Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: Le Isole Della Madeleine

Pubblicato il: 18 luglio 2017

La Corniche di Dakar è una delle arterie principali della capitale senegalese. Il nome è tipicamente francofono e come le omonime strade della Costa Azzurra, corre parallela alla costa, seguendone le curve e le linee. Lungo la Corniche si trovano diversi luoghi interessanti: un mercatino artigianale, un piccolo porto di pesca, il gigantesco Monumento della Rinascita Africana, la Corte Suprema e perfino una grande palestra a cielo aperto dotata di attrezzi pubblici. Il panorama sull’Atlantico è molto suggestivo, specialmente al tramonto, il momento in cui buona parte degli sportivi della città viene qui per fare esercizio.

Da quasi ogni punto della Corniche sono ben visibili due isole a pochi chilometri dalla costa: sono le Isole della Madeleine, conosciute pure con il nome di Parc National Des Iles De La Madeleine, il parco nazionale più piccolo del Senegal ma di sicuro uno dei più particolari.

Per arrivarci è necessario rivolgersi direttamente alla direzione del parco: il loro ufficio si trova lungo la Corniche, a pochi metri dalla Corte Suprema, un piccolo edificio dall’aspetto abbastanza dimesso. Sui muri sono appesi poster con foto dell’isola e con spiegazioni sulla fauna e la flora.

Noi (io e le mie due colleghe, Giada e Lavinia) arriviamo sulle dieci e veniamo accolti da una signora che non sembra avere molta voglia di lavorare. I prezzi per la visita sono fissi, il che è una cosa positiva e non sempre scontata in Senegal. Per un minimo di tre persone si pagano 5.000 franchi a testa (circa otto euro) per il trasporto in barca più altri 10.000 in tutto per la guida, che è obbligatoria. Ogni gruppo può stare sull’isola al massimo quattro ore.

Aspettiamo venti minuti mentre degli uomini approntano la barca e poi partiamo: la nostra guida si chiama Fallou, un quarantenne con un fisico scolpito e dei lunghi rasta che gli arrivano alle spalle. Con noi pure una guardia forestale, il pilota della barca più un terzo individuo la cui funzione non mi è chiara.

Le isole distano circa quattro chilometri dalla costa e le raggiungiamo in circa venti minuti. La giornata è serena ma c’è un leggero vento da ovest che alza qualche onda e che fa ballare la barca, bagnandoci la testa. Le isole sono due ma solo una è accessibile, la seconda infatti è poco più che un gruppo di scogli abitato solo da uccelli e imbiancata dal guano di questi. Tra le due isole spicca il relitto dell’Almadraba Uno, un peschereccio spagnolo che qui s’incagliò nel 2013, per fortuna senza causare vittime. Ci passiamo a pochi metri di distanza e vediamo che anche questo è stato colonizzato dagli uccelli.

Ancora qualche centinaio di metri ed arriviamo all’imboccatura di una baia con un molo di cemento. Non senza difficoltà il pilota riesce a manovrare e a portarci dentro. La guardia forestale e la guida scendono con noi, il pilota e l’accompagnatore invece fanno marcia indietro e grazie ad un paio di pagaie riescono in qualche modo ad uscire dalla baia.

L’isola su cui ci troviamo ha una dimensione di circa cinquanta ettari ed è conosciuta come “îie aux Serpents”, “Isola dei Serpenti”, fortunatamente però si tratta solo di una deformazione toponomastica e non di una vera caratteristica zoologica: il nome originale infatti era “îlot Sarpan”, dal nome di un sergente dell’esercito francese che come punizione per le sue intemperanze venne confinato qui. I pescatori di etnia lebou che abitavano la costa dove ora c’è Dakar usavano spesso l’isola come punto d’appoggio e cominciarono a raccontare di aver trovato un uomo che si presentava come Monsieur Sarpan ma siccome non lo capivano lo chiamavano semplicemente “l’homme serpent” e da qui fino all’” îie aux Serpents” il passo è breve.

Monsieur Sarpan non fu il primo abitante dell’isola, prima di lui infatti, intorno al 1770, vi si era stabilito un abitante della vicina isola di Gorée, Monsieur Lacombe, che qui trasportò il materiale necessario per costruirsi una piccola casa che Sarpan poi trovò ormai in rovina.

Da un punto di vista geologico il terreno dell’isola è vulcanico, ha quindi delle sfumature scure ed una vegetazione composta soprattutto da arbusti bassi e baobab che hanno preferito crescere in larghezza piuttosto che in altezza.

Gli uccelli sono i veri dominatori dell’isola, ce ne sono veramente tanti, l’isola è cosparsa del loro guano e per quanto sia costantemente spazzata dal vento oceanico, in certi punti l’odore è piuttosto pungente.

