Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: parte 1 – L’aereo Sbagliato

Pubblicato il: 29 novembre 2015

Mappa Uzbekistan

Mediamente, quando una persona sente il nome di un paese che finisce con “-stan”, i primi pensieri che questa fa è che probabilmente tale paese si trova da qualche parte in Asia, ha un nome difficile da pronunciare, è povero e quasi sicuramente ci sono i terroristi. A conti fatti, tre su quattro di questi pregiudizi sono veri e uno lo è solo in parte: – la particella “-stan” significa “terra di” in persiano e di conseguenza Afghanistan significa “terra degli afghani”, Kazakistan “terra dei Kazaki” e così via. Ecco perché i paesi “-stan” sono tutti concentrati in Asia centrale. In effetti nomi come KIRGHISISTAN e TAGIKISTAN o anche KARAKALPAKSTAN (una regione dell’Uzbekistan), non sono facili da pronunciare. Anche se sono paesi piuttosto ricchi di risorse naturali la loro popolazione è mediamente povera; per quanto riguarda i terroristi, sono concentrati per la maggior parte in Afghanistan e in Pakistan. Negli altri paesi il rischio di terrorismo non è maggiore di quello esistente in altri come per esempio Tunisia o Egitto; tutto questo vale anche per l’Uzbekistan, il più centrale degli stati dell’Asia centrale, così tanto da essere l’unico paese al mondo che nemmeno come vicini ha dei paesi che confinano col mare (questo naturalmente se non si considera il mar Caspio un vero mare). La famosa collana di guide turistiche Lonely Planet, che ha pubblicato guide per tutte le destinazioni possibili su questo pianeta, nel caso dell’Asia centrale ha deciso di raggruppare nello stesso libro Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghisistan e Tagikistan, dedicando un capitolo a ciascuno di essi. Se date un’occhiata all’ultima edizione del maggio 2014, vedrete che la parte dedicata all’Uzbekistan è la più corposa, pochi lo sanno infatti, ma qui si trovano alcuni dei più famosi siti di tutta la regione: località come Samarcanda, Buchara o anche Khiva, città che evocano nell’immaginario comune un grande sentimento di esotismo e di antica gloria. Per questi luoghi passava la via della seta che collegava la Cina con l’Europa e che per secoli è stata percorsa da coraggiosi mercanti, pericolosi predoni, leggendari conquistatori come Tamerlano ed eserciti colonizzatori come quello sovietico. Sintetizzando, nel febbraio 2015 io e i miei due colleghi di Erasmus, Alessandro e Marco, eravamo ormai a Baku da qualche mese; la generosa borsa di studio di cui godevamo ci aveva dato un’inebriante disponibilità economica e volevamo cambiare aria per qualche giorno ed esplorare qualche paese là vicino. Dopo varie proposte e ripensamenti la scelta è caduta proprio sull’Uzbekistan. In un paio di settimane siamo riusciti a farci rilasciare un visto di dieci giorni dal console uzbeko a Baku, un personaggio improbabile che invece del visto di dieci giorni che avevamo richiesto, voleva farcene uno di un mese con un prezzo “di favore”. Dopo aver superato gli ostacoli burocratici abbiamo prenotato un volo diretto da Baku alla capitale uzbeka (Tashkent) con la poco promettente Uzbekistan Airlines. Verso la fine di aprile siamo partiti per un viaggio che ci ha portato nel cuore dell’Asia, nel bel mezzo della storia e della leggenda, in luoghi considerati per secoli irragiungibili e i cui nomi da sempre affascinano i viaggiatori di tutto il mondo

