Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Ganja e le Zone del Confine Militarizzato – Parte 4

Pubblicato il: 19 ottobre 2015

Azerbaigian mappa27 marzo 2015 ore 21.53 Baku

Ci svegliamo abbastanza di buon’ora dopo aver dormito saporitamente nei comodi letti dell’hotel. Ci vestiamo e scendiamo per la colazione, che viene servita in un salone con lo stesso stile ostentatamente elegante del resto dell’hotel. Pane fresco, burro, marmellata di vari gusti, un paio di tipi di salumi, latte e cereali accompagnati da tè o caffè solubile. Il piano della giornata prevede di lasciare Ganja e arrivare a Barda, un’altra cittadina vicina al confine, conosciuta per il suo glorioso passato. Tuttavia il vero motivo che ci spinge ad andarci è che un nostro amico azerbaigiano originario di lì ci ha dato il contatto di un suo conoscente che può farci da guida e rispondere a tutte le nostre domande sulla qualità della vita vicino al confine. Un’occasione decisamente troppo ghiotta per non approfittarne. Per arrivare a Barda dobbiamo prendere una marshrutka diretta a Baku e farci lasciare nei pressi della cittadina di Yevlax, da cui Barda dista poche decine di chilometri. Recuperiamo i nostri bagagli e con un taxi arriviamo alla stazione delle marshrutke, dove ci aveva lasciato il tassista fastidioso del giorno prima. Individuiamo subito il mezzo per Baku, ci mettiamo d’accordo con l’autista per farci lasciare a Yevlax e saliamo. Gli orari di partenza delle marshrutke sono piuttosto flessibili e dipendono in gran parte dal numero di passeggeri. In genere meno ce ne sono e più lunga si fa l’attesa. Mentre aspettiamo scendo e faccio due passi. Resto ammirato da un paio di marshrutke dall’aspetto decrepito e letteralmente tenute insieme con lo scotch che appartengono chiaramente al periodo sovietico. Finalmente partiamo: seguiamo la lunga strada statale che collega Ganja a Baku percorrendo tutta la regione centrale dell’Azerbaigian. Dopo pochi chilometri passiamo di fianco al mausoleo dedicato a Nizami Ganjavi: è considerato il più importante poeta della storia dell’Azerbaigian ed era originario di Ganja. Proprio per ricordare questo legame tra il poeta e la sua città gli è stato dedicato un mausoleo che oggi è la principale attrazione del luogo. Sfortunatamente però si trova fuori città e con Marco abbiamo deciso che non abbiamo tempo a sufficienza per visitarlo. In due ore di viaggio il paesaggio non cambia: una vasta pianura vuota punteggiata qua e là di piccoli villaggi. Sembra quasi un deserto, la vegetazione è scarsa e si limita a bassi cespugli e il terreno è abbastanza sabbioso. Lungo la strada ci sono innumerevoli venditori ambulanti e i villaggi che attraversiamo sembrano in genere poco abitati. Il villaggio di Yevlax non sembra fare eccezione. La masrhrutka ci lascia vicino alla stazione, tuttavia prima di cercarne un’altra che ci porti a Barda insisto con Marco per fare una piccola deviazione e andare a vedere una curiosità di cui ho letto nella mia guida e che sembra essere l’unico ragionevole motivo per cui un turista debba fermarsi a Yevlax. Grazie alla mappa disegnata a mano che ho nella guida riusciamo a trovare la strada giusta. Passiamo attraverso un quartiere residenziale dove un bambino con una bicicletta ci segue incuriosito. Marco gli rivolge due parole in russo ma questo scappa impaurito. Arriviamo in fondo alla lunga strada dritta che passa tra le case e ci troviamo su un’altra via: questa a sinistra si collega alla strada principale, quella che collega Baku a Ganja, a destra invece costeggia il centro abitato. Davanti a noi si stende il paesaggio desertico che abbiamo osservato dalla marshrutka, ma che vicino alle case è ridotto ad una specie di discarica. Giriamo a destra e dopo cento metri, all’interno di un muro di cemento in rovina vediamo quello che stavamo cercando: una statua di granito rosa raffigurante Vladimir Il’ič Ul’janov, conosciuto comunemente con il nome di Lenin.

