Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Il Confine con il Daghestan e le Terre dei Lezgini – Parte 1

Pubblicato il: 31 ottobre 2015

Azerbaigian mappaSe provate a leggere un qualsiasi libro sul Caucaso e la sua storia è molto probabile che vi imbattiate in una buona quantità di nomi di etnie e popolazioni semisconosciute e di cui solo gli specialisti si occupano: tati, albani, tatari, circassi, udi, azeri, osseti, abkhazi, talysh e avari sono solo alcuni ma ce ne sono molti altri. D’altronde il Caucaso è da sempre conosciuto per il suo grandissimo patrimonio di popolazioni, culture, tradizioni e ovviamente lingue. Ci sono villaggi nelle montagne dell’Azerbaigian che nei secoli sono rimasti talmente isolati dal resto del mondo che hanno maturato delle loro lingue, spesso tuttora parlate solo là e anche sviluppato usi e costumi differenti da quelli dello stato in cui si trovano. Non è un caso se già dal Medioevo questa regione era anche conosciuta come “montagna delle lingue”. I lezgini sono uno di questi popoli: si tratta di una delle minoranze etniche più numerose dell’Azerbaigian, vivono principalmente nelle montagne a nord, nella catena del Grande Caucaso, vicino al confine con la regione russa del Daghestan. Proprio in Daghestan vive un’altra numerosa comunità lezgina, un fatto questo piuttosto importante per quanto riguarda gli equilibri geopolitici della regione. I lezgini parlano una loro lingua, per secoli hanno combattuto per difendere le loro terre dagli invasori e mantenere vive le loro tradizioni e le loro usanze. Un compito che oggi è difficile tanto quanto in passato visto che appunto i lezgini non hanno un loro stato e sono considerati una “minoranza etnica”, con tutte le problematiche che questo comporta. Se avete letto il mio precedente reportage sull’escursione a piedi per le montagne dell’Azerbaigian (se non l’avete fatto ve lo consiglio), probabilmente vi ricorderete di Cavid: vero e proprio globetrotter azero di ventitre anni che ha creato una pagina facebook dove organizza gite nei luoghi meno conosciuti, ma più spettacolari, dell’Azerbaigian. Fortuna ha voluto che io abbia deciso di partecipare ad una di queste gite, che ha avuto come meta appunto alcune delle belle vallate abitate dai lezgini. Sono dei luoghi che uno straniero da solo difficilmente riuscirebbe a raggiungere ma che in soli due giorni si sono rivelati pieni di sorprese e di avventure: tra una vecchia jeep sovietica guidata da un ventenne senza patente, militari a cavallo che ci controllano i documenti per capire se siamo spie ed epiche abbuffate di cibo tradizionale, si è trattata di un’esperienza incredibile e ricca di emozioni. Un’opportunità irripetibile di entrare in contatto con la realtà quotidiana di un popolo antico che oggi, come secoli fa, combatte per la sua sopravvivenza.

Villaggio di Gokhur, valle di Sudur Martedì 26 maggio 2015 Ore 22.30

L’appuntamento con Cavid e gli altri è alle otto alla stazione della metropolitana di Elmler Akademiyasi, non troppo lontano da casa mia. Uscito dalla stazione vedo subito Cavid. Insieme a lui ci sono gli altri compagni di questo viaggio di due giorni: c’è una ragazza tedesca che ho già visto a qualche festa e che vive a Baku per lavoro, assieme a lei ci sono due suoi amici, una ragazza e un ragazzo, anche loro tedeschi e che sono venuti a trovarla. C’è poi Tural, un amico di Cavid, azerbaigiano di Baku e che ci farà da autista con la sua Jeep da otto posti. All’appello manca solo Vicente, uno studente spagnolo di architettura che si trova a Baku per un programma di scambio. Cavid non è una persona molto democratica quando si parla di orari e quando ormai il ritardo di Vicente è di un quarto d’ora Cavid decide di partire. Saliamo in macchina e cominciamo ad uscire dal trafficato centro di Baku. Dopo un paio di minuti ovviamente Vicente chiama Cavid, il quale visibilmente scocciato risolve la situazione dicendogli di prendere un taxi e di raggiungerci, così almeno evitiamo di tornare indietro. Ci fermiamo ad una stazione di servizio e dopo dieci minuti finalmente arriva anche Vicente. Appena entra in macchina si scusa per il ritardo. Ho l’impressione di averlo già intravisto a qualche festa, fatto abbastanza comune a Baku: gli stranieri che ci vivono non sono moltissimi e già dopo aver partecipato ad un paio di feste si comincia a riconoscere qualche faccia. Ora che siamo al completo possiamo finalmente partire. Prendiamo la strada che da Baku segue la costa per poi girare a sinistra e arrivare fino a Quba, principale centro urbano della regione, posizionato alle pendici delle montagne del Grande Caucaso. Attraversiamo la piatta zona desertica subito fuori Baku oggi segnata da pozzi petroliferi e giganteschi edifici industriali dall’aspetto abbastanza “arrugginito”. Quella che percorriamo non è un‘autostrada vera e propria ma è abbastanza larga e veloce. In poco più di un’ora e mezza siamo quasi a metà strada e ci fermiamo per una pausa nei pressi del Monte Besh Barmaq: un affascinante massiccio di roccia ad un paio chilometri dalla costa, che svetta in modo spettacolare sul paesaggio circostante. Forse grazie a questa sua particolare visibilità, e anche per la sua curiosa forma (Besh Barmaq vuole dire “cinque dita”), è considerato sacro dalla popolazione.

