Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Ganja e le Zone del Confine Militarizzato – Parte 1

Pubblicato il: 21 settembre 2015

Azerbaigian mappaMettete due studenti di relazioni internazionali: entrambi stanno trascorrendo un periodo di studio in Azerbaigian, paese che per la sua storia recente offre numerosi spunti d’interesse in questo campo di studi ed entrambi stanno scrivendo la loro tesi proprio su questo paese. Aggiungete una buona dose d’incoscienza e spirito d’avventura e capirete come mai verso la fine di marzo 2015 io e Marco, mio collega di studi nonché compagno di viaggio anche in Georgia e Uzbekistan, abbiamo deciso di andare a visitare Ganja, seconda città dell’Azerbaigian situata molto vicino al confine militarizzato con l’autoproclamatisi indipendente Repubblica del Karabakh: quest’ultima è una regione separatista dell’Azerbaigian invasa dalle truppe della vicina Armenia durante una guerra che si svolse agli inizi degli anni Novanta. In seguito a quella guerra, nel 1994 venne raggiunto un fragile accordo di cessate il fuoco, ma la comunità internazionale continua a ritenere illegale l’occupazione armena e attribuisce il controlllo del territorio all’Azerbaigian. La situazione de facto è che il territorio è controllato dal governo armeno e il confine tra il Karabakh e l’Azerbaigian è altamente militarizzato e spesso teatro di scaramucce e sparatorie tra le due fazioni. Lo stato dei negoziati sembra essere ad un punto morto e questa situazione di “conflitto congelato” ha una pesante influenza su molti aspetti della vita e della società in Azerbaigian. L’unico modo per entrare in Karabakh è richiedere un visto nella capitale dell’Armenia, Erevan, ma entrare in quel territorio è considerato dall’Azerbaigian una grave violazione dei suoi confini nazionali, di conseguenza se si visita l’Azerbaigian dopo aver visitato il Karabakh si rischia di essere arrestati o deportati. Il confine non è valicabile e da quel che sapevamo allora, non era nemmeno troppo avvicinabile dai civili, stranieri in particolare. Il clima di velata paranoia che aleggia in tutto il paese è piuttosto tangibile nelle regioni vicine al confine e dalle nostre informazioni sappiamo che non è raro che gli stranieri vengano fermati e interrogati sul motivo della loro presenza in quei territori. Anche se non esiste nessun divieto formale alla visita di quelle zone, è chiaro che alle autorità locali non piace che degli stranieri vi si aggirino liberi. Il nostro obiettivo era cercare di avvicinarci il più possibile fino a dove fosse concesso l’accesso ai civili, vedere che atmosfera c’era e magari parlare con qualcuno per tirarne fuori qualche informazione preziosa per le nostre tesi. Siamo partiti forse con un po’ troppa incoscienza, ma in questo caso si è rivelato vero l’antico adagio “la fortuna aiuta gli audaci”: tutto è andato bene e non abbiamo subito nessun interrogatorio dalle forze dell’ordine locale. Abbiamo avuto occasione di parlare con qualche abitante del luogo e, anche se effettivamente non si tratta di luoghi che consiglierei di visitare ad un turista medio, siamo tornati a casa con un’incredibile bagaglio d’informazioni e di nuovi spunti di riflessione sull’Azerbaigian e i suoi abitanti.