Tashkent, Topchan Hostel 21 aprile 2015 ore 23:01

In genere, la prima cosa che tutti fanno quando entrano in un aeroporto è guardare il tabellone delle partenze e cercare il proprio volo, nella speranza che non ci siano ritardi o contrattempi. Questo è esattamente anche il nostro comportamento appena entriamo nell’aeroporto di Baku. Guardiamo il tabellone, restiamo un attimo in silenzio, pensando di aver visto male, lo riguardiamo rileggendo esattamente la stessa cosa e poi ci scambiamo sguardi di paura: il nostro volo è già decollato da venti minuti. Ma com’è possibile? Abbiamo controllato mille volte e sui biglietti era scritto che l’aereo partiva alle quindici e trenta, e adesso sono solo le quattordici. Costernati e confusi ci avviciniamo al banco delle informazioni dove due ragazze ci confermano le nostre paure: abbiamo perso il volo. Anche loro ci controllano i biglietti e in effetti constatano che l’orario di partenza sono le quindici e trenta. Ci consigliano di chiamare il referente di Uzbekistan Airlines in Azerbaigian. Facciamo chiamare Alessandro che parla molto bene il russo e che ha un’indole molto pacata e gentile. Il referente ci dice che da quando abbiamo prenotato il volo, a gennaio, gli orari sono cambiati e che ci sarebbe dovuta arrivare una mail per comunicarci il nuovo orario, cosa che evidentemente non è avvenuta. Il referente si scusa con noi per il disagio e ci dice che adesso cercherà di trovare delle soluzioni. Ci sediamo nell’attesa che ci richiami e cerchiamo di stare calmi, la situazione ci ha infatti innvervosito parecchio. Io ho una certa sensazione da “prima o poi mi doveva succedere”. Negli ultimi anni ho spesso preso l’aereo e, tranne qualche piccolo ritardo, mi è sempre andata bene, niente cancellazioni, niente bagagli persi e niente incidenti. Da qualche mese mi era venuto il sospetto che prima o poi qualcosa mi sarebbe dovuto succedere per compensare la fortuna degli anni passati, per chi ci crede, diciamo che avevo un debito da saldare col mio karma aereo. Dopo circa venti minuti il referente richiama. Molto candidamente ci dice che le alternative sono di prendere il volo tra due giorni, facendo scalo a Mosca, oppure la settimana prossima. Il nostro visto dura undici giorni a partire da oggi, negli ultimi mesi ci siamo più volte incontrati per organizzare metodicamente il nostro viaggio giorno per giorno in modo da visitare il più possibile senza perdere tempo. Dover partire con due giorni di ritardo o addirittura una settimana è semplicemene inaccettabile. Alessandro glielo fa capire e insiste. Il referente oppone resistenza ma alla fine cede. Ci dice di aspettare mentra cerca altri voli. Ci richiama dopo altri venti minuti chiedendo quanti bagagli abbiamo e dicendo di mandargli la foto dei nostri zaini. Immaginiamo voglia sapere se abbiamo solo il bagaglio a mano o anche quello da stiva. Gli zaini miei e di Alessandro sono abbastanza piccoli ma quello di Marco è decisamente troppo grande. Mandiamo le foto via whatsapp al referente e questo ci risponde dicendo che ha trovato un volo che parte da Baku alle diciotto e che ci porterà fino a Mosca, da dove prenderemo poi un altro aereo fino a Tashkent, dove arriveremo domattina alle sei. Tutto ciò ovviamente a spese di Uzbekistan Airlines. Non è un’opzione spettacolare e ci fa comunque perdere un giorno, ma è il danno minore e quindi accettiamo. Alessandro, generalmente molto tranquillo e gentile, stavolta sembra anche lui piuttosto infastidito e quindi se ne esce con la seguente frase decisamente poco diplomatica: ”A certi paesi non dovrebbe essere permesso di gestire una compagnia aerea, ma solo di allevare pecore!” La compagnia con cui viaggeremo ha il poco invitante nome di Siberia Airlines ed è russa. Ci avviamo al check-in dove ci è stato detto che ci sarà un “amico” del referente che lavora nell’aeroporto e che ci spiegerà cosa fare. In effetti troviamo un signore che ci aspetta al banco e che spiega qualcosa in azero alla ragazza del check-in. Pesiamo i nostri bagagli e poi ci vengono dati i biglietti. Marco può portare con sé il suo zaino nonostante le dimensioni decisamente fuori dai massimi previsti. Il signore ci dice che, una volta arrivati a Mosca, dovremo solo andare al bancone della Siberia Airlines per avere i biglietti per il secondo volo e nient’altro. Tutta la faccenda si è risolta un po’ troppo in fretta per i miei gusti e decido che, finchè non sarò sul secondo volo, non sarò molto tranquillo. Il signore ci lascia e noi ci sediamo ai tavolini del Mc’Donalds per riflettere e anche perché siamo abbondantemente in anticipo per l’imbarco. Ci prendiamo un panino visto che la tensione ci ha fatto venire fame e cerchiamo di sdrammatizzare. Marco ascolta un po’ di musica sull’i-pod mentre io e Alessandro improvvisiamo una partita a battaglia navale usando la tabella nutrizionale che abbiamo trovato dietro le tovagliette di carta del Mc’Donalds. Nella colonna verticale ci sono scritti i nomi dei cibi venduti mentre in quella orizzontale ci sono le differenti sostanze presenti, tipo proteine, vitamine o grassi.

