Ben Jelloun Tahar

L’ultimo amico

Pubblicato il: 17 aprile 2010

Ali riceve una lettera. Una busta di carta riciclata, carta giallastra. Riconosce la grafia di Mamed. Poche frasi secche e definitive, “una trovata di pessimo gusto” con la quale Mamed mette fine alla loro amicizia.
La narrazione della storia del legame tra Ali e Mamed è affidata alle loro voci. La prima parte del libro è occupata dal racconto di Ali, la seconda da quello di Mamed. Al termine, troviamo il racconto di Ramon, lo spagnolo convertito, amico di entrambi.

Ali e Mamed si conoscono al liceo. Due ragazzi diversi e complementari: Ali è pacato, timido, perennemente chino sui suoi libri; Mamed è vivace, sfrontato e costantemente a caccia di occasioni per spassarsela. Vivono entrambi a Tangeri, anche se Ali viene da Fès e per Mamed è il giusto pretesto per scherzare sulle origini di Ali: “Tutti i nomi che iniziano per Ben sono ebraici, degli ebrei arrivati dall’Andalusia, che poi si sono convertiti all’Islam. Guarda che fortuna che hai! Sei ebreo senza dover portare la kippa, ha la loro mentalità, la loro intelligenza ma poi di fatto sei musulmano come me. Sei avvantaggiato su due fronti e in più non hai le noie che hanno gli ebrei! E’ ovvio che siamo invidiosi di voi, ma tu sei mio amico; sarà bene, in ogni caso, che cambi modo di vestirti e che diventi meno tirchio”.

La loro amicizia è fatta di dialoghi, confronti e scelte, di discussioni serrate e di scambi continui, nel pieno rispetto delle reciproche differenze. Ali e Mamed vivono esperienze di studio, di sesso e di vita. Ognuno a modo suo. Appaiono simili ed uniti, in verità ciò che li lega è la loro sostanziale diversità. La vita li avvicina e li allontana più volte ma ciò che c’è è destinato a restare.

E’ il 1966 ed entrambi vengono arrestati: “diciannove mesi di carcere, spacciati per servizio militare”. Un suggello che fa della loro amicizia un laccio ancora più stretto e potente e un’occasione, per Ben Jelloun, di descrivere una porzione di storia marocchina fumosa e lacerante. “Si diceva che la polizia marocchina avesse ereditato tutti i difetti di quella francese. Probabilmente avevano seguito dei corsi in Francia per essere violenti e senz’anima”. L’arresto senza un’accusa reale, la tortura, le vessazioni, i tormenti di una prigionia inflitta senza ragione.

Una volta usciti Ali e Mamed proseguono gli studi: Lettere il primo, Medicina il secondo. Entrambi si sposano con donne che non avrebbero nemmeno immaginato e che, incapaci di divenire amiche, mostrano gelosia ed invidia per il rapporto profondo dei loro uomini. Inutilmente.
Mamed parte per Stoccolma, Ali insegna in Marocco e la distanza tra i due è riempita da qualche lettera e telefonate. Le vite di Ali e quella di Mamed procedono con una certa monotona prevedibilità. Mamed patisce però l’infinita nostalgia della sua terra. I Paesi Nordici sono perfetti, democratici, liberi, ordinati e ben organizzati, ma gli mancano il calore, gli odori, il rumore, la caotica vitalità del suo Paese. Infatti ci torna quando può e, durante uno dei suoi rientri, Mamed incontra il suo amico Ali e gli rivolge un discorso durissimo ed accusatorio. Mamed si mostra deluso, affranto e profondamente offeso da Ali. Perché? Ali sa che Mamed sta fingendo e che tutte le sue insinuazioni sono false, pretestuose. Ma Mamed è severamente irremovibile: la loro amicizia deve aver fine. Non può che essere così.
La verità è un’altra. E a rivelarcela è il racconto di Mamed e la sua ultima lettera.

La lettura de “L’ultimo amico” è lieve e veloce. Mi sono mancate però la liricità e la cura sofisticata dei costrutti e delle espressioni che avevo trovato in altri libri di Ben Jelloun, autore che amo anche per quella sfera onirica e vagamente visionaria che qui manca. Un racconto tutto sommato mediocre forse perché non propone nessuno spunto veramente originale né particolarmente sorprendente. Mi domando quanto possa aver pesato la traduzione. Ma è il rischio che si corre ogni volta che si sceglie di leggere un libro in una lingua che non sia quella originale.

Edizione esaminata e brevi note

Tahar Ben Jelloun nasce a Fès, in Marocco, nel 1944. Vive la sua adolescenza a Tangeri e studia Filosofia a Rabat. Dopo aver insegnato in alcuni licei del suo Paese, nel 1971, si trasferisce a Parigi, dove tuttora vive. Si laurea in sociologia e inizia, fin dal 1972, la sua collaborazione con importanti testate francesi. E’ autore di poesie, racconti, romanzi e drammi. Con “Notte fatale” ha vinto il prestigioso Premio Goncourt nel 1987. Alcuni suoi articoli sono pubblicati, in Italia, sul quotidiano “La Repubblica”. Tra i suoi libri più famosi: “Creatura di sabbia”, “A occhi bassi”, “Le pareti della solitudine”, “Il razzismo spiegato a mia figlia”.

Tahar Ben Jelloun, “L’ultimo amico”, Bompiani, Milano, 2006. Traduzione di Anna Maria Lorusso.