Tamburri Anthony Julian

Scrittori Italiano(-)americani. Trattino sì trattino no

Pubblicato il: 29 luglio 2018

Di primo acchito, se ci limitiamo a considerare il titolo, l’idea di dedicare un intero saggio ad un trattino – in particolare ad una convenzione grammaticale della lingua inglese – potrà sembrare davvero un’iniziativa superflua. In realtà la prospettiva cambia se leggiamo questo saggio con l’occhio dello studioso di semiotica, che guarda conseguentemente alla storia della letteratura e all’attualità politica e sociale. Così scrive il traduttore Emanuele Pettener: “Il fascino di questo breve testo, che dalla sua pubblicazione all’alba degli anni Novanta del Novecento è divenuto una pietra miliare degli studi italiano/americani, sta soprattutto nella ricostruzione storica e letteraria della vicenda italiana negli Stati Uniti: intensa battaglia contro il pregiudizio e tensione perenne fra integrazione e salvaguardia delle proprie radici. E forse, nemmeno l’autore avrebbe potuto prevedere che il suo saggio sarebbe stato di così bruciante attualità quasi trent’anni dopo (paradossalmente, quasi più ora che allora!) sia negli Stati Uniti sia nel Paese dove viene oggi tradotto e proposto”. L’attualità ovviamente la possiamo ravvisare nelle migrazioni e nelle politiche “sovraniste” che pensano di governare il fenomeno ghettizzando e amplificando le paure, anche legittime, degli elettori. In queste storie di esclusione e di emarginazione, come ancora scrive Anna Camaiti Hostert nell’introduzione al libro, la letteratura può rivelare molto. Pensiamo appunto agli italiani emigrati negli Stati Uniti: “non più voluti da un lato e mai completamente accettati da parte della comunità ospitante dall’altro. Cosa che si riflette anche nella scrittura. Una scrittura a tratti alienata e fuori traiettoria. Estranei, non appartenenti interamente a nessuno dei due mondi” (pp.14). Preso atto di questa situazione, diventa più comprensibile l’idea di Anthony Julian Tamburri: sfidare la convenzione grammaticale della lingua inglese che prevede un trattino di congiunzione fra due aggettivi come appunto Italian–American; e appunto preferire la sbarretta italiano/americano, di modo da mantenere intatti gli aggettivi e abolire la loro distanza.

Nonostante l’argomento apparentemente ostico e iperspecialistico il saggio si legge facilmente; e – un altro pregio –  nel ricordare le tante “identità dimezzate” degli italoamericani, sconfina volutamente e inevitabilmente i limiti dell’analisi semiologica, approdando a riflessioni che investono la sociologia e la critica letteraria. Ad esempio quando Tamburri torna sugli scrittori americani di discendenza italiana, alle prese con i pregiudizi dei “wasp” e con una volontà di integrazione che però non contemplava l’oblio delle proprie origini: “pochi sono riusciti a evitare d’essere relegati alla categoria di scrittori etnici, e quindi emarginati, anziché venir considerati parte del più ampio e dominante gruppo che chiamiamo scrittori americani” (pp.53). Il passare del tempo poi ha cambiato un po’ di cose ed infatti: “Per la maggior parte, i primi scrittori italiano/americani affrontavano soggetti e temi dei loro tempi, basati su riflessioni autobiografica della vita in America. Man mano  che esaminiamo gli scrittori successivi, i figli e i nipoti degli immigrati, entriamo in un periodo in cui il passato da immigrante e analizzato non attraverso l’autoriflessione, ma mediante una prospettiva storica, più a distanza […] Via via che gli americani italiani si assimilavano per mezzo dell’istruzione, dei matrimoni misti e di altri sentieri di adattamento, c’è stato uno slittamento nel focus del loro lavoro, un’inclinazione nel loro angolo di riflessione, cosicché la loro arte narrativa è diventata più il modo di far capire cosa significhi portare il dono culturale dell’italianità nelle loro vite americane di ogni giorno, piuttosto che il mezzo di rappresentare cosa significhi essere italiani in America” (pp.59). Ancora una volta il discorso sul “trattino”, grazie anche alle citazioni tratte da Daniel Aaron, viene reso più comprensibile, visto che “in senso generale il linguaggio – il suo sistema di segni – non può che essere ideologicamente improntato”; e di conseguenza “può anche diventare restrittivo e oppressivo, quando il suo sistema di segni è arbitrariamente improntato di significati da coloro che hanno il potere di farlo – la cultura dominante -, allo scopo di privilegiare una correlazione di codici anziché un’altra” (pp.73). A volte infatti si dice che “la geografia divide ma la letteratura unisce”; o almeno così dovrebbe. Lo studio di Tamburri quindi può rappresentare una risposta colta e approfondita a questo adagio, ma pur sempre avendo ben chiaro che l’identità, anche letteraria, è un elemento fluido e che deve sempre fare i conti col pregiudizio dei colti e degli incolti.

Edizione esaminata e brevi note

Anthony Julian Tamburri, nato (1949) e cresciuto a Stamford, Connecticut, Stati Uniti d’America, è decano presso l’Istituto Italiano Americano John D. Calandra (Queens College, Università della città di New York). Professore di Lingue e Letterature Europee, i suoi studi spaziano dalla letteratura al cinema, dalla semiotica alla teoria dell’interpretazione e per un vasto spettro di ricerche culturali, che hanno portato alla pubblicazione di innumerevoli suoi scritti. Oltre all’insegnamento presso diverse e prestigiose università, come quella di Purdue (Indiana), è membro di varie istituzioni statunitensi, nelle quali ha anche ricoperto cariche direttive. Editore e curatore di riviste culturali, nel 2017 è stato insignito del titolo di Uomo dell’Anno dal National Council of Columbia Associations (Brooklyn, New York).

Anthony Julian Tamburri, “Scrittori Italiano(-)americani. Trattino sì trattino no”, MnM Print, Poggio Rusco 2018, pp.326. Prefazione di Anna Camaiti Hostert. Traduzione a cura di Emanuele Pettener.

Luca Menichetti.  Lankenauta, luglio 2018