Ben Jelloun Tahar

Nadia

Pubblicato il: 20 agosto 2009

Nadia è una beur. Contrazione ed inversione linguistica della parola a-ra-beu (arabo) che, passando per beu-ra-a, ha generato beur: gli immigrati di seconda generazione, i figli dei nord africani residenti in Francia. Nadia è francese, infatti. Figlia di algerini e cittadina francese. Ha un padre generoso e lucido, Nadia. Un uomo che non le impone le restrizioni della sua religione ma che, anzi, riconosce la forza e il valore di sua figlia e l’importanza delle sue ambizioni: Non sono preoccupato per te, so che sei una donna libera. E’ una cosa che non piace molto, da noi. Io ti ho sempre voluta libera, responsabile.

Essere tanto determinata e piena della propria rabbia conduce inevitabilmente Nadia a scontri e prese di posizione. Lei, e i giovani come lei, sono a metà strada tra due universi spesso inconciliabili: da una parte una tradizione, una fede e una origine lontane, mai vissute, rigide e schiaccianti; dall’altra un Paese che riconosce una cittadinanza di forma ma che fa fatica ad accettare ed integrare, che produce razzismo e discriminazione.

Nadia combatte la sua guerra contro le differenze e i pregiudizi fin da ragazzina. Incontra il sindaco della sua città per convincerlo a non abbattere la casa, in perfetto stile magrebino, che suo padre aveva deciso di costruire. Il padre l’avverte: qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu dica, sarai sempre rimandata alle tue radici. Sei kabila, ti prenderanno per un’araba anche se sei cittadina francese. Francese, non lo sarai mai. La nostra terra ci ricopre la pelle e ci maschera la faccia. Questa terra l’amiamo, ma questa terra ci ama? Infatti Borrou, il sindaco, demolisce la casa perché loro non sono che degli algerini.

Nadia lavora accanto a Marc, il suo ragazzo, in una casa della cultura. Si occupa di bambini e attraverso i piccoli scopre universi familiari complicati e sofferenti. Storie di beur violenti ed esclusi che trapassano le pagine attraverso i flussi di coscienza e i piccoli deliri di Nadia. E la vergogna arriva costante, i figli diventano ribelli,  sfuggono ai lacci dei padri e disonorano il nome della famiglia. Figli rabbiosi e tormentati: Rompono tutto per il piacere di rompere. Rompono tutto: le vetrine, le macchine, ma anche la loro vita. Che disastro! E’ triste. Quello che non capisco è la violenza che i ragazzi hanno nella pelle. Si direbbe che nascono con la voglia di spaccare tutto.

Così Tahar Ben Jelloun, e la sua Nadia, danno spazio anche ad altre storie, come quella delle tre sorelle riportate in Algeria dal padre ed affidate ad uno zio crudele e violento. Sradicate dalla loro terra di nascita, troppo corrotta e pericolosa agli occhi del genitore, e catapultate nella chiusura e nel rigore dispotico della casa d’origine. Un trauma infernale e feroce che porta la più piccola delle ragazze a tagliarsi le vene dentro un hamman. O la storia di Naïma, considerata morta da suo padre solo perché lavora come modella e si mostra sulle pagine di riviste glamour indossando capi di moda. Vergogne insostenibili, affronti incancellabili, figli indotti alla morte o giudicati morti senza redenzione, senza perdono.

La candidatura alle elezioni porta Nadia a cercare compromessi col mondo politico: i verdi, i comunisti. Troppo deboli entrambi e forse solo sedotti dall’idea di presentare una beur tra le loro fila. E dall’altra parte la presenza di giovani fondamentalisti barbuti pronti a ricordarle di stare al suo posto, tra minacce e controsensi. L’esperienza politica fallisce, nessuna rappresentanza parlamentare ma nemmeno una grande vera delusione. Sarà solo per un’altra volta.

Un libro breve, “Nadia”, meno lirico e visionario di altri libri di Ben Jelloun. Sicuramente più vero, più radicale e più pragmatico. Racconta la vita di chi viene considerato e detto “immigrato di seconda generazione” pur essendo nato in Francia. E’ la stessa condizione che vivono tantissime persone anche in Italia o in altri Paesi d’Europa e del mondo. Culture disgregate o in conflitto, principi che si scollano da tradizioni in perdita e cercano una collocazione nuova, ancora di individuare o inventare. La strada della rottura sembra, a volte, essere l’unica concepibile, ma forse è solo quella più immediata. La ricerca di conciliazione e un dialogo onesto, privo di forzature o imposizioni, dovrà portare al giusto compromesso e, soprattutto, all’accettazione dell’altro. Una volta per tutte.

Edizione esaminata e brevi note

Tahar Ben Jelloun nasce a Fès, in Marocco, nel 1944. Vive la sua adolescenza a Tangeri e studia Filosofia a Rabat. Dopo aver insegnato in alcuni licei del suo Paese, nel 1971, si trasferisce a Parigi, dove tuttora vive. Si laurea in sociologia e inizia, fin dal 1972, la sua collaborazione con importanti testate francesi. E’ autore di poesie, racconti, romanzi e drammi. Con “Notte fatale” ha vinto il prestigioso Premio Goncourt nel 1987. Alcuni suoi articoli sono pubblicati, in Italia, sul quotidiano “La Repubblica”. Tra i suoi libri più famosi: “Creatura di sabbia”, “A occhi bassi”, “Le pareti della solitudine”, “Il razzismo spiegato a mia figlia”.

Tahar Ben Jelloun, “Nadia”, Bompiani, Milano, 2002. Traduzione di Egisto Volterrani.