La statua è divisa in due parti e così il mezzobusto del povero Lenin è adesso posizionato di fianco alle gambe. In tutto sarà stata alta cinque metri e sembra venire da uno di quei film americani ambientati durante la guerra fredda e in cui i russi fanno la parte dei cattivi. Probabilmente questa statua si trovava nella piazza principale di Yevlax ma, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la successiva indipendenza dell’Azerbaigian, è stata portata qui in via provvisoria e poi dimenticata. Degli inquietanti fori di proiettile sulla parte posteriore delle spalle ci dicono che probabilmente il malcontento verso questi simboli del dominio sovietico era piuttosto alto. Dietro la statua ci sono un vecchio prefabbricato, un paio di rottami di automobili, calcinacci e sbarre di metallo arrugginite. Mattoni rotti tutt’attorno completano il quadro. La scena nel suo complesso si presta fin troppo facilmente a riflessioni profonde, metafore storiche argute e foto significative con titoli evocativi.

Noi per tutta risposta ci facciamo un autoscatto abbracciati alla parte superiore della statua. Siccome questa dissacrazione storica non ci sembra sufficiente andiamo oltre: notiamo una grata di ferro appoggiata alla parte inferiore della statua, la quale fungerebbe ottimamente da scala per salirci sopra. Detto fatto, uno alla volta saliamo sulle gambe del povero Lenin e da qui ammiriamo compiaciuti il desolante paesaggio che ci circonda. Ne approfitto anche per girare un altro episodio dei “Momenti Marco”. Lasciamo la statua chiedendoci per quanto ancora le autorità locali la lasceranno qui in mezzo alla discarica e torniamo indietro. Da una casa in costruzione un operaio, che già prima ci aveva visto, adesso ci chiede da dove veniamo. Non capendo la nostra risposta scende dalla casa e viene in strada a parlarci. Non vuole darci fastidio, è solo curioso di sapere come mai due stranieri si sono fermati a Yevlax. Glielo spieghiamo e dice che in effetti capita spesso che qualcuno venga a vedere la statua. Vorrebbe offrirci del tè con i suoi colleghi, ma noi dobbiamo assolutamente cercare un mezzo di trasporto per Barda e quindi decliniamo l’invito. Quando arriviamo alla stazione delle marshrutke questa è praticamente vuota. Ce n’è solo una che effettivamente va a Barda ma in cui non c’è nessuno, nemmeno il guidatore. In Azerbaigian la maggior parte dei trasporti funziona soprattutto la mattina, durante il resto della giornata sono più rari, specialmente nei centri più piccoli. Ci sediamo su una panchina ad aspettare e dopo pochi istanti un tassista dalla strada ci vede, accosta, scende dalla macchina e viene a parlarci. Era abbastanza prevedibile che succedesse ma, dopo la brutta esperienza di Ganja, i nostri pregiudizi verso i tassisti sono al massimo livello e la cosa dapprima c’infastidisce. Per fortuna questo sembra tranquillo e ci dice che può farci un buon prezzo per Barda. Il prezzo ci sembra effettivamente buono e così accettiamo. La strada è praticamente tutta dritta e in buone condizioni quindi in mezz’ora arriviamo a destinazione. Il paesaggio continua ad essere piatto e tendente al desertico, ma si capisce che ci stiamo riavvicinando alle montagne perché vediamo più vegetazione. In certi momenti riusciamo anche ad intravedere le montagne stesse, si tratta sempre della catena del Caucaso Minore in cui eravamo ieri. Una vecchia e fatiscente ferrovia corre di fianco alla strada. Ogni tanto costeggiamo grossi complessi di condomini appena costruiti che, come alcuni palazzi che abbiamo visto a Ganja, di sicuro sono stati assegnati ai rifugiati del Karabakh. Tuttavia la cosa che più ci lascia costernati sono alcuni cartelli stradali che indicano quanto distano delle città che si trovano dentro la zona occupata. Vediamo cartelli per Agdam, Kenkendi e Shusha, tutte città sotto il controllo armeno e a cui non si può accedere da qui. Di primo acchito la cosa ci lascia interdetti ma poi capiamo che se si adotta il punto di vista del governo azerbaigiano, cioè di trattare la questione del Karabakh come se questo fosse a tutti gli effetti parte del paese, allora ha perfettamente senso. Già il giorno prima avevamo notato, guardando le previsioni del tempo alla televisione di un bar, che venivano trasmesse anche quelle del Karabakh. Il gestire la situazione con la logica del “come se niente fosse” vuole forse non far scordare alla popolazione che quei territori dovrebbero essere loro e non dell’Armenia e, anche se questo può sembrare solo un voler negare la realtà dei fatti, è in verità un metodo piuttosto intelligente. Mentre siamo in taxi Marco telefona al nostro contatto, che si chiama Rufat. Ci diamo appuntamento alla stazione delle marshrutke e lo troviamo là non appena scendiamo. Anche lui ha il tipico aspetto azero: non molto alto, carnagione scura, capelli neri lisci e corporatura massiccia. Rufat in particolare è ben piazzato e ha le spalle piuttosto larghe. Parla inglese abbastanza bene e quindi fortunatamente posso parlarci pure io. Risaliamo in taxi e ci porta in centro città. Rufat ha dei modi molto gentili e sembra sinceramente contento di farci da guida. Ci accompagna in un hotel dove lavora un suo amico che ci permette di lasciare gli zaini alla reception. Rufat ci dice che per la notte conosce un posto molto essenziale ma molto economico poco lontano da là e che se per noi va bene ci può portare più tardi. Essendo pur sempre studenti accettiamo la proposta economica a scatola chiusa. Rufat comincia a mostrarci le attrazioni di Barda, attrazioni che sono veramente molto poche considerata la storia di questa città: fu uno dei centri urbani più importanti durante il periodo del Regno di Albania intorno al VI secolo d.C. Gli albani erano un popolo di religione cristiana che per primo creò nel territorio dell’Azerbaigian un’entità politica indipendente, ma che venne poi gradualmente inglobato dagli arabi e dai persiani. La città riuscì nonostante tutto a mantenere una certa importanza come centro commerciale e politico, ma dovette poi cedere di fronte alla micidiale combinazione di invasioni mongoliche e terremoti che, come in molti altri casi in Azerbaigian, hanno distrutto la maggior parte delle testimonianze di un passato molto affascinante seppur travagliato. Un episodio molto curioso riguardante Barda risale al 943 d.C. quando un vero e proprio esercito di Vichinghi arrivò fin lì navigando con i loro drakkar sui fiumi vicino alla città e depredando tutto quello che incontravano. Arrivati a Barda la cinsero d’assedio, ma dopo circa due mesi dovettero smobilitare e tornare indietro perché colpiti da una malattia misteriosa, probabilmente causata da qualche batterio a cui i loro organismi non erano abituati. Iniziamo la visita dalla moschea principale.