Qualche mese fa ho avuto modo di visitarlo e di vedere come sia una meta molto comune di pellegrinaggi: un sentiero decisamente panoramico s’inerpica verso la sua cima, con tanto di scale e passaggi talvolta esposti, arrivando alla fine ad una piccola moschea posta quasi sulla vetta, dalla quale la vista spazia sulla costa. Ci fermiamo in una cosiddetta “area di sosta” situata davanti al monte. Per area di sosta in questo caso s’intende una spianata polverosa e spazzata dal vento dove ci sono numerosi venditori ambulanti e, dall’altro lato della strada, una moschea. Nei chioschi si cucinano spiedini di carne alla griglia o si vende pane fresco e altro cibo da strada, piccoli negozietti offrono caramelle, patatine e altri snack. Mi compro un pacchetto di biscotti in caso d’emergenza e poco dopo ripartiamo. Il viaggio prosegue senza problemi, superiamo Quba e proseguiamo verso nord fino alla cittadina di Qusar, ultimo vero centro urbano prima del confine. Oltrepassiamo pure Qusar e prendiamo una stretta strada che va verso nord-ovest. Intorno a noi cominciamo ad esserci delle verdi colline, estreme propaggini della catena del Grande Caucaso. Valicata una collina vediamo davanti a noi un’ampia vallata con al centro un fiume. Cavid ci dice che il corso d’acqua segna il confine con la Russia, oltre quella linea si trovano il Daghestan e la grande Russia. Sento una certa emozione mentre poso gli occhi sul territorio russo, le terre di confine mi hanno sempre affascinato e in questa parte del mondo i confini contano ancora moltissimo e possono veramente segnare il limite tra due mondi estremamente diversi tra di loro. Continuiamo ad avvicinarci per qualche chilometro e poi giriamo verso sinistra. Subito dopo aver attraversato un ponte svoltiamo bruscamente a sinistra ed arriviamo su una strada sterrata assai larga. Proseguiamo per circa mezz’ora e le condizioni del fondo stradale peggiorano gradualmente. Passiamo un piccolo villaggio e dopo pochi chilometri arriviamo ad un altro paese leggermente più grande, ma di cui ignoro il nome. Qui ci fermiamo davanti ad un grande edificio di nuova costruzione: la scuola pubblica. Questa ed altre strutture simili sono state costruite dopo il 1994, quando venne firmato l’accordo di cessate il fuoco con l’Armenia, il quale pose fine alle ostilità tra i due paesi e congelò un conflitto che ancora oggi è ben lontano da una sua risoluzione. Proprio a ricordare questa guerra, davanti alla scuola c’è una sorta di piccolo capitello con le effigi dei soldati provenienti da questo villaggio morti combattendo: sono solo due, i loro visi sono riprodotti su piastrelle nere che riportano anche i loro nomi e le date di nascita e di morte.

