Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: il Confine con il Daghestan e le Terre dei Lezgini – Parte 3

Pubblicato il: 17 novembre 2015

Azerbaigian mappa

Baku Mercoledì 27 maggio 2015 Ore 22.30

Sarà l’aria di montagna, sarà la comodità del materasso appoggiato per terra, la grandezza del cuscino o il bellissimo tepore che siamo riusciti a creare sotto i due piumoni, dormiamo tutti saporitamente per oltre una decina di ore. Il risveglio tardivo ci fa sforare sulla tabella di marcia, ma Cavid non sembra eccessivamente preoccupato. Il cielo è sereno e l’aria è piacevolmente fresca e profuma di primavera. La colazione ci viene servita al piano inferiore, come la cena la sera prima, ed è a base di pane, burro e formaggio di capra. Anche oggi resto piacevolmente stupito dal colore giallo intenso del burro fatto in casa, talmente saporito che si potrebbe mangiare anche da solo. Il tutto è accompagnato dall’immancabile tè, che tuttavia al mattino è leggermente più forte di quello che viene servito il pomeriggio o la sera. Prima di tutto Cavid vuole portarci a fare una passeggiata nei dintorni. Lasciamo gli zaini nella macchina di Elshad e salutiamo i nostri ospiti, ai quali chiedo una foto insieme. Accettano molto volentieri, la signora si sistema il foulard che le copre la testa e il marito si mette meglio il maglione.

Sembra quasi di assistere ad uno di quei racconti dei nonni in cui la foto di famiglia era ancora un momento importante in cui bisognava indossare il “vestito buono”. Imbocchiamo uno stretto sentiero fangoso che ci porta ad un gruppetto di quattro case costruite sul fianco della vallata. Le case sembrano abitate ma non vediamo nessuno dentro, in compenso notiamo nei pressi quel che resta dell’abitacolo di una jeep o di un camion che, a giudicare dalla vegetazione da cui è circondato, è là da parecchi anni. Continuiamo a seguire il sentiero in discesa verso la strada, dove ci aspetta Elshad con la macchina. Saliamo e ci porta ad un altro villaggio che ieri non avevo notato e che si trova alla stessa altezza di Sudur, solo sull’altro crinale della valle. Parcheggiamo di fianco ad una casa, nel cui cortile un uomo è intento a tosare una delle sue pecore. Per tenerla ferma le ha legato insieme le zampe e l’ha distesa su un fianco, tosandola quindi con delle cesoie. Le pecora sembra essere abituata a questa procedura e non si lamenta nemmeno, anche se ci guarda con aria rassegnata.

Il villaggio è costruito su un terreno più pianeggiante rispetto a Sudur, lo attraversiamo per arrivare ad un punto sopraelevato da cui si gode una bellissima visuale sulla vallata. Sotto di noi il crinale è molto ripido e crea un’affascinante scarpata verdeggiante. Un pochino più basso, sulla nostra destra e poco fuori dal villaggio, c’è una piccola moschea. Scendo per darci un’occhiata: è a pianta quadrata e, come la moshea di Sudur, ha un tetto di lamiera, coronato da quello che sembra un piccolo minareto. Al momento è chiusa ma la semplicità delle sue mura di pietra, unita alla sua posizione in questo paesaggio mozzafiato, le conferiscono dignità ed eleganza.

