Politkovskaja Anna

Cecenia. Il disonore russo

Pubblicato il: 28 luglio 2017

Sono ormai diversi anni che Vladimir Putin è considerato un autentico eroe da tantissimi cittadini occidentali, soprattutto di area estrema destra ed estrema sinistra: sarà la voglia di uomo forte, il fascino della democratura post-sovietica, la nostalgia dell’Urss, la contrapposizione alle perfidie occidentali, comunque sia è un dato di fatto, per molti nostri democratici elettori ed eletti, che nella Russia putiniana non si pone alcun problema di rispetto dei diritti umani, civili e politici. Da un lato le denunce delle organizzazioni umanitarie, spesso dipinte come losche combriccole al servizio di Soros e di chissà quali altri criminali, vengono per lo più derubricate a fantasie; dall’altro si afferma che la mano pesante di Putin è cosa buona e giusta e chissenefrega delle minoranze. Ora non è il caso di approfondire cosa può passare per la testa dei nostri sedicenti esperti di geopolitica, dei cospirazionisti e degli amanti della democrazia a corrente alternata, non fosse altro che bisogna sempre mettere in conto l’esistenza di  strutture dedicate alla guerra e controguerriglia cibernetica (vedi Sputnik News); ma è ragionevole pensare che, fosse ancora viva, oggi la giornalista Anna Politkovskaja – nella realtà assassinata il 7 ottobre 2006 nell’ascensore della sua abitazione moscovita – sarebbe destinataria di insulti sanguinosi. In altri termini “l’instancabile lavoro di ricerca della verità sulla questione cecena” risulterebbe molto impopolare. Un sentire filoputiniano, o semplicemente menefreghista, che, a nostro avviso, è stato efficacemente analizzato negli scritti di Roberto Saviano (“la morte della Politkovskaja si inserisce in uno scenario inquietante di deterioramento dei diritti civili e politici”) e di André Glucksmann, pubblicati ad introduzione di “Cecenia. Il disonore russo”.

Gli articoli di Anna Politkovskaja, contenuti nel libro della Fandango, caratterizzati da un procedere impietoso e depurato da qualsivoglia divagazione, rappresentano il frutto di anni e anni di inchieste condotte sul campo, rischiando la pelle sul fronte delle guerre cecene, a contatto con personaggi abbruttiti, minacciosi e senza scrupoli: sostanzialmente un durissimo atto d’accusa nei confronti di una società russa che, secondo la giornalista della Novaya Gazeta, manipolava e veniva manipolata, colpevole di tacere un autentico genocidio. Silenzi e razzismi nei confronti di un popolo, quello ceceno, che per lo più non aveva niente a che fare con i crimini dei terroristi; ma che hanno fatto comodo alla carriera politica di Vladimir Putin, in fase di definitivo consolidamento: “Questi orrori sono una manna dal cielo  per chi augura che la guerra continui, perché solo la guerra giustifica la loro presenza [ndr: delle truppe speciali] in Cecenia […] Il paese vive ancora una volta in più secondo i modelli imposti dai servizi segreti, che ancora una volta sono al di sopra della legge. Noi continuiamo a seminare Putin per raccogliere Stalin” (pp.131). Poi, come ricorda Saviano, una risposta ai filorussi di casa nostra: “A chi in Occidente mi vede come la principale militante contro Putin rispondo che io non sono una militante, sono solo una giornalista. E basta. E’ compito del giornalista è quello di informare. Quanto a Putin ne ha fatte di tutti i colori e io devo scriverne” (pp.10).

Anna Politkovskaja, da anni sotto attacco di autorità che intendevano – minimo – distruggerne l’immagine, nei suoi reportage raccontava infatti vicende a dir poco raccapriccianti, convinta com’era che in Cecenia il fondamentalismo islamico più pericoloso fosse minoritario e che semmai si alimentasse con le violenze gratuite dell’esercito russo: dagli abusi perpetrati nei confronti dei soldati alle squadracce della morte, dalla tragedia di Shatoi ad altri casi di cittadini ceceni trattati come carne da macello e spacciati ingiustamente per terroristi, dagli attentati di dubbia paternità agli stupri di guerra. Forse la sintesi migliore del caso Cecenia nelle pagine della giornalista, e delle interessate complicità occidentali, l’ha scritta André Glucksmann citando il “catechismo dell’asservimento”:  “lungi da lei [ndr: la Politkovskaja] la propaganda e il manicheismo. I militari che schiacciano il paese con pugno di ferro non sono tutti spregevoli, anche se sono coinvolti, loro malgrado, nell’ingranaggio del genocidio. Né i ceceni sono tutti angeli, anche se sono costretti tutti, senza nessuna eccezione, a combattere per la sopravvivenza […] Cosa teme Mosca? Il rischio di incoraggiare altri indipendentismi, l’effetto domino? Per più di tre secoli, i ceceni sono stati gli unici a resistere a una tale pressione e con talee perseveranza […] Questo libro chiarisce, a piccoli pezzi, il mistero. La posta in gioco di questo bagno di sangue non è la Cecenia, il suo popolo annientato. Si tratta piuttosto delle teste dei russi, dell’ordine che periodicamente viene ristabilito in ogni cervello russo. Da tre secoli l’autocrazia bianca, e poi rossa, reitera questa battaglia pedagogica” (pp.21). Una sorta di “pedagogia” che la Politkovskaja, perlustrando in lungo e in largo la Cecenia, ha visto applicata innanzitutto ai militari più giovani: “dopo una tale orgia di crudeltà gratuita, i soldati conserveranno, radicata nel profondo, un’incapacità totale a mettersi nei panni del prossimo, un’indifferenza gelida alle sofferenze altrui e un odio tenace” (pp.34).