25 marzo 2015 ore 21.53 Hotel Ganja, Ganja

Mi trovo con Marco davanti alla stazione dei treni verso le venti e trenta. Il cielo è sereno ma non fa per niente caldo e, come spesso succede a Baku, un impetuoso vento soffia da nord-est, sollevando polvere e rifiuti lasciati per terra. La stazione dei treni di Baku possiede quella austera tetraggine tipica dei grandi edifici sovietici e ispira pure un senso di abbandono vista la poca gente che la frequenta. L’uso dei treni passeggeri in Azerbaigian infatti è per la maggior parte concentrato sui treni notturni. Data la discreta lentezza dei convogli e le notevoli distanze tra le principali città collegate dalle ferrovie, viaggiare di notte risulta molto più sensato. Mi è già capitato di prendere un treno notturno in Azerbaigian, l’altra volta però avevamo optato per la seconda classe, oggi invece abbiamo deciso di vedere com’è la terza classe. Ho in mente la canzone di Francesco de Gregori intitolata Titanic, che dice “La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento!” Arriviamo al binario e troviamo il nostro vagone, diamo biglietti e passaporti a due donne con la divisa da capotreno che, quando ci vedono, ridacchiano tra loro come due adolescenti eccitate, nonostante abbiano entrambe almeno cinquant’anni. Da quel che so, la prima classe ha due letti per scompartimento, l’altra volta ho avuto modo di vedere che la seconda ne ha quattro e adesso vedo che la terza praticamente non ha scopartimenti ma solo un lungo corridoio dove gli ingegneri sovietici (il vagone è di chiara costruzione sovietica) hanno cercato di farci stare più letti possibile. Appena entriamo ci assale un fortissimo odore di umanità accaldata misto a quell’odore di vecchio che tutti noi abbiamo sentito nelle case dei nostri nonni. Dirigendoci verso le nostre cuccette noto sulla destra una stufa a carbone che funge da riscaldamento, sopra la quale qualcuno ha posizionato pure una teiera.

Non proprio il massimo della sicurezza, ma nulla di nuovo per questo paese. I nostri vicini di cuccetta sono un anziano e il suo figlio trentenne. Questi ci guarda incuriosito e in breve ci pone qualche domanda in russo. Marco per fortuna parla questa lingua e così si discute un po’. Entrambi sono molto gentili e ci danno un paio di consigli su cosa vedere e cosa fare a Ganja. Oltre a loro vicino a noi c’è pure una famiglia con l’immancabile bebè urlante. Il treno parte in orario, per fortuna i nostri nasi si sono ormai assuefatti all’odore del vagone e la temperatura piuttosto alta ci fa presto venire sonno. Il giovane vicino vede che tengo il portafoglio, il telefono e le altre cose di valore in un marsupio e mi consiglia di metterlo sotto il cuscino mentre dormo in caso a qualcuno venisse in mente di rubarmelo. Le cuccette della terza classe sono palesemente corte per la mia persona, e pure piuttosto strette, ciò nonostante riesco a dormire qualche ora. Il treno arriva a Ganja intorno alle cinque e mezza e quando scendiamo indolenziti e assonnati è ancora buio. L’atmosfera fuori è incredibilmente tetra: fa freddo, c’è una nebbia degna della pianura padana e i contorni sfocati della malandata stazione che si profilano davanti a noi mi mettono di cattivo umore e mi fanno crescere il dubbio che forse non sia stata una così bella idea venire fin qui. Davanti alla stazione troviamo un taxi che ci porta fino alla piazza principale. Per strada non c’è nessuno e la nebbia rende tutto piuttosto spettrale. Come in una scena da film, mentre il taxi se ne va restiamo da soli con davanti questa piazza, dove i lampioni sono circondati da un lugubre alone luminoso. Pur essendo la seconda città dell’Azerbaigian e pur avendo una lunga storia alle sue spalle, Ganja offre ben poco ad un turista: come molte città di questa regione, Ganja è stata più volte distrutta e ricostruita dai popoli che l’hanno invasa, lasciando ben pochi resti del passaggio di chi li aveva preceduti. Il momento culminante della sua storia può essere considerato il biennio dal 1918 al 1920 quando la città divenne la capitale della neonata Repubblica Democratica dell’Azerbaigian, la prima nazione democratica apertamente musulmana della storia. Grazie al crollo dello zarismo infatti sia l’Azerbaigian che i suoi vicini, Georgia e Armenia, riuscirono a staccarsi dal dominio russo e a mantenere una certa indipendenza, almeno fino all’arrivo delle truppe sovietiche, che riconquistarono tutto il Caucaso meridionale, riannettendo le tre repubbliche alla neonata Unione Sovietica. Oggi nella cultura nazionale, oltre che per essere stata la prima capitale dell’Azerbaigian indipendente, Ganja è ampiamente celebrata come città natale del più famoso poeta azero, Nizami Ganjavi, che visse tra il 1141 e il 1209 e a cui è dedicato un mausoleo appena fuori città. La piazza davanti a cui ci troviamo è di chiara costruzione sovietica, così come gli edifici che la circondano. Al centro svetta l’immancabile statua del celebratissimo Heydar Aliyev, precedente Presidente dell’Azerbaigian e padre dell’attuale presidente Ilham Aliyev.