Noto che il villaggio è circondato da molti campi coltivati, Cavid mi dice che l’economia della valle si basa sull’agricultura e l’allevamento. Le famiglie coltivano soprattutto patate, carote e cipolle e allevano capre. Dal momento che si tratta di prodotti di qualità piuttosto alta di solito riescono a venderle a prezzi piuttosto buoni. Quando torniamo indietro vediamo che vicino alla macchina è parcheggiato un robusto camion verde militare. Quando mi avvicino, com’era già successo il giorno prima con la jeep di Elshad, noto la scritta in cirillico che dimostra che il camion appartiene al periodo sovietico. Poco prima Cavid mi ha rivelato che Elshad ha solo vent’anni. Dico “solo” perché ne dimostra almeno venticinque, così come i ragazzi con i quali sta parlando quando torniamo alla jeep. Cavid mi ha inoltre confidato che Elshad non ha la patente, fatto che, a pensarci bene, non dovrebbe sorprendere troppo: dove la si va a fare la patente se si vive in un posto come questo? Inoltre da quel che ho avuto modo di vedere, le sue capacità di guida sono state ottimamente acquisite sul campo, senza dover passare per una scuola. Ripartiamo e ripercorriamo la strada che ieri ci ha portato fino a qui. Usciamo dalla valle e ci ritroviamo subito in un’altra, meno spettacolare della precedente ma più lunga. Sulla destra Cavid ci fa notare un complesso di case nuove e dall’aspetto moderno: sono state costruite per aiutare alcuni abitanti della valle che hanno perso tutto in una frana di qualche anno prima. Arriviamo ad un villaggio per cui siamo già passati ieri, ma in cui oggi ci fermiamo per pranzare, saremo infatti ospiti di una famiglia amica di Cavid. La loro casa è poco distante dalla strada e, mentre ci avviciniamo, comincia a cadere qualche timida goccia di pioggia. In uno dei campi coltivati vicino all’abitazione vediamo un’anziana signora intenta a lavorare con una zappa. Cavid le va incontro per salutarla, io lo seguo come un cagnolino, per esperienza ho capito che farlo è molto spesso una buona idea. Scopriamo che la signora non parla né azero né russo, solo lezgino. O almeno questo è quello che ci dice Elshad, sopraggiunto per aiutarci. Sembra contenta di vederci e sorride. Non riesco a darle un’età, io la crederei centenaria, ma probabilmente una vita passata tra queste montagne la fa apparire molto più vecchia di quanto non sia. Il solo fatto che sia ancora forte abbastanza da zappare un campo mi fa provare per lei un rispetto istintivo. In casa ci aspetta la famiglia al completo: padre, madre, due figli e due figlie. Le donne sono tutte impegnate in cucina mentre gli uomini escono a salutarci. Ci fanno sistemare nel salotto dove, caso strano per questa regione, c’è un tavolo con alcune sedie. Una stanza vuota fa da collegamento tra la sala da pranzo e la cucina. Non riesco a starmene seduto e così vado a curiosare in cucina dove trovo una delle figlie intenta a cuocere uno stufato di patate su una stufa a legna.

Un piccolo ripiano alto venti centimetri più qualche mensola servono come portaoggetti e l’unico lusso che vedo è una televisione accesa. Svariati tappeti coprono i pavimenti di ogni stanza. Chiedo di poter usare il bagno e Cavid mi porta fuori, sul retro, dove si trova una casottino con pareti e soffitto di lamiera contorta e arrugginita. Sembra sul punto di collassare su se stesso da un momento all’altro e non ha nemmeno una porta.

 

Ne ho visti di bagni “esterni” da queste parti, ma questo è decisamente il peggiore. Il pranzo consiste appunto in stufato di patate con carne, condito con pane, un po’ di formaggio di capra e ovviamente tè in abbondanza. Forse non un piatto proprio tradizionale come quello di ieri sera, ma comunque ottimo. Finito di pranzare è già tempo di rimetterci in marcia, la strada per Baku è ancora piuttosto lunga. Risaliamo in macchina ed Elshad in quaranta minuti ci riporta dove avevamo lasciato la macchina il giorno prima. Ormai mi

sono talmente abituato a sballottamenti e botte che quando la strada comincia a migliorare mi sembra quasi noiosa. Salutiamo Elshad ringraziandolo per averci accompagnato e poi ripartiamo con l’altra macchina. Il viaggio fino a Baku è tranquillo e sonnacchioso, un tipico viaggio di ritorno dove la stanchezza la fa da padrona e se uno resiste al sonno, comincia spontaneamente a fare pensieri profondi e filosofici sull’esperienza che ha appena vissuto. In questo caso me ne torno a casa con la consapevolezza di aver incontrato persone appartenenti ad un antico popolo, che ancora oggi difende con orgoglio le proprie tradizioni e che tramanda di generazione in generazione una consapevolezza ed una dignità affascinanti e rari da trovare.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lezgini

Francesco Ricapito Ottobre 2015