Non è molto grande ma la facciata in legno ormai scurito dal tempo le dà un certo fascino. Alcuni uomini stanno chiacchierando fuori dalla moschea mentre altri si stanno levando le scarpe per entrare. Proseguiamo camminando fino a quello che sembra un giardino pubblico circondato da un muro di fango secco alto poco più di due metri. Al centro si erge un’alta torre circolare decorata con mosaici di colore azzurro e rosa salmone. Purtroppo il monumento è attualmente in restauro ed è circondato da un’impalcatura di legno che non ci permette di osservarne appieno le belle decorazioni. Si tratta di un mausoleo, un monumento funebre costruito nel 1322 per un signorotto locale. Ce ne sono numerosi, dello stesso stile, sparsi per tutto il paese e questo è considerato uno dei più belli.

Torniamo verso il centro e notiamo subito che tutto in questa zona è nuovo: su una larga strada costeggiata da alberi si affacciano palazzi e palazzetti di aspetto moderno. Si tratta di edifici pubblici come il comune, la sede del partito governativo, l’immancabile museo dedicato a Heydar Aliyev, il centro per le arti e la musica e il club degli scacchi (uno sport molto diffuso in Azerbaigian). La strada arriva poi in una piazza principale dominata da un’alta asta con la bandiera dell’Azerbaigian. Trovare piccoli paesi e villaggi con pennoni esageratamente alti è piuttosto comune in tutto il paese, così come le onnipresenti statue di Heydar Aliyev. Rufat ci porta a pranzare in un ristorante poco distante dal centro e che si trova vicino al fiume. Qui è stato creato un laghetto artificiale, sopra cui sono state messe delle passerelle di ferro che portano a piazzole dove ci sono dei tavoli coperti da una piccola tettoia. Nel complesso è un posto molto carino, l’ideale per un pasto abbondante in una giornata soleggiata come questa, in cui si cominciano a vedere i primi segni della primavera. Mangiamo carne alla griglia insieme a insalata e qualche salsa. Come spesso succede nei ristoranti azerbaigiani, dopo aver ordinato la portata principale il cameriere arriva con un grosso vassoio colmo di moltissimi contorni differenti: ci sono vari tipi di formaggio, in genere di capra, pomodori, cetrioli e cipolle affettati, una salsa rossa a base di pomodoro e prezzemolo e un altro paio di salse che non riesco ad identificare. Scegliamo qualcuno di questi condimenti e ne apprezziamo l’effettiva freschezza con dell’ottimo pane di giornata.

