Eco Umberto

Scritti sul pensiero medievale

Pubblicato il: 1 maggio 2013

Ricordiamo tutti che il più grande successo editoriale di Umberto Eco è stato “Il nome della rosa”, ambientato in un medioevo cupo e inquietante, dove peraltro le digressioni storico-filosofiche abbondano. Una scelta quella del medioevo e del piano di lettura semiologico che non aveva niente di improvvisato, ma frutto di studi accademici decennali. Prova evidente di questo profondo interesse da parte di Umberto Eco è proprio la sua ultima pubblicazione per Bompiani: un volume di dimensioni importanti (oltre milletrecento pagine arricchite da bellissime illustrazioni) che presenta una raccolta di scritti, già pubblicati dal 1956 al 2010, in merito alla semiotica, alla filosofia e all’estetica medievale.

Sono articoli scritti per convegni, pubblicazioni dal carattere accademico e non solo che, adesso uniformati dal punto di vista bibliografico e redazionale, eliminando ripetizioni e parti superflue, hanno voluto demistificare l’idea di un medioevo come periodo semplicemente oscuro. Da qui una grande attenzione all’estetica medievale di Tommaso d’Aquino, gli studi di semantica sull’arbor porphyriana e sulla fortuna medievale della nozione aristotelica di metafora, le esplorazioni sul linguaggio animale, sulla falsificazione, sulle tecniche di riciclo nell’Età Media, la miniatura irlandese e quella del tardo Medioevo, gli approfondimenti sui testi del Beato di Liébana e della letteratura apocalittica, di Dante, di Lullo e del lullismo . Fin qui i testi dal carattere più accademico e che costringono il lettore colto ma non specialista a frequenti consultazioni di enciclopedie e magari di wikipedia. Poi una seconda parte, di dimensioni ridotte, sicuramente meno impegnativa dal lato accademico, dove spiccano: “Dieci modi per sognare il Medioevo”, “Intervista a Tommaso d’Aquino”, “Joyce e l’estetica isperica”, “Gli embrioni ad mentem Divi Thomae” (riflessioni sugli embrioni da parte di Tommaso), “Lettura del Paradiso”, “Il Milione: descrivere l’ignoto”, “Dante e la lingua degli italiani”, Riflessioni sulle tecniche di citazione nel Medioevo”, “Il libro di Lindisfarne”. Senza dimenticare l’ampio spazio dedicato a Joyce in “Ritratto del Tomista da Giovane”, dove tra l’altro si coglie il rapporto tra l’opera giovanile dello scrittore e i concetti “medievali” di integritas, proportio e claritas. Come vi potrete rendere conto leggendo quelle milletrecento pagine gli argomenti affrontati da Eco nel corso di sessant’anni di vita accademica e culturale sono stati innumerevoli: possiamo giusto citare qualcosa che può aver più colpito la nostra attenzione, soprattutto nel constatare come molte riflessioni moderne abbiano radici in un tempo meno misterioso di quanto si pensi.

A seguire alcuni esempi, senza pretese di esaustività. Tra i tanti leggiamo di uno studio intitolato “Sul latrato del cane”, apparentemente qualcosa di del tutto superfluo trova in Eco una solida motivazione: “Talora per scoprire l’anima di un sistema filosofico bisogna cogliere dei sintomi alla sua periferia […] Forse questo non sarà vero in tutti i casi, ma è certo che un’inchiesta sul latrato del cane mostra che no solo che esiste una semiotica medievale, ma che ne esistono molte” (pag. 697). Poi ancora sull’Apocalisse di Beato: “Beato incarna una tipica tendenza medievale, quella per cui l’immaginazione – anche quella teologica – è eminentemente visiva. Non è un caso se il testo di Beato ha generato tante miniature. I miniatori hanno illustrato un testo a posteriori, ma Beato scriveva un testo destinato già allora ad essere miniato, e tanto più lo pensava illustrato in quanto il testo sacro che aveva sotto gli occhi sembrava immaginato per figure vividissime” (pag. 795). Molto approfondito il testo che si occupa della lezione storiografica di De Bruyne e che non lesina critiche a Maritain: “Ora è possibile cogliere la scorrettezza storiografica di Maritain comparandolo all’opera di un altro autore che, cattolico e di formazione tomista anch’egli, quando ha lavorato da storico ha salito porre le dovute distanze tra il proprio pensiero e quello degli autori studiati. Si tratta di Edgar De Bruyne” (pag. 1009).

Un medioevo, quello di Eco, che ritroviamo nell’opera di scrittori a noi molto più vicini nel tempo: “Nessuno come Joyce ha fatto parlare tanto i propri personaggi di poetica ed estetica […] per comprendere lo sviluppo della sua poetica occorre rifarsi continuamente al suo sviluppo spirituale o meglio allo sviluppo di quel personaggio che torna costantemente nel corso dell’immenso affresco autobiografico delle varie opere […] Certamente il punto di partenza della poetica joyciana è dato da un riferimento all’universo cattolico e all’eredità medievale” (pag. 1032). Identico discorso nel rapporto tra Joyce e D’Annunzio: “V crea una vera e propria musica verbale, equivalente linguistico della visione epifania, mentre D’Annunzio si rifà a mezzi retorici più tradizionali, sino a concedersi esempi di estetismo “selvaggio” (pag. 1088). Presente nella seconda parte e forse tra i brani dal carattere più divulgativo il Marco Polo secondo Umberto Eco: “Testimone oculare. Pare un mestiere facile, ma a quei tempi non lo era affatto […] Poteva Marco Polo non cercare gli unicorni? Li cerca e li trova. Voglio dire, non può evitare di guardare alle cose con gli occhi della cultura. Ma una volta che ha guardato, e visto, in base alla cultura passata, ecco che si mette a riflettere da inviato speciale […] perché gli unicorni che lui vede sono di fatto dei rinoceronti, un poco diversi da quei caprioli graziosi e bianchi, col cornetto a spirale, che appaiono sullo stemma della corona inglese” (pag. 1207). Gli specialisti freschi di studi filosofici e semiologici troveranno pane per i loro denti, ma anche i semplici lettori di buona cultura, e non digiuni di studi storici, non faranno fatica a trovare pagine illuminanti e per fortuna sempre caratterizzate da uno stile scorrevole e ricco di ironia.

Edizione esaminata e brevi note

Umberto Eco è nato ad Alessandria nel 1932; filosofo, medievista, semiologo, massmediologo, ha esordito nella narrativa nel 1980 con Il nome della rosa (Premio Strega 1981), seguito da Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004) e Il cimitero di Praga (2010). Tra le sue numerose opere di saggistica (accademica e non) si ricordano: Trattato di semiotica generale (1975), I limiti dell’interpretazione (1990), Kant e l’ornitorinco (1997), Dall’albero al labirinto (2007) e, insieme a Jean-Claude Carrière, Non sperate di liberarvi dei libri (2009). Nel 2004 ha pubblicato il volume illustrato Storia della Bellezza, seguito nel 2007 da Storia della Bruttezza e nel 2009 da Vertigine della lista.

Umberto Eco, “Scritti sul pensiero medievale”, Bompiani (collana Il pensiero occidentale), Milano 2013 pag. 1344.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2013