Accuse tutt’altro che lievi, spesso dettagliate, sempre impietose e, come potremo leggere, tali da assicurare alla nostra giornalista un’ostilità profonda da parte di tutti i personaggi che, reduci dalla Cecenia (“una guerra combattuta con metodi criminali”), avevano qualcosa sulla coscienza: “Ho personalmente incontrato soldati e ufficiali delle forze federali di stanza in Cecenia, doppiolavoristi che sono contemporaneamente (o di volta in volta) guardiani dell’ordine costituito e saccheggiatori. Gente che non smette di voler dimostrare che la situazione in Cecenia è instabile e che è indispensabile proseguire con la ‘operazione antiterrorismo’: quindi simulano spari notturni ai posti di blocco, mettono bombe per poi scoprirle, ecc.” (pp.42). L’idea di giornalismo della Politkovskaja, quella che probabilmente l’ha portata alla morte, traspare da ogni pagina dei suoi reportage – non sempre confortati da una valida traduzione  – e che, per fare un esempio, trova l’ennesima dimostrazione nella risposta rivolta agli “Ufficiali di Stato Maggiore del Corpo d’Armata partecipanti all’operazione antiterrorismo”: “Sono nemica di un esercito immorale e depravato. Sono nemica delle menzogne sulla Cecenia, nemica dei miti e delle leggende fabbricate dai propagandisti dell’esercito, nemica dei vigliacchi anonimi che osano portare le spalline. Misuro perfettamente l’abisso che ci divide” (pp.60).

Un abisso che si poteva misurare anche rispetto l’attività di tanti suoi colleghi. Da questo punto di vista le parole di Giovanna Zucconi, in quarta di copertina, risultano pertinenti: “Lei fa cose che nessuno fa. E’ stata decine di volte in Cecenia, nel gelo e nel fango, fra le macerie, sotto l’artiglieria. Potrebbe girare il mondo raccogliendo premi e onori, visto che ormai è una star del giornalismo d’inchiesta, invece riparte per quella terra devastata che è la sua ossessione, e la sua missione”. Poi quel 7 ottobre 2006, un colpo alla testa, e una grana in meno per il presidente russo Putin e per i suoi sodali. La giornalista ci ha raccontato vicende che grondano “disonore”, che avrebbero dovuto far discutere a lungo, ma, quanto pare, il tempo non è stato generoso con la stampa dissidente. Appena un anno fa Anna Zafesova poteva titolare così un suo articolo: “Deserta la manifestazione di commemorazione. Così Putin manipola la realtà controllando i media. Nella Russia del dissenso proibito Anna Politkovskaya è stata già dimenticata”.

Edizione esaminata e brevi note

Anna Politkovskaja, è nata nel 1958 a New York perché figlia di due diplomatici sovietici di origine ucraina di stanza all’Onu. Studia giornalismo a Mosca e si laurea nel 1980. Nel 1982 inizia il suo lavoro di giornalista presso l’Izvestija, giornale moscovita che lascerà nel 1993. Dal 1994 al 1999 lavora come responsabile della Sezione Emergenze e come assistente del direttore Egor Jakovlev alla Obšcaja Gazeta, oltre a collaborare con radio e televisioni. Per la prima volta affronta la realtà cecena nel 1998 come inviata della Obšcaja Gazeta e intervista Aslan Maskhadov, da poco eletto Presidente della Cecenia. Dal giugno 1999 lavora per la Novaja Gazeta. Nello stesso periodo pubblica alcuni libri fortemente critici su Putin e sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan ed Inguscezia. A causa del suo impegno viene minacciata di morte, in particolare da Sergei Lapin, ufficiale di una polizia che dipende direttamente da Ministero degli Interni, tanto che nel 2001 è costretta a fuggire a Vienna. Denunciato e dopo alterni giudizi, Lapin verrà condannato definitivamente nel 2005. Numerose le visite in Cecenia della giornalista e il sostegno continuo alle famiglie i cui membri hanno subito abusi o uccisioni. Il suo terzo libro, “Cecenia, il disonore russo”, del 2003 provoca scalpore e nel 2004, mentre si sta recando a Beslan, durante la crisi degli ostaggi, ha un malore, probabile vittima di un tentativo di avvelenamento. La denuncia della persecuzione nei suoi confronti è esplicita nel 2005 durante la conferenza di Reporter senza frontiere a Vienna.
Verrà ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore di casa sua a Mosca, uccisa da un colpo di pistola alla testa. Il mandante è tuttore sconosciuto. Il giorno dopo le è sequestrato il computer con tutto il materiale relativo all’inchiesta che stava svolgendo. Solo alcuni appunti non sequestrati verranno pubblicati sulla Novaja Gazeta il 9 ottobre. Più di mille persone partecipano ai funerali della Politkovskaja, ma nessun rappresentante del governo russo. In vita ha ricevuto numerosi riconoscimenti prestigiosi, tra cui il Golden Pen Award dell’Unione dei giornalisti russi nel 2000, il Global Award for Human Rights Journalism istituito dalla sezione britannica di Amnesty International nel 2001, il premio per il giornalismo e la democrazia assegnatole dall’OSCE nel febbraio 2003. Alla sua memoria sono stati tributati riconoscimenti in tutto il mondo.

Anna Politkovskaja, “Cecenia. Il disonore russo”, Fandango (collana “Fandango tascabili”), Roma 2009, pp. 213. Introduzione di Roberto Saviano.  Prefazione di André Glucksmann. Traduzione di  Agnès Nobécourt, Alberto Bracci

Luca Menichetti.  Lankenauta, luglio 2017