Meyrink Gustav

Il Golem

Pubblicato il: 5 Luglio 2015

Se non fosse stato per la “Tre Editori” di Roma molti di noi avrebbero ricordato il “Golem” di Gustav Meyrink soltanto grazie alla traduzione di Carlo Mainoldi per le edizioni Bompiani e soprattutto per l’introduzione di Ugo Volli che chiudeva sbrigativamente il suo intervento scrivendo di “gran paccottiglia dei motivi che potremo chiamare di letteratura fantastica”. Volli – ricordiamolo – non è soltanto un semiologo di fama, ma per anni è stato anche critico teatrale: un intellettuale che a rigore dovrebbe saperne parecchio di letteratura e di narrativa. Viene, però, da pensare che nel caso del Golem edito dalla Bompiani abbia prevalso lo scettico, quello che disse “se le statistiche si metteranno a dar ragione all’astrologia, allora smetterò di credere alle statistiche”. In questo senso possiamo ricordare quanto scrisse qualche anno fa la professoressa Margherita Cottone: “se è vero che parecchi testi fantastici non sono di grande qualità letteraria, è anche vero che l’atteggiamento positivista della critica italiana ha influito negativamente sulla conoscenza e diffusione di questa letteratura”[1].

Tutt’altro approccio quello di Anna Maria Baiocco, curatrice della nuova edizione del romanzo (tra l’altro felicemente arricchita dalle litografie  di Hugo Steiner-Prag), tanto da poter scrivere riguardo la sua traduzione: “oggi risuonerà in maniera diversa da quelle del passato, forse più consona alla sensibilità moderna e tuttavia più attenta alla presentazione esatta dei messaggi di alta spiritualità” (pp.41). Parole che chiudono la lunga introduzione, questa volta davvero approfondita (coerenti con l’impostazione risultano anche le note a piè di pagina) e quindi incentrata sul mito del Golem, sulla storia iniziatica e sui significati occulti del romanzo. Il titolo è vero che prende spunto dalla leggenda ebraica dell’essere creato dalla magia di Rabbi Jehuda Löw, ma di fatto il mistero di questo personaggio artificiale rimane solo un pretesto per raccontare un complesso viaggio interiore ambientato nella Praga che Margherita Cottone ha definito come “soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti”[2]

Un percorso non lineare, scandito da venti capitoli, delimitati all’inizio con “Sonno” e alla fine con “Libero”: una sorta di cornice che introduce una struttura circolare ma soprattutto tale da annunciare ed infine portare a compimento gli ambigui motivi del romanzo. Possiamo scrivere di ambiguità e disorientamento proprio per confermare, secondo l’idea di Todorov, la definizione di fantastico come letteratura della soglia, dello spazio intermedio, dell’esitazione. Difatti in “Sonno” il personaggio narrante si trova in stato di dormiveglia, sospeso in un’incertezza che investe la sua stessa identità e la realtà che sembra circondarlo. Poi le visioni del ghetto, l’incontro con un essere che potrebbe essere il leggendario Golem: questi porge al narratore un libro da restaurare introducendolo ad una sorta di percorso iniziatico, lo illumina di altre immagini che poi sveleranno più compiutamente la loro natura al termine del romanzo. A questo punto, parzialmente dissolto lo stato di dormiveglia, l’io narrante sembra essere diventato definitivamente Athasius Pernath, intagliatore di pietre preziose, già affetto da amnesia e assediato da un passato che affiora lentamente e dolorosamente. Vicino a lui vivono personaggi che rappresentano il dualismo bene male: da un lato il perfido rigattiere Aaron Wassertrum; e dall’altro l’archivista Schemajah Hillel, figura tanto positiva quanto orientata allo spirito religioso. Accanto a loro, come a replicare la contrapposizione tra le due polarità, lo studente di medicina Charousek, figlio naturale del rigattiere e che aspira alla vendetta nei confronti del padre snaturato; Rosina, la giovane ragazza destinata a vendersi; Mirjam, la figlia di Hillel votata ad una vita di spiritualismo, e la giovane signora Angelina, carnale e fedifraga; l’inquietante Amadeus Laponder, accusato di assassinio con stupro, compagno di cella di Pernath in prigione, che manifesterà sconcertanti facoltà paranormali

