Estleman Loren D.

I pericoli di Sherlock Holmes

Pubblicato il: 30 agosto 2014

“Questa avventurosa collezione di misteri, scritta dall’unico autore che ha ricevuto il benestare della Fondazione Conan Doyle, raccoglie alcuni dei migliori e più intriganti apocrifi holmesiani”. Probabilmente è questa l’affermazione, contenuta in quarta di copertina, che più potrà sorprendere chi fosse intenzionato a leggere i racconti di Loren D. Estleman: di cosiddetti “pastiches” con protagonista Sherlock Holmes e il suo fido Watson ne sono stati prodotti innumerevoli, ma il nostro autore ha voluto ricordare: “di aver fatto piacere alla defunta Dame Jane Doyle Bromet, figlia di Sir Arthur, la quale riconobbe l’ammirazione che avevo per l’originale e per me fece un’eccezione al divieto che aveva posto momentaneamente sulla pubblicazione di pastiches su Holmes. (Come era stato per suo padre, anche lei aveva cominciato a temere che il personaggio potesse oscurare il suo creatore)” (pag. 15). Difatti, se vogliamo proprio essere precisi, “I pericoli di Sherlock Holmes” non contiene soltanto una raccolta di racconti apocrifi, ma, all’inizio e alla fine del libro, anche dei veri e propri saggi dedicati al più geniale investigatore della letteratura; ed anche al suo fidato biografo Watson, qui finalmente rivalutato, riconosciuto come autentico “avventuriero” e, grazie ad una lettura attenta delle opere originali, promosso a co-protagonista delle indagini: Estleman, analizzando anche i minimi dettagli dei racconti di Conan Doyle, ci ricorda come risulti molto più autentico e letterario l’atletico Watson di Jude Law in  “Gioco di ombre” rispetto la macchietta interpretata anni fa da Nigel Bruce accanto a Basil Rathbone.

È proprio scorrendo queste pagine, dove Holmes e Watson sono raccontati quasi prescindendo dall’invenzione letteraria (l’autore anche nella bibliografia cita un libro di Vincent Starret “uno dei primi a trattare come realmente esistito un personaggio considerato dai più come inventato”), che troviamo più volte il concetto di “canone holmesiano”, ovvero l’intento di proporre dei racconti che, seppur apocrifi, si mostrassero fedeli allo stile di Conan Doyle e soprattutto agli autentici caratteri del detective e del suo biografo. Da questo punto di vista Estleman, anche grazie a citazioni classiche, richiamate con molta nonchalance, riesce proporci nella maniera più semplice un’efficace continuità con gli originali dello scrittore britannico. Nel racconto “L’avventura dei tre fantasmi” ecco come Holmes si rivolge al suo amico: “Ricordo di averle detto una volta che è un errore immaginare che il cervello di una persona abbia pareti elastiche, e che arriverà il momento in cui per ogni nuova informazione acquisita se ne dovrà sacrificare un’altra” (pag.53). L’immagine autentica di un detective, geniale quanto si vuole, ma volutamente in possesso di una cultura tutt’altro che enciclopedica. Per non parlare poi delle debolezze del genio nei confronti delle droghe. Così nel racconto “L’avventura del dono più grande”: “Erano passate settimane dall’ultima volta in cui le sue facoltà intellettive erano state messe alla prova e lo avevano distratto dalle sgradevoli attività che mettevano in pericolo la sua salute” (pag.115). Ne consegue che con un Holmes e un Watson ritratti secondo il “canone” anche i racconti apparentemente più bizzarri non fanno certo pensare a parodie tali da far rivoltare nella tomba Conan Doyle. Anzi, ci risulta molto più credibile lo Sherlock Holmes letterario di “L’enigma delle scimmie d’oro”, quando nel 1913, in piena età edoardiana, ormai diventato anziano apicoltore, riceve la visita di Watson e di un giovane Sax Rohmer, piuttosto dell’Holmes cinematografico di Basil Rathbone alle prese con i nazisti in “Sherlock Holmes e l’arma segreta” (molto liberamente ispirato a “L’avventura degli uomini danzanti”), in un viaggio nel tempo che farebbe invidia a Marty McFly di Ritorno al futuro.

Gli enigmi raccontati da Estleman, e poi regolarmente svelati dal suo detective preferito, magari non risulteranno tra i più geniali della letteratura poliziesca, ma quanto a fedeltà al già citato “canone” c’è poco da contestare. Appunto per questo motivo Estleman si è potuto sbizzarrire senza troppi timori: vuoi raccontando Holmes in una vicenda dove appaiono i tre fantasmi del “Canto di Natale” di Dickens, oppure nel selvaggio West in compagnia di Wyatt Earp, ed ancora alle prese con un personaggio a dir poco satanico. Il tributo agli autentici Holmes e Watson si rivela anche nelle pagine più sperimentali. Pensiamo a “Il dottore e la signora Watson in casa: commedia in un solo innaturale atto”, prevista per essere messa in scena davanti ai membri dell’Arcadia Mixture di Ann Arbor, con tanto di finale perfido e adulterino. Oppure la storia incompleta “L’uovo del serpente”, che in origine doveva essere il primo capitolo di un romanzo scritto a più mani, anche con la partecipazione di Ruth Rendell e Isaac Asimov. Tutti brevi racconti dove gli elementi che si potrebbero a ragione considerare bizzarri risultano in fondo coerenti con una delle più note frasi pronunciate dall’Holmes di Conan Doyle: “La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità dell’ esistenza”.

Edizione esaminata e brevi note

Loren D. Estleman, è nato nel 1952 ad Ann Arbor, nel Michigan. Ha pubblicato 60 libri e centinaia di racconti e articoli. Specialista della western-fiction e della detective-story, ha collezionato 17 vittorie e diverse di nomination nei più importanti premi “di genere”. Ha scritto gli apocrifi “Sherlock Holmes contro Dracula” e “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Holmes”, e inoltre “Hollywood Detective”, tutti pubblicati da Gargoyle. Ha scritto anche serie fra cui: P.I. Amos Walker; Page Murdock, marshal del vecchio west. Il suo sito web è: ww.lorenestleman.com

Loren D. Estleman,“I pericoli di Sherlock Holmes”, Gargoyle, Roma 2014, pag. 208. Traduzione di Serena Maccotta.

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2014