Kirino Natsuo

Grotesque

Pubblicato il: 23 Dicembre 2018

“Sospetto siano molte le donne che, almeno una volta nella vita, hanno pensato di fare la puttana. Ci sono quelle che riescono a vendersi finché quel prezzo è alto, per ricavarne il più possibile. Quelle che pensano che il sesso non abbia alcun significato intrinseco e vogliono accertarsene a proprie spese, col proprio corpo. Quelle che si vergognano per la vita grama e insignificante che conducono e desiderano prendersi una rivincita dominando il sesso né più né meno come fanno gli uomini.  Quelle che preferiscono indulgere in comportamenti perversi e autodistruttivi. Quelle che ambiscono a offrire conforto spirituale al prossimo. E si potrebbe andare avanti all’infinito, elencando tante altre ragioni più o meno comuni, ma nessuna descriverebbe adeguatamente il mio caso. Io, infatti, sono diversa, non sono come tutte le altre. Adoro essere desiderata dagli uomini, esisto per essere desiderata da loro”. (p.272)

Tra i grandi romanzieri giapponesi contemporanei, Natsuo Kirino è forse la scrittrice che impatta sul lettore nel modo più fastidioso e disturbante, ma allo stesso tempo ipnotico e affascinante, grazie a una letteratura asciutta e priva di sovrastrutture che impone, evitando accuratamente i voli pindarici e le fughe oniriche, di fare i conti con una realtà sovente scomoda e ingrata. All’estremo opposto di Haruki Murakami, la Kirino indaga un popolo e una cultura – il Giappone contemporaneo – circoscrivendoli accuratamente nello spazio e nel tempo raccontato, allontanando quanto più possibile la multidimensionalità e le contaminazioni tanto care all’autore di 1Q84, per lanciare invece pesanti anatemi contro una società ritenuta classista, maschilista e decadente. Prova ne fu un gioiello come Le quattro casalinghe di Tokyo, il suo indiscusso capolavoro, nel quale protagoniste sono quattro casalinghe che si ritrovano, loro malgrado, coinvolte in un dramma dalle tinte nerissime e dalla struttura gialla, in cui nessuno si salva davvero. Costante della letteratura della Kirino è proprio questo mettere la donna al centro del racconto, fin quasi a martirizzarla nel suo volerla rendere una figura grottesca e sottomessa, in una società dominata dall’uomo. Comunque vittime, anche quando apparentemente carnefici, le donne descritte dalla Kirino sono spesso preda degli eventi e della loro incapacità-impossibilità di emanciparsi da una società che le mortifica e le fa vivere in una situazione di continua subalternità nei confronti delle figure maschili, salvo in alcuni casi dotarle di un istinto di conservazione e sopravvivenza spesso insospettabile, tale da consentir loro di portare addosso quella croce che attraverso la sua narrazione impietosa getta addosso ad un’intera società. È ciò che avviene in Grotesque, forse la parabola più estrema del Kirino-pensiero declinato in forma racconto; un’opera monumentale (quasi 900 pagine) in cui l’orrore, il disgusto e la critica sociale e di costume a un modo di vita avverso e costantemente avversato dalla scrittrice nei suoi romanzi, si fanno più duri e profondi, disturbanti e intollerabili fin quasi a risultare davvero indigeribili. Disagio, disgusto e profonda riprovazione: è proprio questo, con Grotesque, che la Kirino vuole in noi suscitare. Una vicenda triste e dolorosa, sin dalle prime pagine, che ci viene esposta quasi totalmente in forma diaristica, attraverso digressioni e cambi di voce narrante, per raccontare una storia di inadeguatezza, di prostituzione e di morte declinata interamente al femminile, nella quale i sentimenti sembrano latitare come non mai.

Due prostitute di Tokyo, Yuriko e Kazue, sono state uccise, e la loro morte è avvolta da un mistero che va oltre la necessità di scoprire il loro assassino. Chi erano queste due giovani donne, e quali eventi hanno condotto la loro vita verso un destino tanto tragico? La sorella maggiore di Yuriko racconta parte della storia tornando indietro nel tempo, quando le due ragazze uccise erano studentesse di una scuola prestigiosa dominata da una rigida gerarchia sociale. Una è figlia di madre giapponese e di padre svizzero, dotata di una bellezza quasi sovrannaturale che le rende tutto facile, l’altra deve invece lottare per ogni risultato, forte di una caparbia determinazione, mai del tutto consapevole della propria costante impopolarità. Nel corso degli anni le loro esistenze si scontrano con le convenzioni sociali, perché entrambe scoprono che per essere davvero libere dovranno trasformarsi in mostri di perversione ed eccessi. Entrambe sceglieranno di diventare prostitute, fino a ricongiungersi in una morte inaspettata. A questo racconto si aggiunge quello di un contadino cinese immigrato in Giappone, cresciuto con la famiglia in condizioni di estrema povertà, che viene accusato degli omicidi. Ammetterà di aver commesso il primo – la bellissima Yuriko -, ma non il secondo, seppure le due violenze sembrino simili e le coincidenze schiaccianti.