Qui in Azerbaigian anche nei cimiteri non ci sono foto sulle tombe, ma sempre queste riproduzioni su targhe o piastrelle nere, un’usanza che personalmente trovo dia alle tombe un effetto piuttosto inquietante. Aspettiamo per circa un quarto d’ora e poi in lontananza sentiamo arrivare un motore. Sbuca a tutta velocità una vecchia jeep color crema. Quando si ferma davanti a noi ne scende un ragazzo giovane, capelli biondi, pelle chiara, abbastanza alto e piuttosto ben piazzato. Il suo aspetto non ha nulla di azero, sembra piuttosto un russo. Cavid gli va incontro e lo abbraccia calorosamente. Si chiama Elshad e sarà lui a portarci fino alla nostra destinazione. Io sono molto incuriosito dalla jeep. Non ne ho mai viste di questo tipo ma la parola migliore che mi viene in mente per descriverla è “spartana”. Tutto, dalla carrozzeria agli interni sembra essere fatto con l’unico scopo di essere il più resistente possibile, con buona pace dell’estetica, dell’aerodinamica e anche della comodità. Il tettuccio è un pesante telo nero e impermeabile che si può smontare.

Curiosando dalle parti dell’abitacolo vedo che è dotata di tre differenti leve del cambio per le marce ridotte, non c’è una radio e davanti al sedile del passeggero c’è addirittura una maniglia di ferro per aggrapparsi. Guardando le leve del tergicristallo trovo quello che in verità stavo cercando: la scritta in russo che dice “fabbricato nell’URSS”. Questa jeep è un vero e proprio reperto dell’epoca sovietica, fabbricata per resistere a tutte le diverse caratteristiche dell’enorme territorio russo e basata su logiche di semplicità ed efficienza. Trovo ulteriore conferma di questo vedendo il simboletto argentato sul cofano, il quale identifica l’auto come una UAZ. Vicente, lo spagnolo, si siede davanti, io e i tre tedeschi ci stringiamo sui sedili posteriori. Cavid e il suo amico si mettono su due strette e corte panche poste una di fronte all’altra nel vano dietro di noi. Nello spazio tra le loro gambe incastrano pure tutti gli zaini. I sedili sono abbastanza consumati e si sente che le molle che li sorreggono hanno ormai già dato il meglio di loro. Quando Elshad parte, la prima sensazione è quella di trovarsi su una giostra: tra le condizioni sempre peggiori della strada e il suo stile di guida piuttosto disinvolto gli scossoni sono continui e il rischio di prendere qualche botta è molto alto. Sia io che lo spagnolo siamo piuttosto divertiti della cosa, io in particolare ho imparato negli ultimi mesi che, anche se gli azerbaigiani hanno uno stile di guida spericolato, sanno bene quello che fanno e conoscono i limiti delle loro vetture e delle loro strade. Man mano che proseguiamo il paesaggio comincia ad aprirsi su delle scoscese montagne verdeggianti. Sfortunatamente nuvole basse ci nascondono le montagne più lontane, ma il paesaggio resta stupendo. La strada continua ad essere ai limiti del praticabile e in certi punti mi riesce difficile distinguerla dal prato circostante, tuttavia Elshad sembra sicuro di sé e la macchina va che è una meraviglia, quasi come se al posto delle ruote avesse quattro agili zampe. Oltrepassiamo un piccolo villaggio e una curva c’introduce sulla vallata successiva. Da qui il paesaggio è così verde da sembrare irreale. La valle sembra abbastanza profonda, sul versante successivo vediamo una strada che giunge ad un villaggio con intorno qualche pezzo di terreno coltivato. Cavid ci dice che questa è la valle di Gokhur e quel villaggio si chiama Sudur.

La strada scende lungo il versante della valle finché non arriva sotto ad un piccolo gruppetto di case. Una di queste sarà quella che ci ospiterà per la notte e per arrivarci bisogna percorrere cento metri di una strada molto ripida e molto sconnessa. Considerato che è appena scesa qualche goccia di pioggia, io sarei ben felice di scendere dall’auto e di percorrere a piedi quel tratto, ma Elshad non sembra preoccuparsene e dopo una breve rincorsa comincia ad affrontare la salita. All’inizio tutto sembra andare bene, finché non incontriamo una cunetta del terreno, la quale fa alzare la ruota anteriore destra, facendo sollevare tutta la parte anteriore per un paio di secondi. Sarebbe bastato poco e ci saremmo ribaltati, per terminare così la nostra gita a fondo valle. Per fortuna Elshad ha frenato subito riportando giù il muso. Non ho avuto nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa sia successo, ma le due tedesche si sono molto spaventate e hanno gridato di paura. Di comune accordo decidiamo di scendere e prendere anche gli zaini in modo da alleggerire l’auto. In effetti senza di noi a bordo Elshad riesce a passare la cunetta senza troppi problemi.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/UAZ_469B

Francesco Ricapito Ottobre 2015