Per giocare quindi si creano frasi improbabili come “Big Mac, proteine” o “Mc Crispy Bacon, grassi”. Alla fine vinco io, ma per un soffio. Quando manca un’ora alla partenza andiamo ai gabbiotti della polizia di frontiera, che rappresenta l’uscita “burocratica” dai confini dell’Azerbaigian. La guardia analizza attentamente il mio passaporto e il mio permesso di soggiorno, ma stranamente non fa domande. Mi mette un timbro di uscita e mi fa passare. Anche Marco ed Alessandro non hanno problemi a passare. Al gate troviamo anche altri passeggeri, tra cui una madre con la figlia: entrambe vestite con una tuta da ginnastica della nazionale russa ed entrambe scandalosamente attraenti. Stanno probabilmente tornando a casa da una gara. Il volo stavolta parte in orario, i sedili per fortuna non sono troppo stretti ma il “pasto” che ci viene servito è decisamente misero: un bicchiere d’acqua e una microscopica piadina ripiena con una misera quantità di pollo. In circa tre ore arriviamo all’aeroporto Domodedovo di Mosca. Mentre l’aereo perde quota cominciamo a vedere sotto di noi un paesaggio pianeggiante e ricoperto di alberi molto verdi. Alessandro, che è già stato in Russia tre volte, ci dice che quello è il tipico paesaggio della campagna russa. Il tempo è piuttosto nuvoloso e, anche se è la fine di aprile, sta nevicando copiosamente.

Scendiamo dall’aereo e cerchiamo di capire dove andare. Ci ritroviamo così in una fila di persone che aspetta davanti ai banconi della polizia di frontiera, la quale controlla i passaporti delle persone in entrata. Noi stiamo facendo solo uno scalo e quindi non dovremmo avere bisogno di passare dei controlli di frontiera. Ci vengono dei dubbi e la paura che forse serva un qualche tipo di visto anche solo per poter fare scalo a Mosca. Non sapendo bene cosa fare chiediamo ad un poliziotto là vicino se quella è la fila giusta e questo ci risponde di no, abbiamo girato dalla parte sbagliata e quella è la frontiera, dove noi non possiamo passare. Rossi in viso usciamo mestamente dalla fila e torniamo indietro, dove effettivamente vediamo un’indicazione con scritto “transfer passengers” che indica dalla parte opposta. Seguiamo i cartelli successivi e arriviamo al bancone della Siberia Airlines, mostriamo i nostri passaporti spiegando la situazione e la signorina ci sorride tranquillamente. Controlla sul suo computer e ci conferma che c’è una prenotazione a nostro nome. Tiriamo un sospiro di sollievo, il referente in Azerbaigian non ci ha presi in giro e ha fatto il suo lavoro. Prendiamo i biglietti e ci avviamo verso il controllo bagagli. La poliziotta qui ci fa qualche domanda sul nostro viaggio, ma penso sia più per curiosità che per altro. Una volta passati non ci resta che andare al gate, ma mancano ancora due ore alla partenza e così andiamo a mangiare qualcosa. Sia per me che per Marco è la prima volta in Russia e di certo non immaginavamo che sarebbe stata così. Fuori intanto si è fatto buio e la neve continua a cadere. Anche il secondo aereo per fortuna è in orario e pure stavolta come pasto ci viene servita la triste piadina del volo precedente. Il volo dura tre ore e mezza e, visto che è nel bel mezzo della notte tentiamo di dormire, ma con scarsi risultati.

