Nysenholc Adolphe

Bubelè. Il bambino nell’ombra

Pubblicato il: 6 maggio 2018

Adolphe Nysenholc, figlio di emigrati polacchi uccisi ad Auschwitz, per più di trent’anni ha insegnato Semiologia delle immagini presso la Libera Università di Bruxelles ed è uno dei massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Potremmo dire che per Nysenholc lo studio del più celebre “vagabondo” è stato qualcosa che è andato oltre un semplice interesse intellettuale. Piuttosto una sorta di spontaneo riequilibrio e compensazione rispetto un’infanzia che ci viene svelata proprio in “Bubelè. Il bambino nell’ombra”, racconto autobiografico pubblicato nel 2007 per l’Éditions L’Harmattan; e adesso in Italia grazie a “Il Pozzo di Giacobbe”, primo titolo della nuova collana “Il cipresso bianco”.

Leggiamo infatti, quasi ad epilogo del libro e di un’insolita preadolescenza: “Ci proiettarono un film di  Charlot, Il monello […] Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. Sin dall’inizio, quando Edna, ragazza-madre disperata per essere stata lasciata dal suo amante, abbandona il suo bambino. Per il suo bene. A casa di gente ricca; io invece a casa di gente povera, ma la madre, anche lei, non poteva fare diversamente. E si assiste ad una cascata di rapimenti, nel film, che neppure a me sono stati risparmiati. […] così come Tanke e Nunkel mi avevano strappato dal treno in partenza per un lontano kibbutz. Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso” (pp.126). Niente gli “fu reso” perché durante gli anni della guerra il piccolo Adolphe – Dolfi ha dovuto vivere come un “bambino nell’ombra”, senza poter sapere che intanto i suoi genitori naturali erano morti. Poco prima di venire catturata dai nazisti e finire i suoi giorni ad Auschwitz, la madre di Nysenholc, ebrea polacca, era infatti riuscita ad affidare suo figlio ad una coppia di generosi popolani fiamminghi Tanke e Nunkel. “Bubelè” – come ci ricorda Moni Ovadia, un vezzeggiativo yiddish “che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli” (pp.6) – è appunto il racconto di quell’infanzia vissuta in un contesto per lo più estraneo, dovendo nascondere la propria identità e soprattutto in attesa di genitori che non possono tornare. Tutti avvenimenti che sono stati ricostruiti e volutamente trasfigurati in virtù delle fantasie e dello sguardo, a volte perplesso, a volte confuso di un bambino “nell’ombra”, salvato grazie “al coraggio di chi non voleva rimanere indifferente” (pp.5): probabilmente la prospettiva più efficace per un  lungo racconto caratterizzato, come giustamente scrive Ovadia, da una “narrazione nitida, efficacissima e commovente”.

Adolphe, quindi, fino al termine della guerra vive protetto da quelli che diventeranno a tutti gli effetti i suoi genitori adottivi, mentre intorno trapelano notizie strane che inquietano il bambino. Poi passano gli anni, quello che succede intorno si fa più nitido; e così anche le notizie sullo sterminio degli ebrei. Va precisato che la Shoah, causa di un’infanzia “nell’ombra” e della morte dei genitori, non appare il nucleo centrale del racconto di Nysenholc; che infatti prosegue subito dopo la fine delle ostilità con le vicende familiari del giovane Adolphe, conteso tra Tanke e Nunkel e lo zio Abraham, sopravvissuto allo sterminio. Altre separazioni, istituti, una nuova famiglia affidataria, sporadici incontri col fratello maggiore, lo scampato pericolo di emigrare in un kibbutz israeliano, e ancora dentro una sorta di orfanotrofio per bambini ebrei, di stretta osservanza religiosa. Un peregrinare condizionato in parte dall’egoismo degli adulti, in parte dal legittimo affetto dei genitori adottivi, peraltro mai rinnegati e per sempre considerati da Nysenholc genitori a tutti gli effetti. Ma soprattutto un peregrinare che fa emergere il nucleo davvero essenziale del racconto autobiografico: l’abbandono del padre e della madre, che solo col tempo Adolphe comprenderà essere avvenuto per salvargli la vita, lo sviluppo dell’identità e delle coscienza di un bambino conteso da famiglie culturalmente molto diverse. La ricerca quindi non soltanto dei genitori naturali ma anche di una comunità con la quale identificarsi, porterà l’ormai cresciuto Bubelè ad uscire dall’ombra, vincere comprensibili repulsioni e sottoporsi fuori tempo massimo alla circoncisione rituale: proprio lui, figlio di ebrei non praticanti, che anche grazie a quei pochi centimetri di pelle in più era riuscito a nascondere per tanto tempo le sue origini. Del resto: “Nonostante il mio ingresso in sinagoga, non potevo credere in Dio più di quanto vi credesse Nunkel. Ma grazie al mio inserimento nella tradizione ebbi molta più fede in mio zio” (pp.126).

L’epilogo del racconto autobiografico, pur incentrato sull’ingresso ufficiale di Adolphe in una comunità ritrovata, torna su un ricordo lontanissimo della madre e attesta ancora una volta come “Bubelè” sia vera letteratura: pagine stilisticamente ineccepibili che non vogliono compiacere facili sentimentalismi ma piuttosto capaci di contenere, in piena armonia, momenti molto terreni e momenti dove prevalgono il simbolismo e le immaginazioni dell’infanzia.

Edizione esaminata e brevi note

Adolphe Nysenholc, (Anderlecht, Bxl, 1938), scrittore, drammaturgo, semiologo del Cinema. Per più di trent’anni ha insegnato Semiologia delle immagini presso la Libera Università di Bruxelles ed è uno dei massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. La Shoah e il giudaismo sono stati spesso il perno dei suoi scritti. Tra le sue opere principali: “Charles Chaplin. L’âge d’or du comique” (1979), “Sopravvivere o la memoria in bianco” (1989, Clueb 2007), “Mère de guerre” (1998, 2006), “André Delvaux ou le réalisme magique” (2006). Nel 2011, Nysenholc ha pubblicato “L’Enfant Terrible de la Litterature. Autobiographies d’Enfants Caches” – un’indagine sulla vita di quegli scrittori che da piccoli, a causa dell’Olocausto, sono stati bambini nascosti – aprendo un varco ancora poco esplorato e ricchissimo nello spazio dell’autoficion letteraria.

Adolphe Nysenholc,“ Bubelè. Il bambino nell’ombra”, Il Pozzo di Giacobbe (collana “Il cipresso bianco”), Trapani 2018, pp. 144. Traduzione di Silvia Cerulli

Luca Menichetti. Lankenauta, maggio 2018