La guardia forestale si siede all’ombra dell’unica panchina presente, noi e Fallou invece prendiamo uno stretto sentiero che sale verso i resti della casa di Lacombe. Sulla nostra sinistra vediamo un piccolo gruppo di baobab completamente imbiancati dal guano: Fallou ci spiega che durante i mesi invernali questi rami diventano un vero e proprio asilo per i piccoli cormorani che restano qui finchè non sono abbastanza grandi per volare via. Alcuni nidi sono ancora visibili e tra questi alberi ce n’è uno che i lebou considerano sacro: un piccolo cerchio di pietre crea una sorta di primitivo altare in prossimità di una sezione della corteccia curiosamente piena di cavità e di fori. Qui sono ben visibili offerte e pegni lasciati dai fedeli e pure dai visitatori. Fallou infatti c’invita a lasciare qualcosa per non far arrabbiare il “genie”, lo spirito, dell’isola. Quello della Madeleine è l’unico spirito maschio del Senegal, sembra sia mezzo umano e mezzo cavallo e il suo obiettivo principale è proteggere in tutti i modi l’isola dall’intervento umano. Lasciamo una moneta a testa per assicurarci un sicuro ritorno sulla terraferma.

La casa di Lacombe è ormai ridotta a quattro muri di pietra in rovina, in un angolo è ancora possibile vedere il camino dove l’uomo probabilmente cucinava e si scaldava. Data la posizione rialzata il panorama è veramente mozzafiato, sia sul resto dell’isola che sulla costa.

Qui in alto il terreno è più rossiccio, forse a causa della polvere portata dal vento. Le sponde dell’isola sono per la maggior parte a strapiombo, in alcuni punti però si abbassano più dolcemente, camminando troviamo addirittura una piccolissima baia dove l’acqua, a causa delle forti onde, ha un colore azzurro veramente particolare. Curiosi pinnacoli rocciosi dalla forma squadrata sono diventati un punto di appoggio per gabbiani e altri pennuti.

Le stesse formazioni rocciose proseguono anche più avanti con piccoli isolotti resi piatti dallo sferzare incessante delle onde. In generale il paesaggio ricorda le immagini dei documentari sulle Isole Galapagos. Giada, che le ha visitate conferma la mia impressione.

Il tour si conclude con la visita al baobab più vecchio dell’isola: non raggiunge i tre metri d’altezza perché la pianta ha preferito espandersi in larghezza e così i suoi rami contorti formano un complicato groviglio che lo fa assomigliare ad una sorta di gigantesco calamaro.

Torniamo alla baia dove siamo approdati, abbiamo ancora due ore di tempo prima che vengano a recuperarci, vorremmo fare il bagno ma c’è una grande controindicazione: l’acqua è piena zeppa di meduse. Mediamente larghe trenta centimetri, hanno un cappuccio a strisce rossastre e a quello che dice Fallou non sono pericolose, pungono e basta. Dobbiamo fare il giro della baia per trovare una piccola spiaggia di sassi dove possiamo entrare in acqua. Per fortuna le meduse sembrano preferire la costa in mezzo alla baia ce ne sono meno.

Fallou non sembra per niente preoccupato e si butta come se nulla fosse. Come detto, ha circa quarant’anni ma se non ce l’avesse rivelato non l’avrei mai indovinato: a parte l’assenza di rughe o di capelli bianchi, il suo fisico scolpito e scandalosamente sodo sembra più quello di un ventenne. I senegalesi in media si conservano molto meglio di noi poveri bianchi e visto che l’alimentazione in genere non è delle più varie, credo che il merito sia più della genetica che dello stile di vita.

L’acqua è piacevolmente fresca e incredibilmente limpida, sarebbe un bagno da sogno se non fosse per la continua preoccupazione d’incappare in una medusa. Riesco ad uscirne indenne, Giada invece ne tocca una di striscio. Anche intorno alla baia si vedono molte formazioni rocciose squadrate, sembra quasi che l’isola si fatta di mattoncini Lego. L’acqua s’infiltra tra le varie insenature con forza, producendo schiuma bianca ed un rilassante rumore di risacca. Tra le rocce un gran numero di granchi corre a nascondersi non appena sentono le vibrazioni provocate dai passi.

Mi allontano per una passeggiata e raggiungo quello che pare il punto più alto dell’isola: dei piccoli rapaci dal nobile aspetto mi volano sopra la testa, l’odore di guano arriva fino a qui nonostante il vento, ma il panorama è veramente superbo. In lontananza si vede Dakar, una sorta di foschia dovuta alla polvere e all’inquinamento l’avvolge e la fa sembrare quasi un miraggio, non viene molta voglia di ritornarci una volta che si è qui.

Sempre con una certa difficoltà, la barca torna a prenderci, portando con sé un altro paio di turisti. Fallou e la guardia forestale restano qui per guidare anche loro, li salutiamo e ripartiamo.

Vale veramente la pena di visitare le isole della Madeleine. Possono rappresentare un bel momento di pausa dall’atmosfera caotica e rumorosa di Dakar e permettono di ammirare una natura ancora incontaminata, aiutando la sua conservazione grazie alla quota che si paga alla direzione del parco nazionale.

 

 

Links:

http://www.au-senegal.com/parc-de-la-madeleine,013.html?lang=fr

Francesco Ricapito       Luglio 2017