Mentre ci godiamo il pranzo, intratteniamo un’interessantissima conversazione con la nostra guida. Rufat si sta rivelando una vera e propria fonte d’informazioni preziose e interessanti sulla cultura locale e su come viene vista la questione del Karabakh dagli abitanti di Barda. Rufat ha servito nell’esercito come cecchino per un paio d’anni, non si trattava della normale leva militare obbligatoria per tutti gli uomini, lui dopo aver fatto quella ha continuato la sua carriera nell’esercito. Ora tuttavia ha preso congedo e si occupa d’altro, ma ci racconta comunque il suo punto di vista. Da un ex-soldato uno si aspetterebbe delle opinioni piuttosto patriottiche e forti, ma scopriamo in realtà che è molto critico verso le autorità azerbaigiane. Innanzitutto ci racconta che l’esercito in genere viene scelto dai giovani azerbaigiani come lavoro vero e proprio perché rappresenta uno stipendio sicuro, anche se non molto alto per i ranghi inferiori. Ci racconta pure che esiste già un piano d’azione nel caso la situazione con l’Armenia precipitasse e la guerra ricominciasse: una forza formata da reparti di riserve è infatti sempre pronta in una delle caserme vicino a Baku e in poche ore può essere trasportata verso le zone di confine. Sul conflitto in generale Rufat non è perentorio come molti altri nel dichiarare le ragioni a favore dell’Azerbaigian sul possesso della regione contesa. Ammette che la situazione è complicata e che forse la ragione sta nel mezzo. Tuttavia quando parla dell’eventualità di una futura guerra non usa il condizionale, ma il futuro (“when war will come” in inglese, “quando la guerra arriverà”). Non si tratta quindi di una questione di “se”, ma di “quando” succederà e di questo appare molto convinto. Una guerra è l’unica possibile soluzione per risolvere la questione. Questo colpisce molto sia me che Marco, ancor di più perché non stiamo parlando con un normale cittadino medio poco istruito e influenzato dalla propaganda, ma con una persona che ha studiato, che ha visto la situazione con i suoi occhi e che ci sembra essere assolutamente in grado di pensare in modo autonomo e libero. Dopo la guerra, la conversazione passa quasi spontaneamente alla situazione politica in Azerbaigian. Rufat ci fa capire senza mezzi termini che lui si rende conto di vivere in una dittatura e ci racconta pure qualche aneddoto: qualche tempo prima aveva scoperto di essere iscritto al partito del Nuovo Azerbaigian, il partito del presidente. Lui però non aveva mai fatto domanda per iscriversi a questo partito e così si è recato nella sede locale per farsi cancellare. Qui gli hanno detto che avrebbe dovuto pagare circa venti euro per farlo. A nulla sono valse le sue proteste. Alla fine accetta ma a questo punto cominciano a chiedergli perché vuole farlo e a mettere in dubbio il suo patriottismo. Candidamente gli fanno capire che se non vuole avere problemi è meglio che rinunci all’annullamento dell’iscrizione. Lui rassegnato se ne va, anche perché non si tratta della prima volta in cui ha problemi con le autorità. Ci racconta di aver pure lavorato come scrutatore durante le passate elezioni nel 2013. Qui assistette a palesi irregolarità e brogli da parte di alcuni colleghi, ma l’unica risposta alle sue proteste furono le minacce della polizia presente in loco. Inutile dire che quelle elezioni furono poi vinte dall’attuale presidente e dal suo partito con un larghissima maggioranza. Il sistema d’inserire tra gli iscritti le persone senza avvertirle sembra che venga utilizzato per poter mostrare come il partito sia in continua espansione. Io e Marco restiamo affascinati ma allo stesso tempo orripilati da questi racconti. Ci rendiamo conto di come diritti che noi diamo per scontati come la libertà d’opinione e di voto siano un lusso che non tutti i paesi hanno.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Barda,_Azerbaijan

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-09/elezioni-azerbaijan-ri…

Francesco Ricapito Ottobre 2015