Kasoruho Amik

Un incubo di mezzo secolo. L’Albania di Enver Hoxha

Pubblicato il: 4 agosto 2012

Il nome di Amik Kasoruho, intellettuale albanese perseguitato dal regime nazional-comunista di Enver Hoxha, poteva far pensare a un libro ricco di riferimenti biografici, oltre che ad un racconto puntuale delle vessazioni subite da un popolo ridotto in miseria a causa di un’ideologia sanguinaria e di un brutale approfittatore travestito da padre della patria. Non è proprio così. “Un incubo di mezzo secolo”, con le sue centocinquanta pagine, non rappresenta un autentico testo di storia ma un dignitosa opera divulgativa, anche ben scritta, che, per le dimensioni limitate, è giusto considerarla semmai come un’introduzione ad altre letture più impegnative: un regime come quello di Hoxha, campionario infinito di assurdità e crudeltà, merita di essere meglio conosciuto, non fosse altro per comprendere davvero il perché di quegli sbarchi di albanesi sulle coste italiane a partire dal 1991. Per comprendere che quella miseria materiale e morale non era affatto figlia di tare genetiche, come invece ci raccontavano i nostri puristi della razza. Le vicende che hanno portato subito dopo la seconda guerra mondiale all’instaurarsi della dittatura comunista d’Albania, potrebbero essere assimilate con quanto avvenuto in altri paesi dell’est, ad esempio al tempo del cosiddetto “colpo di Praga”: inizialmente governi di coalizione o quanto meno un’apparente collaborazione con le altre forze antifasciste, e poi la brutale eliminazione di tutti coloro che non erano devoti al verbo marxista e alla Chiesa sovietica.

In realtà leggendo con attenzione il libro di Kasoruho ci rendiamo conto come il culto della personalità di Enver Hoxha parta da lontano e come il regime dittatoriale, aggrappato ad alleanze di ferro che sono state regolarmente rinnegate (prima la Serbia, poi l’Urss, poi ancora la Cina e per finire il quasi totale isolamento), piuttosto che la storia del partito comunista albanese, o più precisamente del Partito del Lavoro, sia la storia di una dittatura personale, di un ambizioso criminale che ha usato un’ideologia assassina per costruirsi un potere assoluto. Quindi il racconto del giovane Hoxha, studente svogliato e viveur, che affiancandosi alla resistenza albanese trovò la via del potere nel modo più classico: epurando, ordinando la morte di coloro che fino a poco prima erano stati suoi collaboratori ed amici, spacciando le esecuzioni come necessaria pulizia dai parassiti e dai traditori capitalisti. In pochi anni, in un paese caratterizzato da un’economia rurale, si instaurò un regime che volle scimmiottare l’industrializzazione forzata di altri paesi dell’est. Il comunismo fu interpretato alla stregua di un devastante capitalismo di stato e a causa del quale, a fronte di un sempre più marcato impoverimento dei già poveri albanesi, si formò una classe di privilegiati: il dittatore e tutti i suoi scherani dirigenti del partito unico che, ricchi di beni e denaro, contribuirono a trasformare la popolazione da povera e dignitosa a misera e senza speranza. La cosa ricorda molto i maiali della orwelliana Fattoria degli animali. Kasoruho, anche se solo per brevi cenni e senza entrare in profondità a vicende personali, dà conto di cosa accadde: “[…] la cooperativa, copia del kolchoz sovietico, toglieva al contadino ogni forma di diritto reale sulla terra e sui suoi prodotti, e lo inquadrava nella categoria dei braccianti di uno Stato che era l’unico, incontrastato e impietoso latifondista” (pag. 86).

Oltre questi aspetti di politica economica di stretta osservanza marxista, o forse meglio dire stalinista, il regime si caratterizzerà da una pervasiva propaganda volta ad innalzare agli altari la figura del dittatore – aspetto peraltro frequente in queste satrapie rosse – , da un uso frequentissimo della pena di morte per i dissidenti e per qualsivoglia timido oppositore o albanese non particolarmente entusiasta della politica di Hoxha. Per non parlare dei miseri stipendi dei contadini, livellati verso il basso, la corruzione incentivata dal voler ovviare alle pensioni da fame, autorizzazioni statali per ogni aspetto del vivere civile, come acquistare un biglietto teatrale, comprare un chilo di carne in più alla quota mensile consentita, e così via. E poi tutto il tipico repertorio proprio delle dittature più feroci e delle più retrograde teocrazie: libri bruciati, autori messi all’indice. Non ultimo un culto della personalità e un’apparente ortodossia marxista tale introdurre l’ateismo di Stato. Altri paesi comunisti si caratterizzarono da una politica antireligiosa, sostennero una politica atea, perseguitando i religiosi, ma mai fu introdotta esplicitamente una legge che vietasse ogni pratica religiosa, rendendo lo Stato ateo per legge. Una repressione che per molti anni non vide una vera opposizione della popolazione, rassegnata al peggio, e che proseguì feroce e ridicola fino agli anni ottanta. Per fare un esempio: “Lo studio delle lingue straniere era ancora considerato un atto di eresia. Le reti televisive italiane, greche e jugoslave che potevano essere ricevute in Albania erano disturbate da appositi trasmettitori” (pag. 142). Tutto questo coerentemente alla politica di isolazionismo che ha caratterizzato la politica del regime. Ancora oggi Hoxha viene considerato “l’uomo che dato al popolo albanese, libertà e dignità nazionale, ha trascinato il suo popolo dal buio del feudalesimo, verso una società, anche se non ideale, più giusta e più progredita”. Questo viene scritto in Italia. In Albania, avendo assaggiato la cura  Hoxha, credo proprio la vedano in maniera diversa.

Edizione esaminata e brevi note

Amik Kasoruho, nato a Tirana nel 1932, era diciassettenne al momento del suo arresto per motivi politici. Tornato in libertà nel 1956 (nel frattempo suo padre era stato fucilato dalle forze governative di Enver Hoxha), si vide negare il permesso di continuare gli studi, proibizione poi estesa anche ai suoi due figli. Dopo circa trent’anni di domicilio coatto, nel 1990 è giunto in Italia. Poliglotta (ha scritto Un incubo di mezzo secolo direttamente in italiano), ha tradotto opere di narrativa e poesia italiana, spagnola e nord-americana. Nel 2000, per il trentennale della rivista di cultura italo-albanese degli arbereshe Katundi Yne, ha ricevuto il premio Civitas – Arberia 2000 Calabria. Attualmente vive a Tirana dove si occupa di traduzioni e di pubblicistica.

 Amik Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo. L’Albania di Enver Hoxha, Besa (collana Astrolabio), Nardò 2012, pag. 150

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2012