Ondjaki

NonnaDiciannove e il segreto del sovietico

Pubblicato il: 15 marzo 2015

Non è il caso di lasciarsi ingannare dalle biografie in rete di Ondjaki, al secolo Ndalu de Almeida, soprattutto dove si legge che lo scrittore angolano è uno specialista di letteratura per l’infanzia. Sarà sicuramente vero, ma un’opera come “Nonnadiciannove e il segreto del sovietico” l’abbiamo assimilata divertiti e incuriositi dal mondo povero e colorato di Luanda, scordandoci subito che forse poteva essere stata scritta per un pubblico di bambini. La verità probabilmente sta nel mezzo, nel senso che i bambini sicuramente sono i protagonisti principali del romanzo, come una sorta di peanuts di terra d’Africa, ma nel contempo rappresentano anche lo sguardo di coloro che, in tutta naturalezza, sono capaci di  interpretare e di rendere fiabesca una realtà che altrimenti di lieve e sereno avrebbe molto poco.

Anche l’umorismo che trapela da ogni pagina di “Nonnadiciannove” appare del tutto coerente con l’etimologia della parola divertire, da “volgere altrove” e “deviare”, grazie proprio agli occhi stupefatti di bambini che sembrano complicare e rendere fantastiche le cose semplici e nel contempo capaci di semplificare le cose più complesse. Perché a rigore di vicende complicate nel romanzo di Ondjaki ce ne sarebbero pure tante, a cominciare dagli echi di una sanguinosa guerra civile. Difatti qua e là si colgono riferimenti ai terribili sudafricani e, fin dal titolo, è di tutta evidenza la presenza di cubani e sovietici: ricordiamo – ma nel romanzo non c’è niente di esplicito – che a partire dal 1975 il movimento marxista-leninista di liberazione dell’Angola costituì un sistema politico monopartitico, appoggiato da Cuba e dall’Unione Sovietica, mentre l’Unione Nazionale per l’Indipendenza era sostenuta dagli Stati Uniti e dal Sudafrica. Da qui la lotta feroce tra fazioni, l’invasione da parte di un Sudafrica in pieno regime di apartheid, il conseguente intervento dei cubani, e soprattutto la strage di una popolazione sempre più povera, già stremata dallo sfruttamento coloniale e che non aveva voce alcuna in capitolo. Fatta questa premessa va precisato che il contesto di “Nonnadiciannove” non è il fronte ma il quartiere di Praia Do Bispo in quel di Luanda, dove la propaganda di regime aveva dato il via alla costruzione di un Mausoleo in onore del Compagno Presidente Agostino Nheto. Una grande opera che però minaccia la distruzione delle case del quartiere e il trasferimento dei suoi abitanti. Da qui l’idea di due bambini, il narratore e Pi, di far esplodere il mausoleo (preceduti da qualcun altro?). Al di là della trama, la scelta di guardare alla variegata  comunità di Praia Do Bispo con gli occhi di due bambini rappresenta l’autentica peculiarità del racconto: ed ecco così i tecnici e militari stranieri, tra cui il Compagno Botardov alias Bilhardov, il sovietico col “segreto”; poi i nativi angolani, i pescatori, SpumaDelMare il grullo del villaggio, gli altri bambini e soprattutto tante “nonne”, di età indefinibile ma forse non proprio decrepite viste le attenzioni riservate loro da alcuni compagni sovietici e cubani. Tra queste “Nonnadiciannove”, una signora così soprannominata causa amputazione di un dito del piede: “come diceva SpumaDelMare ‘le parole hanno l’incanto della magia e la forza dell’invisibile’, è vero, questa storia della diciannovina, non solo fece ridere NonnaNhé un’altra volta, ma le cambiò il nome per il resto della sua vita. Fu a PraiaDoBispo, a partire da quella sera che NonnaAgnette diventò NonnaDiciannove” (pag. 57).

Il riferimento alla parola, “incanto e magia”, ci permette di chiarire come Ondjaki abbia felicemente reinterpretato la tradizione orale dell’Africa subsahariana grazie anche ai numerosi e surreali dialoghi presenti nel racconto; e dove l’esibita innocenza dei bambini fa pensare piuttosto che l’autore abbia in mente ben altro. Un linguaggio che oltretutto si arricchisce di soprannomi, neologismi, invenzioni estemporanee, un portoghese distorto con accanimento da Bilardhov e compagni e, non ultimi, improvvisi  farseschi e maliziosi: “Beva l’acqua compagno. E’ filtrata e c’è pure un po’ di candeggina, può berla senza problemi” (pag. 50). Proprio sull’importanza dell’elemento linguistico nell’opera di Ondjaki insiste la professoressa Livia Apa, traduttrice di “Nonnadiciannove” e soprattutto specialista di letterature africane lusofone e di letteratura dei conflitti: “Il fatto che la lingua portoghese sia lingua ufficiale dell’Angola post-coloniale non vuol dire che debba essere usata come nell’antica capitale dell’impero. Diventa qui, invece, uno spazio di riconoscimento, una testimonianza capace di creare la memoria necessaria per il futuro” (pag. IX).

Edizione esaminata e brevi note

Ondjaki, scrittore angolano, è nato a Luanda nel 1977, si è formato a Lisbona e vive a Rio de Janeiro. Autore di cinque romanzi e tre raccolte di racconti, di diverse volumi di poesia e di racconti per l’infanzia, ha inoltre realizzato un documentario sulla propria città natale (“May Cherries Grow”). Già vincitore di premi letterari autorevoli, tra cui il Grinzane for Africa (2008), lo Jabuti (2010) e il Premio Saramago (2013), i suoi lavori sono stati tradotti in otto lingue. “NonnaDiciannove e il segreto del sovietico” è il suo quarto volume pubblicato in Italia.

Ondjaki, “NonnaDiciannove e il segreto del sovietico”, Il Sirente (collana Comunità alternative), Fagnano Alto 2015, pp. 160. Prefazione e traduzione di Livia Apa. Postfazione di Beppi Chiuppani.

Luca Menichetti. Lankelot, marzo 2015