Deaglio Enrico

Il vile agguato

Pubblicato il: 28 giugno 2012

E’ alla fine del libro, quando Deaglio si dedica ai “ringraziamenti”, che si coglie in maniera esplicita lo spirito che ha animato l’autore nello scrivere “Il vile agguato”: “ho proposto questo libro a Feltrinelli nel febbraio scorso, colpito dall’oscenità raggiunta dopo vent’anni nell’affaire Borsellino. Innocenti condannati all’ergastolo, un pentito fabbricato tra lusinghe e torture, il più grande depistaggio della nostra storia, lo scempio che è stato fatto del cadavere di Paolo Borsellino, della nostra buona fede, della nostra intelligenza”. “Il vile agguato”  si rivela non tanto il racconto degli ultimi giorni di Borsellino, ormai oggetto di uno sfruttamento editoriale quasi imbarazzante, quanto appunto la storia delle indagini imbastite apparentemente per scoprire i responsabili della mattanza di via D’Amelio, ma subito caratterizzate da ambiguità e da quei taroccamenti che sono venuti fuori a distanza di vent’anni. Ambiguità e contraddizioni che mi hanno fatto pensare ad un tragico Rashomon ambientato in Sicilia tra picciotti e uomini infedeli alle cosiddette Istituzioni. Tutta la vicenda relativa alle responsabilità dell’attentato e di conseguenza alla trattativa Stato-Mafia è di strettissima attualità, con colpi di scena continui, indagini in corso che stanno coinvolgendo personaggi fino a ieri considerati intoccabili, e quindi è probabile che l’opera di Deaglio tra qualche tempo debba essere in parte riscritta. Ma solo in parte perché in merito a vicende che ogni giorno sui quotidiani vengono piuttosto citate che realmente approfondite, il libro un po’di chiarezza riesce a farla sul serio. A fronte di interviste fumose dove si evocano complotti e poteri forti, l’unica cosa che un cronista doveva fare era di mettere un po’ di ordine sulla base degli atti giudiziari più recenti rapportati a quelli più antichi, ricostruendo per quanto possibile un mosaico più volte scompaginato da false confessioni, falsi pentiti, indagini pilotate.

Secondo Deaglio probabilmente la verità a distanza di vent’anni non verrà più fuori, tante sono state le versioni di comodo, disorientanti, imbastite con la complicità di personaggi insospettabili e che hanno visto coinvolti via via Scarantino, Spatuzza, Riina, i fratelli Graviano, Berlusconi, Dell’Utri, servizi deviati, carabinieri deviati. Col senno di poi, e sulla base delle ultime rivelazioni che hanno sbugiardato teoremi e sentenze passate, Deaglio ricorda, ad esempio, come fin dal 1994 Ilda Boccassini, insieme al collega Sajeva, con lettera scritta aveva avvisato come Scarantino fosse da considerarsi inattendibile: “ [n.d.r. Ilda Boccassini] quando fu ucciso venne applicata alla procura di Caltanisetta, che ormai era oberata di lavoro. Partecipò direttamente alle indagini, fu trasportata in elicottero a Pianosa per ascoltare Vincenzo Scarantino, interrogò Candura, lavorò fianco a fianco con Arnaldo La Barbera. E tutto ciò che vide e ascoltò non le piacque per nulla […] Ma quei fogli, come si dice in questi casi, rimasero lettera morta”. Come la pensi Deaglio appare chiaro quando scrive: “Nello stesso periodo in cui Arnaldo La Barbera fabbricava il suo improbabile colpevole, i carabinieri del Ros trattavano la consegna di Salvatore Riina, cercando di arrivare prima di un altro generale, che agiva per conto proprio, prima del servizio centrale di polizia che ambiva allo stesso successo, in mezzo ad un’Italia piena di bombe”. La figura di La Barbera, il questore di Palermo, il “poliziotto tutto d’un pezzo” nel “Vile agguato” appare quanto mai ambigua ed inquietante. E’ morto nel 2002, ma nonostante sia stato coinvolto nelle indagini sui fatti della Diaz, almeno fino a poco tempo fa lo si ricordava come persona di gran valore. Tanto per capirci Gian Carlo Caselli nel suo libro “Le due guerre”, edito da Melampo, appena tre anni fa scriveva così: “La Barbera grande poliziotto, al quale resto profondamente grato”. Evidentemente Deaglio, anche sulla base di quelle accuse che vogliono l’ex questore come uomo al soldo dei Servizi, nel suo libro non si è limitato alle dichiarazioni di stima degli amici ma si è basato sulle più recenti indagini giudiziarie e su quanto è stato affermato senza poi ricevere documentate smentite. Oltre a Spatuzza, altra figura tragica molto presente nel libro è quella di Vincenzo Scarantino, il falso pentito che appare con tutti i suoi limiti intellettuali e culturali. Eppure fin dal 1997 si erano manifestati dei fatti, addirittura in prima serata televisiva, che dovevano far pensare. Deaglio riporta, come “reperto sepolto e dimenticato” il dialogo “abbastanza surreale” tra Enzo Biagi e la moglie di Scarantino trasmesso in una puntata del “Fatto”; nella considerazione che l’intervista avesse preso probabilmente una piega diversa dal previsto. Così diceva Rosalia Basile: “ Tante cose sono cambiate perché non dice la verità [….] La verità è che lui non sa niente, che lo hanno costretto, perché lo minacciavano di morte nel carcere di Pianosa”.

Insomma Scarantino agli occhi della moglie era diventato un infame e questo – paradossalmente – era diventata la prova della sua sincerità. Col senno di poi le cose appaiono in una luce diversa, ma allora non avevamo colto quanto ci fosse di “Rashomon” nella vicenda della morte di Borsellino e soprattutto nelle indagini che furono imbastite per trovare i colpevoli. O meglio “dei colpevoli” e non propriamente “i” colpevoli. Se poi leggiamo le motivazioni scritte in occasione del conferimento a Paolo Borsellino della medaglia d’oro al valor civile (“ Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Nonostante le continue e gravi minacce, proseguiva con zelo ed eroica determinazione il suo duro lavoro di investigatore, ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia e delle Istituzioni”) rischiano di venirci alla mente altre immagini. Tipo i mafiosi che, con la corona di fiori, arrivano al funerale di chi hanno fatto fuori.

Edizione esaminata e brevi note

Enrico Deaglio (Torino, 1947) è giornalista e scrittore. Tra i suoi libri:La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Patria 1978-2008, Il raccolto rosso 1982-2010, cronaca di una guerra di mafia e Zita, un romanzo. Dal 1997 al 2008 ha diretto il settimanale “Diario”.

Enrico Deaglio, Il vile agguato. Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna, Feltrinelli (serie Bianca), Milano 2012, pag. 141

Luca Menichetti. Lankelot, giugno 2012