Il romanzo abbraccia un arco temporale di oltre 20 anni, partendo dalla fine degli anni settanta e arrivando fino all’inizio del nuovo millennio. Il Giappone nel quale si muovono i personaggi di Grotesque è quello nel quale la piena occidentalizzazione è ormai compiuta, salvo mantenere, sia nel pubblico che nel privato, quegli aspetti tradizionali, se così li vogliamo definire, tanto avversati dalla Kirino in tutti i suoi libri e in questo in particolare. Maschilismo, classismo, sperequazioni sociali e un forte senso della gerarchia sono il letto in cui scorre con impeto non comune il fiume in piena che la scrittrice giapponese riversa senza inibizioni sul lettore. Lo fa partendo dalla costruzione delle psicologie dei personaggi, sempre ben cesellate e aderenti ad una realtà in cui le ombre sono infinitamente più presenti delle luci. La storia ci viene raccontata da una donna prossima alla quarantina, che vive sola in un piccolo e scarno appartamento ereditato da un nonno ormai morente e in stato semi vegetativo. È la sorella della bellissima Yuriko, per la quale ha sempre provato – fin dalla primissima infanzia – una forte avversione e un senso di inferiorità fisica dovuta all’evidente deficit estetico nei suoi confronti. Avversione che diventa presto odio e sostanziale fonte di risentimento verso una società che privilegia la forma invece della sostanza. Tutti i personaggi di Grotesque, che intervengono a turno in prima persona per spiegarci, nella struttura diaristica a sbalzi temporali immaginata dalla Kirino,  i contorni di una storia a tine fosche – che parte dall’infanzia-adolescenza, nella prima parte del libro – culminata con due brutali omicidi, sono anime a loro modo inquiete e degradate, segnate da una vita che le ha rese ciniche e bare quanto il destino che le ha contrassegnate. Non esiste redenzione né speranza, nel mondo dominato dagli uomini immaginato dalla scrittrice nipponica, né per i corpi – spesso violati e vilipesi – e né per le anime. C’è un’evidente tendenza all’autodistruzione prossima all’espiazione e al martirio, nelle vittime protagoniste del mondo grottesco narrato dalla Kirino. Vittime che sono a loro volta anche carnefici, in una lotta tutta interna al così detto “gentil sesso” che qui non ha proprio nulla di gentile. E non potrebbe essere diversamente: come può la donna essere gentile, se non per compiacere l’uomo, in una società in cui le sono assegnati soltanto ruoli subalterni? Gli strali lanciati dalla Kirino, attraverso la narrazione, a un mondo maschile educato a crescere e a comportarsi come un padrone assoluto, sono fendenti ben assestati e forse fin troppo ideologici, ma certamente inquadrano una realtà in cui la donna sembra essere lontano anni luce da ogni possibile forma d’emancipazione che non dipenda da un successo e un’affermazione personale che sia riconosciuta anche oltre i confini della società giapponese. Le protagoniste di Grotesque sono dunque destinate alla subalternità, e l’unico modo per vedere l’universo maschile, anche per pochi istanti, ai loro piedi e quello di diventare “mostri”, esseri grotteschi della notte – le prostitute, nella fattispecie – che elemosinano considerazione, attenzione e una parvenza d’affetto nell’abbraccio, talvolta mortale, di uomini gretti e insignificanti, sovente cinici e violenti. Le descrizioni degli incontri intimi delle protagoniste coi loro clienti sono di un realismo esasperato, che si fa squallida rappresentazione di un mondo crudo e disilluso, disperato e malinconico.

Estetismo e naturalismo di fondono mirabilmente nell’essenzialità della scrittura della Kirino, la quale riesce a portare a compimento un’opera mastodontica, come quella in questione, senza perder troppo in incisività, nemmeno nelle lunghe digressioni che intervengono ad accordare passato e presente, evitando in sostanza di perdersi negli sbalzi temporali necessari a dare un senso compiuto alla storia. L’epilogo può sembrare forzato, e per certi versi sintomatico del voler dare una coerenza “ideologica”, più che strutturale, all’intera narrazione. Ma è un peccato veniale, se peccato lo si vuol definire, quando si compone un’opera di tale potenza narrativa, oltre che di indubbio valore socio-antropologico nel voler farsi un’idea abbastanza credibile delle contraddizioni culturali del Giappone contemporaneo.

“Il mio lavoro notturno mi viene ricompensato, è ovvio, sempre in contanti. Il denaro che ricevo direttamente dalle mani dei clienti, guadagnato grazie al mio corpo, possiede un sapore del tutto diverso dallo stipendio che mi viene accreditato ogni mese sul conto in banca. Adoro l’attimo in cui le mie dita, con un fremito di piacere, sfiorano le banconote. E quando le introduco nella cassa continua del bancomat, provo una tristezza tale che mi verrebbe da mormorare Addio! So bene che quei soldi vanno a deposito sul mio conto, eppure mi immalinconisco, è più forte di me. La verità, forse, è che i contanti ricevuti dai clienti hanno il potere, come nessun’altra cosa al mondo, di farmi sentire viva”. (p.763)

Federico Magi, dicembre 2018.

Edizione esaminata e brevi note

Natsuo Kirino, nata nel 1951 a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale. Autrice di Le quattro casalinghe di Tokyo (2003), Morbide Guance (2004), Grotesque (2008), Real World (2009), editi da Neri Pozza, L’isola dei naufraghi (2010) e Una storia crudele (2011), editi da Giano. Natsuo Kirino, Grotesque, traduzione di Gianluca Coci, prima edizione italiana, Neri Pozza Editore (2008). Prima edizione BEAT (2012).