Quando atterriamo all’aeroporto internazionale di Tashkent fuori è ancora buio. Una delle sensazioni che più mi piace è quella di uscire dall’aereo quando si è appena arrivati in un posto lontano e respirare per la prima volta l’aria di quel luogo. In questo caso si tratta di un’aria fresca, secca e anche piuttosto polverosa. Un autobus ci porta fino al controllo passaporti, siamo praticamente gli ultimi della fila e così aspettiamo per circa mezz’ora. Quando arriva il mio turno la guardia mi sorride cordialmente, mi chiede se sono qui per turismo. Dopo aver apposto un serissimo timbro rosso e rettangolare sul visto mi fa passare senza problemi. Dall’altra parte trovo Alessandro e Marco che sono già passati. Il secondo passo è il controllo dei bagagli, per il quale abbiamo già compilato un modulo in aereo. Tra le varie domande ci veniva chiesto pure quali sono le località che intendiamo visitare e di dichiarare quanta moneta, e di quale valuta, abbiamo con noi. Questa domanda in particolare serve per controllare che gli stranieri non escano dal paese con più soldi rispetto a quelli con cui sono entrati. La guardia ci fa compilare un altro modulo in tripla copia che ci dice di conservare perché ci servirà alla partenza e finalmente siamo liberi di andare. Prima di uscire dall’aeroporto troviamo un banco di cambio. Qualche giorno fa ho ricevuto una mail dal gestore dell’ostello di Tashkent in cui abbiamo prenotato: mi suggeriva di cambiare il meno possibile in aeroporto perché i tassi sono sfavorevoli e che ci avrebbe poi spiegato lui come fare. Seguendo questo suggerimento cambiamo solo venti dollari, dovrebbero essere più che sufficienti per pagare un taxi per arrivare fino all’ostello. La valuta uzbeka è il som e da quello che abbiamo letto, anche se spesso sono accettati gli euro e le sterline, è sempre meglio avere con sé una buona scorta di dollari americani. Io personalmente sono partito con cinquecento dollari e settanta euro in caso di necessità. Ho anche la mia carta bancomat che dovrebbe funzionare in tutto il mondo però volevo evitare di prelevare per non dover così pagare fastidiose commissioni bancarie. La signora nel bancone del cambio è beatamente assopita e così la dobbiamo svegliare. Per venti dollari ci dà una piccola mazzetta di banconote da mille e da cinquemila som. Quando usciamo, ad aspettarci c’è un nugolo di tassisti che non appena vedono degli stranieri vanno in agitazione. Per poco non litigano tra di loro per chiederci dove vogliamo andare. Noi ben sappiamo che prendere un taxi dall’aeroporto è il metodo migliore per farsi fregare soldi e così velocemente cerchiamo di uscire dal parcheggio insistendo che vogliamo camminare. Questi ci seguono; mi sembra di essere uno di quegli squali che si vedono nei documentari e che ha sempre attaccate le sue remore. Nessuno di loro sembra demordere e continuano a seguirci anche fuori dal parcheggio. Esasperati fermiamo un taxi di passaggio e saliamo, lasciandoci dietro il gruppo di tassisti che ci lancia qualche insulto in uzbeko. In qualche modo riusciamo a far capire al tassista dove vogliamo andare. Io, grazie a google maps, mi ero studiato il percorso da fare e mi viene il sospetto che il tassista stia facendo un giro più largo per chiederci più soldi. Il sole ormai è salito, per strada non c’è nessuno e sembra di trovarsi in una piccola e tranquilla cittadina qualsiasi. Non ci sono palazzi a più piani o condomini ma solo case con le tipiche tubature esterne che ho già visto in Azerbaigian e in Georgia e che credo siano una caratteristica comune di tutti i paesi post-sovietici. Arriviamo su una strada più larga dove ci sono pure le rotaie di un tram e poco dopo raggiungiamo una piazzetta su cui si affaccia la clinica che dovrebbe trovarsi a pochi metri dall’ostello. Non vediamo nessuna indicazione, ma proprio mentre il tassista si sta allontanando vedo a bordo strada un portone di legno sopra cui c’è un’insegna col nome dell’ostello: “Topchan Hostel”. Diamo al tassista una cifra che ci pare abbastanza equa, anche se lui naturalmente mugugna insoddisfatto. Suoniamo il campanello dell’ostello e ci viene ad aprire un giovane sui venticinque anni. Altezza media, magrolino, capelli lunghi e ricci raccolti con un elastico, barbetta e sguardo amichevole. Si chiama Rafa ed è uno dei gestori, quello che mi aveva mandato la mail pochi giorni fa. Ci porta subito a vedere i nostri letti in una camerata da otto persone. L’ostello è stato aperto da pochi mesi e si vede, le stanze profumano ancora di nuovo. Gli diamo i nostri passaporti per fare il check-in e rimandiamo ogni altra domanda a più tardi. Sono le sei e mezza del mattino e siamo reduci da un lungo viaggio. Di comune accordo decidiamo di concederci un paio d’ore di sonno prima di cominciare la nostra visita della città.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Tashkent

Le fotografie, eccetto quella della “battaglia navale” sono state riprese da altri siti.

Francesco Ricapito Novembre 2015