Questa controversa figura riuscì a favorire l’indipendenza dell’Azerbaigian dopo il collasso dell’Unione Sovietica e gestì il paese durante i convulsi anni della guerra con l’Armenia. Oggi non c’è città, centro urbano o villaggio di montagna che non abbia una piazza, una via, un museo o una statua a lui dedicato. Alla nostra destra svetta il municipio, anche questo elegantemente illuminato, mentre alla nostra sinistra vediamo l’Hotel Ganja, un imponente edificio di chiara costruzione sovietica. Nella piazza non c’è anima viva e noi allora ci sediamo qualche minuto su una panchina a riflettere sul da farsi. Sparse qua e là vediamo ancora le decorazioni esposte in occasione della festività del Novruz: questo è in genere conosciuto come il nuovo anno persiano ed è considerato la principale festività del calendario azerbaigiano, lo si celebra nei giorni precedenti all’equinozio di primavera e prevede una lunga serie di riti e celebrazioni simboliche che in genere hanno a che fare con la rinascita e con il propiziarsi del nuovo anno. Qualche giorno prima dal balcone di casa mia ho intravisto uno spettacolo pirotecnico che si svolgeva sul lungomare di Baku proprio per celebrare il Novruz e, a giudicare dalle vibrazioni causate dai fuochi d’artificio sulle finestre della mia camera, ho capito che alcuni di questi in Europa sarebbero catalogati come bombe, vista la potenza. Decidiamo di fare una passeggiata e di vedere quelle poche cose che Ganja ha da offrire, così da poter poi aver tempo a sufficienza per prendere un autobus e avvicinarci ulteriormente al confine, verso un paio di villaggi interessanti di cui ho letto nella mia guida. All’altro lato della piazza si trova una moschea del 1620 che sembra sia stata fatta costruire da uno Shah persiano. L’edificio è in mattoni e si nota subito per i due eleganti minareti che lo sovrastano. Tutt’intorno ci sono numerose basse cupole, sempre di mattoni, che riconosciamo come un vecchio hammam. Camminiamo pigramente tra le cupole e nel frattempo cominciamo a vedere le prime luci dell’alba. Ci allontaniamo dalla piazza per andare verso quella che sembra essere la principale curiosità della città, la casa di bottiglie. La troviamo in una via perpendicolare alla piazza, in un quartiere residenziale: davanti a noi si presenta come una casetta di mattoni a due piani decorata esternamente con una miriade di bottiglie di vetro, mosaici e qualche immagine dipinta. Grazie alle nostre guide apprendiamo che questa stravaganza è stata creata dal signor Ibrahim Jaffarov per commemorare suo fratello Yusif, partito per combattere nella seconda guerra mondiale e mai più ritornato. Una lettera ricevuta dalla famiglia nel 1957 fece capire che Yusif era ancora vivo, ma da allora non ricevettero più notizie. Una della immagini che decorano il sottotetto raffigura Yusif in divisa: la posa, i colori e lo stile lo fanno assomigliare in modo inquietante alle immagini di Mao Zedong. Purtroppo con la scarsa luce presente non riesco a scattare delle foto decenti e così mi riprometto di ritornare più tardi se ne avremo la possibilità. Sulla mappa della mia guida scopriamo che a Ganja ci sono anche un paio di vecchie chiese, una è usata come teatro, mentre l’altra è abbandonata. Decidiamo di andare a vederle. Sorrido pensando a mia madre (insegnante di catechismo per più di dieci anni e autrice della massima “la prima cosa da vedere di una città o di un qualsiasi villaggio, è la chiesa”): sarebbe fiera di me se sapesse che sto andando a caccia di chiese anche qui nel mezzo di un paese musulmano. Camminando per la città vediamo che in effetti si tratta di un normale centro urbano con ben poco di affascinante per un visitatore. Le case sono quasi tutte basse, molte strade presentano un asfalto irregolare e più ci allontaniamo dal centro e più è comune vedere pozzanghere e fanghiglia qua e là.

