesso riguardo i reali sentimenti verso Irene: “Mi sta succedendo qualcosa di simile a un individuo che è entrato in contatto con una banda di truffatori. La sua angoscia acquisisce una specie di ansiosa mobilità. E’ il desiderio di un chiarimento. Certo… il chiarimento arriva il giorno in cui ci hanno truffati. Perché mi attrae questa gentaccia?” (pag. 114).

Roberto Arlt per raccontare questa storia grottesca, sostanzialmente la rappresentazione di un mediocre in una società altrettanto ipocrita e inconcludente, ha pensato bene di proporre linguaggio e contenuti coerenti, per l’epoca molto poco tradizionali. Gli stessi riferimenti al sesso, e quindi a tutto quello che serviva per ovviare all’oppressione di una società sessuofobica, sembrerebbero piuttosto audaci se solo pensiamo che la prima stesura di “El Amor brujo” risale al 1932.

Una vicenda allucinata e malata nella quale risultano efficaci i frequenti flussi di coscienza e  l’alternarsi della prima persona con la terza persona, ovvero il narratore nelle vesti di confidente di Balder per tutte le vicende che, ormai viste a posteriori, lo avevano “rimbecillito”. E difatti: “Detto rimbecillimento (del quale per metà era consapevole poiché non potevo ignorare che stava annebbiando la mia vita) acuì a tal punto la mia suscettibilità che comincia pian piano ad isolarmi” (pag. 47). Un imbecille confesso e conclamato che, al termine del romanzo, una volta scoperti diversi altarini tali da far crollare il suo castello di illusioni, forse non riuscirà nemmeno a tornare definitivamente sui suoi passi. E’ la plateale imbecillità di Balder che nel romanzo si rivela in fondo lo strumento migliore per denunciare la repressione piccolo borghese che condiziona pesantemente uomini e donne e conduce a matrimoni grigi, basati sulla convenienza reciproca. Le contraddizioni di un uomo mediocre si rivelano anche in rapporto all’ambiente cittadino e alla Buenos Aires della fine degli anni ’20, in piena fase di modernizzazione. Balder è un ingegnere che ha in mente progetti avveniristici, con tanto di grattacieli di vetro e acciaio, ma poi si accontenta di svolgere mansioni lavorative non consone al suo titolo di studio: un rivoluzionario mancato sia nel campo dei sentimenti che della professione.

Bisogna aggiungere che “L’amore stregone”, pur con tutti i suoi aspetti allucinati e con i suoi flussi di coscienza, ci riserva momenti nei quali il grottesco e l’ironia si accompagnano efficacemente ai tormenti dell’ingegner Balder e alle contraddizioni dell’Argentina di Primo De Rivera: “In che paese siamo? Questo operaio con l’obbligo morale di essere un rivoluzionario viene a parlare a me che sono un ingegnere della necessità di rispettare le convenzioni sociali. Peccato che non siamo in Russia. Lo avrebbero già fucilato” (pag. 121). Il lettore, una volta terminato “L’amore stregone”, costatando l’assenza di retorica nel romanzo, probabilmente avrà le idee molto più chiare sul  perché gran parte della critica  abbia considerato Roberto Arlt uno dei fondatori della moderna letteratura argentina.

Edizione esaminata e brevi note

Roberto Arlt (Buenos Aires, 1900 – Buenos Aires, 1942) fu giornalista, scrittore e drammaturgo. Tra le sue opere sono stati tradotti in italiano i romanzi Il giocattolo rabbioso, I sette pazzi, e  I lanciafiamme. L’amore stregone (1932) viene pubblicato ora in Italia per la prima volta.

Roberto Arlt, “L’amore stregone”, Intermezzi editore, Ponte a Egola 2014, pag. 214. Traduzione di Elisa Montanelli

Luca Menichetti. Lankelot, giugno 2014

Recensione già pubblicata il 1 giugno 2014 su ciao.it e qui parzialmente modificata.