Roth Joseph

Giobbe

Pubblicato il: 19 maggio 2009

Giobbe è un patriarca, una delle figure centrali dell’Antico Testamento. Emblematica per Ebrei, Cristiani e Musulmani. Incarna la figura del giusto perseguitato, del credente la cui fede viene messa duramente alla prova da Dio. L’uomo che, seppur retto, onesto e fedele, viene colpito da immense sventure.

Il “Giobbe” di cui Roth ci racconta la parabola si chiama Mendel Singer. E’ un ebreo russo, vive nella cittadina di Zuchnow. Maestro di Talmud, uomo devoto, semplice, timoroso, sfuggente, pensoso. Sua moglie si chiama Deborah e gli ha dato tre figli: Jonas, Schemarjah e Mirjam. Il quarto bambino che la donna mette al mondo, Menuchim, è però un minorato. E sembra proprio che con la nascita di Menuchim inizi per Mendel la stessa sorte di Giobbe.

Deborah non si dà pace, capisce che il suo ultimo figlio è malato, è diverso, è sfortunato, ma lei crede di poter avere una parola di conforto dal rabbi. Va dal santo uomo che le fa dono di una sorta di profezia: Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie limpide e piene di risonanza. La sua bocca tacerà ma le labbra, quando si apriranno, annunceranno il bene.

Mendel sa che il fato non è stato magnanimo con lui né con la sua famiglia. Ah, al povero le cose vanno male se ha peccato, e gli vanno male se è malato. Bisogna sopportare il proprio destino! E il destino, infatti, porta i suoi due figli sani a dover partire per diventare soldati dello zar. Jonas parte volentieri, Schemarjah si allontana, ma sceglie una strada diversa: disertore. Gli anni trascorrono e Mendel scopre che sua figlia Mirjam, ragazza bellissima, va con i cosacchi. Un disonore e un affronto pesante per un ebreo come lui.

Schemarjah, attraverso un suo amico, fa sapere ai suoi genitori di essere arrivato in America e di aver avuto fortuna. Adesso Mendel e Deborah devono decidere se partire, lasciare la Russia e con essa il povero Menuchim, per raggiungere gli Stati Uniti. Mirjam va con un cosacco, in Russia può ben farlo, ma in America non ci sono cosacchi. La Russia è un paese triste, l’America è un paese libero, un paese allegro. I Singer partono. E con il loro viaggio, Roth, racconta e descrive un moderno esodo, quello di nuovi ebrei erranti che lasciano la terra delle origini e vanno altrove. Un paio di centinaia di anni prima un avo di Mendel Singer era venuto probabilmente dalla Spagna in Volinia. Egli ebbe un destino più felice, più comune, in ogni caso meno memorando del suo discendente… . Ma anche negli Stati Uniti, la sorte di Mendel/Giobbe viene a compiersi: l’uomo è destinato a subire altre drammatiche perdite e a conoscere la solitudine e l’abbandono totali.

E come il Giobbe biblico, Mendel rompe il suo legame con Dio. L’unico legame che gli resta da rompere. Raccoglie tutte le sue cose: i filatteri, i suo taléd e i libri di preghiera. Vuole bruciarli. Accende un fuoco, cieco di rabbia, in collera con Dio, ma non riesce a bruciare l’astuccio di velluto rosso. I suoi amici accorrono e riescono a calmarlo anche se Mendel a loro dice esplicitamente: Voglio bruciare Dio.
Come Giobbe anche Mendel bestemmia Dio. Ed esattamente come era accaduto a Giobbe, anche per Mendel, dopo un periodo di silenzio e di allontanamento da Dio, qualcosa si compie. Quel miracolo che tocca e salva, che giunge inaspettato a rivoluzionare una vita che sembra già persa. Dio restituisce a Mendel ciò che lui non osa neanche immaginare, lo ripaga, come fece con Giobbe, di tutte le sofferenze e le sventure subite. Dice Mendel: Grandi peccati ho commesso, il Signore ha chiuso gli occhi. Un isprawnik io l’ho chiamato. Lui si è tappato gli orecchi. E’ così grande, che la nostra cattiveria diventa piccolissima.

Una storia di riconciliazione dalle radici antichissime, affondate addirittura nella Bibbia, ma palesi e dichiarate, fin dal titolo. Roth ha semplicemente attualizzato la storia di Giobbe, facendo intendere che chiunque potrebbe incarnare la figura del giusto perseguitato. Il cuore di un uomo semplice che trova la sua quiete solo grazie ad un miracolo, l’unico atto in grado di riportarlo alla fede.

Libro intenso e sicuramente piacevole da leggere, una narrazione che spesso procede per anafore e qualche allitterazione. Ripetizioni che sembrano replicare un rituale, quindi rassicurano ed insegnano. Un po’ come fa Mendel quando insegna i versetti biblici ai suoi piccoli allievi.

Edizione esaminata e brevi note

Roth nacque a Brody, in Galizia orientale, il 2 settembre 1894. Apparteneva ad una famiglia ebraica. Studiò germanistica e filosofia a Leopoli prima e a Vienna poi. Prese parte alla Prima Guerra Mondiale come volontario e venne fatto prigioniero dei russi. Al termine del conflitto lavorò come giornalista a Vienna, Berlino e Francoforte. Nel 1933, a causa dell’avvento di Hitler, lasciò la Germania e si trasferì a Parigi dove morì, alcolizzato, il 27 maggio 1939.

Joseph Roth, “Giobbe”, Adelphi, Milano, 2008. Traduzione Laura Terreni.