Una delle chiese di cui abbiamo letto si trova dopo il ponte che passa sopra il fiume Ganja, ridotto più che altro ad un torrente, ma i cui argini sono stati elegantemente decorati di recente. La chiesa in questione è del XVII secolo, presenta una torre centrale e ha un bell’intonaco rosso acceso. Anche se è sconsacrata sembra essere piuttosto ben tenuta, oggi infatti funge da sala per concerti. Seguendo la mappa e camminando ancora per un quarto d’ora intravediamo tra i tetti delle case una torre squadrata tipica delle chiese caucasiche. Poco prima di arrivarci passiamo di fianco ad una casa decorata con inquietanti statue di bambini ormai annerite dal tempo. Questa seconda chiesa è armena e venne costruita nel 1869. Da quel che abbiamo letto, gli abitanti del luogo la preferiscono chiamare chiesa “albana”. Gli albani, che nulla hanno a che fare con gli albanesi, sono una popolazione che nel IV secolo d.C. fondò nei territori dell’odierno Azerbaigian un regno indipendente e di religione cristiana. Un cancello arrugginito chiude l’ingresso alla chiesa, ma la catena è larga abbastanza per farci passare.

Entriamo così nel cortile: lo stato di abbandono in cui versa è davvero totale. Erba e rovi crescono in abbondanza, rifiuti di ogni genere sono sparsi dappertutto, addirittura vediamo quello che ci sembra un grosso serbatoio di benzina abbandonato per terra. Non un singolo vetro delle finestre è intatto e all’interno si è stabilita una colonia di piccioni. I muri sono imbrattati da scritte che non riusciamo a tradurre e che immaginiamo non essere amichevoli, dove una volta c’era l’altare vediamo un triste basamento di colonna che forse apparteneva ad un leggio. La chiesa di per sé non è piccola e la torre che la sovrasta sarà alta almeno venti metri, si tratta di un monumento di tutto rispetto, ma la guerra con l’Armenia e la propaganda nazionalista che ne è seguita e che tuttora è presente, chiaramente non vedrebbe di buon occhio il restauro di una chiesa edificata proprio dall’odiato nemico. La nebbia contribuisce a rendere la scena complessivamente triste e allo stesso tempo spettrale.

Ce ne andiamo via con la sensazione di aver visto solo una delle terribili ed insensate conseguenze delle guerre. Ci dirigiamo verso la stazione degli autobus locali. Quando la troviamo decidiamo che prima abbiamo bisogno di fare colazione. Entriamo in una tavola calda là di fianco: piccola, non troppo pulita, ma con un’atmosfera accogliente. Chiediamo cos’hanno da mangiare e dallo sparuto elenco che un sorpreso cameriere ci fa, scegliamo un borsh: una zuppa di barbabietole rosse tipicamente russa. Un vecchio signore al tavolo vicino ci squadra dalla testa ai piedi, sembra particolarmente incuriosito dalla mia guida, che ho appoggiato sul tavolo. Da una piccola televisione accesa in un angolo del bar stanno mostrando le previsioni del tempo e con molta sopresa noto che, nella mappa dell’Azerbaigian, è inclusa pure la regione occupata. La cosa si fa ancora più bizzarra quando la schermata cambia e vengono date le temperature massime e minime nelle differenti città del paese: tra queste, alcune si trovano nella regione occupata. In pratica è come se per la televisione quel territorio fosse ancora sotto il controllo azerbaigiano. Un fatto estremamente curioso, ma che in effetti è del tutto in linea con la politica portata avanti dal governo. Il borsh ci viene servito con dell’ottimo pane fresco, dell’immancabile tè e l’obbligatoria “smetana”, ossia panna acida, che in effetti si sposa molto bene con la zuppa. Mentre mangiamo entra un poliziotto a bersi un tè. Dopo aver letto delle paranoiche forze dell’ordine locali, io e Marco siamo rassegnati al fatto che prima di andarcene subiremo fastidiosi interrogatori e lunghi controlli dei documenti da poliziotti pedanti e sospettosi. Costui invece ci guarda ma non dà segni di volerci interrogare, beve il suo tè, chiacchiera con gli altri avventori e poi esce tranquillo. Sorpresi finiamo il nosto borsh e andiamo verso gli autobus. Oltre a volere avvicinarci al confine desideriamo visitare un villaggio là vicino che sembra sia stato fondato da coloni tedeschi e che ancora oggi assomiglia ad un borgo bavarese. Un’attrazione imperdibile per dei cacciatori di curiosità come noi.

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Francesco Ricapito Settembre 2015