Appetito Andrea

Tomàs

Pubblicato il: 15 ottobre 2017

La critica cinematografica è sostanzialmente concorde nel considerare “Rashômon” un’opera che si discosta dal racconto cinematografico tradizionale e che infatti è stata costruita proprio su una serie di contraddittori flashback: in pratica un modo per soggettivizzare la realtà e nel contempo mostrare come la ricerca della verità sia sempre ostacolata dalla presenza di menzogne, ipocrisie e mistificazioni che nemmeno sono riconosciute come tali da chi le pronuncia. Proprio il film giapponese, diretto da Akira Kurosawa e ispirato da un racconto di Ryūnosuke Akutagawa, potrebbe essere ricordato dai lettori di “Tomàs”, un romanzo dove i sette capitoli rappresentano altrettanti punti di vista su di una vicenda a dir poco enigmatica. Possiamo citare infatti la quarta di copertina che delinea i temi principali del racconto: “In una città sul mare il sogno di un autocrate ambizioso e senza scrupoli sta per realizzarsi. L’apparizione di una nave misteriosa segna l’inizio di un’ondata di violenza che scuote la città fino alla sua distruzione. Sette personaggi ne raccontano gli ultimi eventi con punti di vista diversi. Ciò che li accomuna è il loro rapporto con Tomàs, un ragazzo scomparso all’improvviso proprio dopo l’apparizione della nave. Tomàs è il tassello mancante di una trama che vede coinvolti il passato dell’autocrate e l’organizzazione dei suoi oppositori. Sullo sfondo, una storia d’amore perduto dai risvolti inquietanti”. Temi principali perché appunto l’opera è tutta basata su una ricostruzione, di pagina in pagina, dell’accaduto, attraverso particolari, evidenti contraddizioni tra le diverse testimonianze; in un contesto non ben definito, in una città e in una nazione di cui non conosciamo i nomi. Un espediente che permette quindi diverse letture del romanzo, vuoi con uno sguardo che privilegia il realismo, i riferimenti a vicende contemporanee, vuoi le possibili metafore che abbracciano una dimensione metastorica e universale: “La verità è che nessuno in Città guardava più il mare” (pp.11). Se è vero che nel romanzo di Andrea Appetito molto di quanto raccontato da uno dei personaggi appare in contrasto con la versione dell’antagonista, rimangono comunque immutati alcuni elementi che possono far pensare non soltanto ad una sorta di “rashômon” ma anche ad una tragedia greca ambientata in tempi più recenti: un’eclissi, profezie, un fratello ucciso, dei rapporti incestuosi, uno consapevole, un altro forse inconsapevole, l’impossibilità di esprimere e di vivere i propri sentimenti, amori malati, un senso di colpa incombente (vedi la figura di Anita), la spregiudicatezza dell’autocrate che intende raggiungere i suoi scopi di dominio facendo leva sulla violenza e sulle debolezze umane. In una certo senso non manca neppure un sospettabilissimo “deus ex machina” per un epilogo probabilmente inevitabile; soltanto che questi non ha nulla di divino e non è dato sapere se la sua azione potrà davvero mettere fine al meccanismo innescato dal perverso autocrate Luka Stratos.

Al termine del romanzo quindi si potrà comprendere il motivo della scomparsa di Tomàs, protagonista indiscusso anche se soltanto raccontato da chi lo conosceva bene o credeva di conoscerlo bene: infatti i sette capitoli, come anticipato, rappresentano le versioni di Nikolas, Karina, Anita, Shlomo, Burgos, Svek, Luka, ovvero dello stesso autocrate, delle sue vittime, familiari compresi, e dei suoi fedeli e infedeli manutengoli. Nemmeno la morte – il lettore scoprirà il perché – fa venire meno la diversità di prospettive di fronte alla spregiudicata scalata al potere di Luka Stratos ed anche di fronte alle diverse personalità che hanno a che fare con Tomàs. Da questo punto di vista appare coerente la scelta di Andrea Appetito di far parlare i sette narratori senza preoccuparsi di descrivere nel dettaglio geografie, cronologie, luoghi, volti, permettendo una ricostruzione soggettiva delle tante verità possibili. Altrettanto coerente lo stile del romanzo: una paratassi che non appare così sovrabbondante come quella proposta spesso in tanta letteratura contemporanea; ed inoltre felicemente scarno e comprensibile come può essere una confessione resa spontaneamente, ma non per questo sicuro frutto di onestà intellettuale. Tutto scorre in maniera limpida nonostante le ambiguità di chi racconta; e proprio le affermazioni contrastanti di Shlomo, Burgos e degli altri diventano incentivo a scoprire nuove realtà nascoste. Dobbiamo quindi dare atto ad Andrea Appetito di averci proposto un romanzo in cui, per nostra fortuna, non si coglie affatto una faticosa contrapposizione tra complessità e comprensibilità.

Edizione esaminata e brevi note

Andrea Appetito, (Roma, 1971) ha pubblicato Cluster Bomb (Altrastampa edizioni, 2002) e partecipato a un’antologia di racconti sulla città di Roma intitolata Allupa allupa (DeriveApprodi, 2006). Ha scritto L’eredità, un testo teatrale tradotto in portoghese e messo in scena a Rio de Janeiro (2006). Ha realizzato, insieme a Christian Carmosino, alcuni cortometraggi e il film-documentario L’ora d’amore, in concorso al III Festival Internazionale del Film di Roma (2008). Con Gianluca Solla ha scritto Senza nome, un breve saggio tradotto in spagnolo e pubblicato nel libro collettivo El impasse de lo politico (Bellaterra, 2011). E’ autore, insieme a Cosimo Calamini e Christian Carmosino, della sceneggiatura Emma e Maria finalista del Premio Solinas (2014). È presente nell’antologia Sorridi: siamo a Roma (Ponte Sisto, 2016).

Andrea Appetito, “Tomàs”, Effigie (collana “Stellefilanti”), Pavia 2017, pp. 170.

Luca Menichetti.  Lankenauta, ottobre 2017