La vicenda, perennemente in bilico tra una realtà dove si complotta e si ricatta e le visioni oniriche presenti in una città magica come Praga, ha una svolta con l’arresto di Pernath, accusato dell’omicidio di Zottmann: rimarrà in galera per lungo tempo e una volta scagionato ritroverà la sua città trasformata (il romanzo è ambientato nel periodo di risanamento del ghetto, tra il 1893 e il 1917). L’io narrante, una volta tornato alla vita civile, intende ritrovare le sue conoscenze più care che però sono scomparse, a cominciare dall’amata Mirjam. Ma la vera libertà, almeno quella intesa da Meyrink, è ben altro, ed è a questo punto che avviene un nuovo risveglio, che svelerà lo scambio di personalità e mostrerà la realizzazione dell’io sovraindividuale, simboleggiato da quella figura dell’ermafrodito che significativamente era apparsa in “I”, il terzo capitolo.

Gli eventi presenti nel romanzo, inspiegabili alla luce della ragione, delineano un percorso iniziatico magico- mistico e ascetico del tutto peculiare, certamente non estraneo alla cultura cabalistica, in cui appaiono fondamentali i temi del doppio e della scissione di personalità, dell’unità del maschile e del femminile come raggiungimento della piena identità, i cosiddetti misteri sapienziali, l’incertezza che scaturisce dai repentini passaggi tra sogno e realtà. Anche il potere della mente viene inteso come capacità che svela l’essenza delle antiche leggende e che, sempre grazie alle arti magiche, consente di trasformare il pensiero in realtà, come nel caso del Golem: “Hillel, che si è sempre occupato di Cabala, sostiene che quella forma di terra dalle fattezze umane non sia altro che un presagio, come nel mio caso la testa di piombo, e che lo sconosciuto che si aggira nel quartiere sia l’immagine creata dalla fantasia e dalla mente di quel rabbino medievale che l’aveva solo pensata ancor prima di darle una forma materiale” (pp.92). Di sicuro una figura che, pur inquietante non ha nulla di caricaturale, tipo una sorta di mostro di Frankestein in versione ebraica; semmai indefinita, interiore, e tale da evocare più recenti rappresentazioni della creatura, come quella di Wiesel: “Inchiodato a terra, ma sospeso in aria. Strano, misterioso, sembrava percorrere la terra e il cielo contemporaneamente. Sicuro di sé, andava avanti inesorabilmente”.[3]

Un’attenzione ai temi mistico-magici che in Meyrink prevale anche sugli aspetti formali. Come giustamente scrive la stessa Anna Maria Baiocco: “Se a volte la struttura risulta complessa, lo stile e la forma non sono né ricercati né elaborati in base a categorie estetiche, ci appare chiara l’immagine, si sente la forza del messaggio, dell’idea contenuta nella parola” (pp.13). Osservazione del resto coerente con quanto scrisse lo stesso Meyrink sui suoi romanzi come travestimenti e dei contenuti simbolici che riflettevano esperienze personali: “Tengo più alle mie teorie, che sono una pratica e una vita, che alle mie creazioni artistiche, che non sono che simboli e involucri”.[4]

 

[1] Margherita Cottone, La letteratura Fantastica in Austria e Germania (1900-1930), Sellerio 2009, pp.113

[2]  Margherita Cottone, La letteratura Fantastica in Austria e Germania (1900-1930), Sellerio 2009, pp.88.

[3] Elie Wiesel, Il Golem, Giuntina 1986, pp.32

[4] Margherita Cottone, La letteratura Fantastica in Austria e Germania (1900-1930), Sellerio 2009, pp.105.

Edizione esaminata e brevi note

Gustav Meyrink, (Vienna, 1868- Starnberg, Baviera 1932). Nato Gustav Meyer, è stato uno scrittore e occultista austriaco pseudonimo di Gustav Meyer, era figlio illegittimo di un ministro del Württemberg, il barone Karl von Varnbüler, e di Marie Mayer che affermava di discendere dai nobili Meyrink. Visse ad Amburgo, frequentò il ginnasio a Monaco, s’iscrisse alla scuola di commercio di Praga, dove divenne banchiere. Si dedicò poi completamente alla letteratura. Il Golem, il suo primo romanzo, fu pubblicato nel 1915. Le opere successive furono ancora ispirate a quelle scienze esoteriche, alchemiche, magiche, di cui Meyrink fu un appassionato cultore.

Gustav Meyrink,“Il Golem”, Tre Editori, Roma 2015, pp. 364. A cura di Anna Maria Baiocco. Illustrazioni originali di Hugo Steiner-Prag.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2015