Sijie Dai

Balzac e la Piccola Sarta Cinese

Pubblicato il: 27 maggio 2009

Cina, 1971. Solo pochi anni prima il Presidente Mao aveva dato inizio alla Grande Rivoluzione Culturale. I due protagonisti del libro, la voce narrante e il suo amico Luo, sono figli di borghesi nemici del popolo, in realtà solo dei medici che il regime considera però soggetti pericolosi e reazionari. Per questo i loro figli, poco più che adolescenti, sono costretti a recarsi presso un campo di rieducazione: le università furono chiuse e i “giovani intellettuali”, ossia gli studenti che avevano finito il liceo, furono mandati in campagna per essere “rieducati dai contadini poveri”.

I due studenti sono rieducati presso uno sperduto villaggio sulla montagna della Fenice del Cielo. Un luogo dal nome affascinante, ma abitato da contadini incolti e rudi, circondato dal fango e da stradine impervie, distante ore di cammino da un centro civilizzato e costantemente flagellato dalle piogge. Vengono accolti dal capo del villaggio, un uomo che riescono ad affascinare e beffare, fin dal primo istante, suonando “Mozart pensa al presidente Mao” col violino, oggetto che i rozzi abitanti del luogo pensano sia un giocattolo borghese, quindi pericoloso e destinato alle fiamme, ma salvato in extremis grazie a Mozart.

La rieducazione consiste, per lo più, in faticose mansioni nei campi, ore di lavoro in miniera, pesanti giornate in risaia e nel trasporto di liquami su gerle da mettersi in spalla. A dare un piccolo sollievo ai due “riedutati” c’è il cinema. Il capo del villaggio, infatti, si rende conto che i due studenti sono bravissimi a narrare storie. Per questo consente loro di recarsi nel paesino più vicino a vedere un film per poi tornare alla Fenice del Cielo per raccontarlo a tutti. Al nostro ritorno, davanti alla casa su palafitte ebbe luogo uno spettacolo di cinema orale senza precedenti.

Ed è sempre attorno alla narrativa, scritta stavolta, che si sviluppa l’intreccio del romanzo di Sijie. Il potere della grande letteratura, associato alla volontà di conoscere e al coraggio di andare contro le regole, portano Luo e compagno a venire in possesso di un libro di Balzac: Ursule Mirouët. Un testo assolutamente proibito da Mao. Ba-er-za-che, così il nome di Balzac appare trasposto in lingua cinese sul libro tradotto da Fu Lei che i due studenti riescono a farsi cedere dall’amico Quattrocchi. Anche lui un rieducato.

Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell’adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l’ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell’insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell’amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente.

Quattrocchi possiede una misteriosa valigia che, proprio perché inaccessibile e sigillata, desta la curiosità di Luo e del suo amico che intuiscono quale tesoro vi sia celato: libri. Opere di autori grandiosi come Dumas, Hugo, Tolstoj, Dostoevskij, Gogol, Flaubert. Ed è per venire in possesso di questa valigia che i due ragazzi decidono di trasformarsi in scassinatori. Il loro colpo va a segno: Quattrocchi lascia il campo di rieducazione, ma i due amici tengono con loro l’inestimabile valigia. Libri da leggere e rileggere, un fascinoso mondo fatto di parole, di sentimenti, di avventure, di uomini diversi e romantici. Luo e l’io narrante (di cui mai viene specificato il nome) sono incantati e soggiogati da quanto leggono. E con queste storie riescono a stregare anche la Piccola Sarta Cinese, la ragazza più bella delle montagne. Luo, narratore instancabile e fantasioso, la seduce leggendole Balzac e altri autori, le racconta l’amore e la bellezza, le descrive la passione e i sentimenti.

“Balzac e la Piccola Sarta Cinese” si legge con molta facilità. Una scrittura leggera e molto semplice, fatta di tanti piccoli episodi che si susseguono come fossero le scene di un film in cui l’elemento autobiografico, molto presente, si mescola all’invenzione. Il romanzo è infarcito di riferimenti ad opere di enorme notorietà e tutte, un po’ egocentricamente, francesi. Quasi come se la grande letteratura fosse esclusivo predominio transalpino. Dai Sijie ha scritto questo romanzo proprio in lingua francese, vive in Francia da molti anni e, probabilmente, cerca di celebrare così la cultura del Paese europeo che lo ha accolto.

Un libro che parla del potere dei libri, questo. E’ il suo punto di forza. Una magia che non sfugge a chi ama leggere. I libri come conforto e sfida, ma anche come potente detonatore. Perché proprio per merito, o colpa, della letteratura la Piccola Sarta Cinese subisce una mutazione che nessuno avrebbe mai immaginato. Una metamorfosi che la condurrà lontano, cosciente di un insegnamento tratto proprio dalle pagine di Balzac che il suo Luo le leggeva: la bellezza di una donna è un tesoro inestimabile.

Edizione esaminata e brevi note

Dai Sijie nasce a Chengdu, nel sudovest della Cina, nel 1954 ed è figlio di un medico. Come il protagonista del suo primo romanzo, “Balzac e la Piccola Sarta Cinese”, pubblicato nel 2000 da Gallimard, a Parigi, anche Dai Sijie ha vissuto, dal 1971 al 1974, la “rieducazione” voluta dal Presidente Mao. Terminata questa esperienza, lo scrittore ha proseguito gli studi presso l’Università ed ha poi ottenuto una borsa di studio per la Francia, Paese in cui tuttora vive. Prima di arrivare alla narrativa, Sijie aveva tentato, senza molto successo, la strada del cinema. Ma la fama è giunta, quasi inaspettata, dal suo “Balzac e la Piccola Sarta Cinese” dal quale, nel 2002, è stato tratto un film diretto dallo stesso autore. Nel 2003 esce “Le complexe de Di”, tradotto in Italia con “Muo e la vergine cinese” edito da Adelphi, così come “Par une nuit où la lune ne s’est pas levée” ossia “Una notte in cui la luna non è sorta”.

Dai Sijie, “Balzac e la Piccola Sarta Cinese”, Adelphi, Milano, 2007. Traduzione Ena Marchi.